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Sarno. L'ex vice-commissario per l'emergenza frana, Versace: "A 20 anni, ci sono ancora cose da fare"

04 Maggio 2018 Author :  

Vent'anni dopo, la frana di Sarno del 5 maggio 1998 è un ricordo che continua a terrorizzare e a riempire di dolore il cuore dei cittadini. PuntoAgroNews, per i 20 anni della frana, ha voluto sentire una voce esperta come quella di Pasquale Versace, professore di idrologia, costruzioni idrauliche e costruzioni marittime della facoltà di ingegneria, Università della Calabria, ex Vicecommissario per le attività di sistemazione idrogeologica e di ricostruzione di Sarno e degli altri Comuni della Campania colpiti dall'alluvione del 4-5 maggio 1998. A lui abbiamo rivolto una domanda che ancora pulsa nella mente dei cittadini della Valle del Sarno e non solo: Perché?

Quali furono le cause dell’evento del 5 maggio 1998 sulle pendici del Pizzo di Alvano? Tra le diverse ipotesi quella più convincente individua due concause. Nell’inverno precedente e nella prima parte della primavera le piogge elevate per quel periodo dell’anno. I terreni particolarmente porosi, formati dai depositi piroclastici del Vesuvio, assorbirono una grande quantità di pioggia e raggiunsero un livello prossimo alla saturazione, cioè con i pori riempiti quasi completamente di acqua.

Nelle ore che precedettero l’evento la pioggia cadde con una straordinaria intensità, così come testimonia che si trovava in montagna in quelle ore e raggiunsero livelli molto più elevati di quelli misurati a terra al pluviometro di Santa Maria la Foce. È possibile che sul Pizzo si sia abbattuta quella che, con termine improprio ma efficace, si definisce una bomba d’acqua. Questo nubifragio causò numerosi fenomeni di distacco sui versanti. Se ne contarono ben 140.

Senza le piogge del periodo precedente gli effetti sarebbero stati limitati, invece, trovando un terreno imbibito, i movimenti iniziali, che riguardavano centinaia o al massimo qualche migliaio di metri cubi, produssero un effetto a catena che generò le terribili colate di fango capaci di mobilitare decine e, in qualche caso, migliaia di metri cubi. Questi fenomeni, in modo semplificato e perciò non troppo preciso, derivano dal fatto che la massa di primo distacco impattando su terreni quasi saturi provoca un brusco aumento della pressione dell’acqua all’interno del terreno fino a generare una vera e propria liquefazione.

Le colate di fango furono 40 e a più riprese si abbatterono su Sarno, Siano, Bracigliano, Quindici provocando una delle più grandi catastrofi idrogeologiche del nostro Paese, con 159 vittime. L’uso sconsiderato del suolo, l’occupazione con insediamenti delle aree storicamente interessate da questi fenomeni, la trasformazione in strade dei vecchi canaloni lungo i quali defluivano i fanghi, il degrado e il cambio di destinazione delle razionali opere di difesa borboniche, il quadro generale di degrado e di dissesto contribuirono in misura decisiva all’entità delle vittime e dei danni.

Le opere

L’impegno dello Stato e delle amministrazioni periferiche fu straordinario. Ci fu grande disponibilità di risorse finanziarie, di uomini, di mezzi. Ma si fissarono obiettivi poco realistici con l’idea di ricostruire in pochi mesi quanto era stato distrutto e di dare, nello stesso periodo, un livello di sicurezza molto elevato ai territori colpiti, realizzando adeguati interventi di sistemazione. Ci fu una corsa generosa, sull’onda dell’incredibile emozione provocata da tutte quelle bare, per fare presto. I primi interventi risentirono di questa urgenza. Alcune opere appaiono poco efficaci, altre sovradimensionate. Mancava una visione organica complessiva sulle cose da fare. Le colate di fango erano poco conosciute all’epoca, non c’era una strategia di intervento consolidata e condivisa. Ci vollero molti mesi perché dalla comunità scientifica emergessero indicazioni più precise sulle caratteristiche dei fenomeni e sulle modalità di intervento. Le opere successive appaiono molto più efficaci e razionali, forniscono una soluzione valida per la difesa dalle colate.

È, comunque, un sistema che deve essere continuamente monitorato e manutenuto per individuare eventuali punti deboli, dove occorrerebbero interventi integrativi e per assicurare l’efficienza permanente delle singole opere e al loro sistema. Peraltro ad oggi non tutte le opere previste sono state completate.

La ricostruzione

La questione se ricostruire in sito o delocalizzare è un problema difficile. Non si può dare una risposta teorica, astratta quando si parla della vita delle persone. C’è chi non vuole spostarsi da luogo in cui ha vissuto con le persone care che non ci sono più e chi, invece, non riesce a farlo e desidera abbandonare posti che sono solo fonte di dolore e sofferenza. Hanno tutti ragione e tutte le volontà vanno rispettate. La scelta di far decidere ad ogni famiglia, ad ogni persona se avere un contributo per ricostruire in sito o per acquistare una casa altrove, mi pare una decisione giusta che, al di là dei ritardi burocratici per l’erogazione effettiva dei fondi e per la definitiva assegnazione delle case, rappresenta una delle azioni più significative poste in essere a Sarno e negli altri comuni.

Le Istituzioni

Come già accennato, dopo il 5 maggio tutti si mobilitarono per aiutare le aree colpite. Furono stanziate risorse importanti, furono inviati tecnici ed esperti. Un ruolo essenziale lo ebbe la protezione civile con Barberi, che seguì passo dopo passo tutte le varie fasi e mise a disposizione uno staff tecnico di primordine. Dopo di lui Bertolaso diede continuità all’azione della Protezione civile e non fece mai mancare il suo appoggio, insieme a quello del suo vice Spaziante, continuando ad assicurare il finanziamento degli interventi.

Decisivo fu il ruolo della Regione, prima con Rastrelli e poi con Bassolino, con il quale ho collaborato come vice commissario dal 2000 al 2005 e che diede una svolta decisiva nell’attuazione degli interventi. Entrambi i Governatori svolsero la funzione di Commissario Delegato. Le Prefetture di Salerno e Avellino svolsero un ruolo di grande rilievo, facilitando i rapporti tra le comunità locali e la struttura commissariale e più in generale il raccordo tra Stato e Amministrazioni locali. Mi piace ricordare i prefetti Laudanna e Meoli con i quali ho condiviso il periodo da vicecommissario. Altrettanto importante l’azione della Provincia di Salerno con il Presidente Andria, che partecipò incessantemente a tutte le fasi di analisi e di scelta compiute in quegli anni.

L’impegno dei Sindaci fu costante e quasi sempre efficace. Sarebbe lungo ricordarli tutti, mi limiterò a citare i primi che ho incontrato e che si sono a lungo prodigati: Riccio a Siano, Iuliano a Bracigliano e Canfora a Sarno.

Decisivo fu l’impegno della comunità scientifica e della struttura commissariale. La prima attraverso il Gruppo Nazionale per la Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche (GNDCI) presieduto da Ubertini, fornì un supporto tecnico scientifico costante, dando indicazioni preziose sull’analisi dei fenomeni, sulla valutazione del rischio residuo, sulle scelte progettuali, sul dimensionamento delle varie opere. Senza il GNDCI non si sarebbero raggiunti i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

La struttura commissariale, coordinata da Magliulo e de Angelis e guidata dal vicecommissario di turno, ha garantito un’assistenza di alto livello tecnico e amministrativo nella gestione dell’intera fase post evento, seguendo la progettazione e l’esecuzione delle opere, la pianificazione di emergenza, il rimborso alle persone danneggiate, gli espropri e altre mille attività richieste dalla complessità della situazione.

Nella struttura commissariale si sono formate professionalità tecnico amministrative di alto livello, difficilmente riscontrabili in strutture del nostro Paese, aventi un’analoga missione.

Di straordinaria qualità il Presidio Territoriale, composto da geologi e ingegneri, che ha fornito assistenza durante le fasi di emergenza sorvegliando il territorio, per cogliere e segnalare fenomeni preoccupanti, tali da suggerire l’immediata attivazione di misure di salvaguardia, incluso lo sgombero delle zone più vulnerabili. Il presidio di Sarno è noto in tutto il mondo ed è un modello riconosciuto anche dalla Protezione civile nazionale che sta cercando di estenderlo a tutta l‘Italia. Nel presidio hanno lavorato sul terreno a Sarno: i geologi Caruso, Monteverde, Artuso, Palmieri e Puzzilli, gli ingegneri Cassetti e Lodato. A Siano: i geologi Nocera e Benedetto, l’ing. Concilio. A Quindici i geologi Sarno e Nappi, l’ing. Barbarito. A Bracigliano: i geologi Di Giuseppe, Di Benedetto e Di Filippo, l’ing. Andriola. A San Felice a Cancello: i geologi Addrizza e Casale.

L’esperienza della struttura commissariale e del presidio territoriale sono stati trasferiti all’Agenzia Regionale Campana per la difesa del suolo (ARCADIS), che l’anno sorso è stata inopinatamente soppressa e messa in liquidazione, privando la Regione di una struttura di grande rilevanza e utilità.

Il modello Sarno

In molti Convegni si è parlato dell’esperienza di Sarno come di un modello di riferimento per situazioni analoghe.

In estrema sintesi le caratteristiche peculiari possono essere così delineate: il ruolo decisivo della ricerca scientifica, la scelta degli interventi strutturali effettuata non in modo puntuale ma attraverso una visione progettuale di sistema (master plan), la strategia scelta per la ricostruzione e basata sulla volontà dei cittadini colpiti dalla catastrofe, l’introduzione innovativa del presidio territoriale, la realizzazione di sistemi di preannuncio capaci di associare la probabilità di un evento alla misura delle piogge in corso, la qualità del piano intercomunale di emergenza messo a punto per i comuni del Pizzo di Alvano, la partecipazione attiva dei cittadini, l’educazione permanente

Qualche parola i più meritano la partecipazione dei cittadini e l’educazione permanente. Soprattutto a Sarno il rapporto con i Comitati e con i singoli cittadini è stato molto intenso e soprattutto proficuo. Discutendo ogni progetto in toni anche molto accesi, ricevendo critiche per le lungaggini e i ritardi nella ricostruzione e nella messa in sicurezza, è stato possibile evitare alcuni errori, talora rilevanti, dovuti a una progettazione poco accurata e alla scarsa conoscenza dei luoghi. Facendo sopralluoghi congiunti, assorbendo la conoscenza profonda dello stato dei luoghi, delle sue effettive criticità, degli effetti negativi che in qualche caso si sarebbero commessi, si è riusciti a fare interventi almeno in parte condivisi, con una progettazione che in qualche caso può definirsi “partecipata” per usare un aggettivo di moda.

L’educazione e la divulgazione furono anche un punto forte dell’esperienza Sarno. Fu realizzato un bellissimo fumetto “L’emergenza di Pluvio” che spiegava ai bambini il funzionamento del sistema di monitoraggio e di allertamento, dicendo cosa poteva succedere e cosa bisognava fare. Una versione su DVD fu mirabilmente doppiata dagli alunni della Scuola elementare di Siano che, grazie all’iniziativa di ottime insegnanti, fecero un piccolo capolavoro. Importante fu anche il supporto di Telenuova Pagani e delle altre televisioni dell’agro che hanno favorito un costante dialogo con la struttura commissariale per porre questioni e avere risposte. Ma hanno anche consentito di illustrare in modo dettagliato le opere che si pensava di realizzare, mostrando che le cose si muovevano e non restavano immobili.

Conclusioni

Certo non sono mancati errori, ritardi, valutazioni sbagliate, incapacità di rispondere con la qualità e la tempestività necessaria. Le voci critiche non sono mancate. Autorevoli professori hanno contestato le scelte progettuali, la strategia di intervento, affermando che le opere sono insufficienti oppure sono inutili. Molti cittadini hanno manifestato il loro duro dissenso su singoli atti o sulle attività più complessive della struttura commissariale. Molti hanno affermato che le opere realizzate offendono l’ambiente in modo irreparabile.

Sono posizioni che non condivido ma che comunque vanno considerate e rispettate, perché aiutano le persone a formarsi una propria opinione sulla base di punti di vista anche molto diversi.

A venti anni da quei tragici giorni ci sono ancora cose da fare: terminare alcune opere come la vasca Santa Lucia e la sistemazione del Saretto, chiudere la vicenda dell’assegnazione delle case, manutenere le opere, verificare costantemente il livello di sicurezza del territorio, procedendo, ove necessario, ad interventi integrativi, ripristinare il presidio territoriale, conservare la memoria di quel che è accaduto. Costruire un Centro di documentazione per le catastrofi idrogeologiche può essere un obiettivo importante che va in questa direzione. Esiste un progetto che ipotizza la realizzazione del Centro a Villa Malta. È necessario sviluppare tutte le azioni necessarie perché questa ipotesi divenga realtà.

Pasquale Versace

Prof. Emerito, Università della Calabria

Già vicecommissario per l’emergenza Sarno dal 2000 al 2005

 

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