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Cava. "Anna non si suicidò, riaprite le indagini": la petizione dei familiari della poliziotta

22 Gennaio 2019 Author :  

A quasi diciotto anni dalla sua scomparsa e a un anno e mezzo dall’archiviazione del caso come suicidio, non si arrendono i familiari di Anna Esposito, la poliziotta cavese rinvenuta morta nella caserma a Potenza dove lavorava nel 2001. La famiglia - convnita che Anna Esposito non si sia tolta la vita - in queste ore ha quindi avviato una petizione online con cui chiede sostegno ai cittadini per far ascoltare le proprie ragioni e ottenere la riapertura del caso. Un'iniziativa che ha ricevuto immediato riscontro e ha toccato le coscienze dei cavesi che ben ricordano la vicenda e lo strazio di una famiglia che cerca la verità dietro la tragedia che l’ha scossa anni fa.

“Anna è la vittima di uno Stato assente - scrivono i familiari a margine della petizione che ha già raccolto centinaia di adesioni in città e non solo - Anna era la figlia di gente comune, ma a quanto pare la gente comune non ha diritto alla giustizia. Per il ruolo da lei ricoperto ci saremmo aspettati pivi interesse nello scoprire chi ha commesso questo crimine, ina già dal giorno del ritrovamento hanno cercato di mettere a tacere tutto. 1 fatti parlano chiaro e troppi elementi fanno pensare a un “suicidio anomalo”. Il nodo posizionato anteriormente (anziché posteriormente ) e la posizione del corpo (non sospeso ma semi-seduto) fanno apparire sin da subito il suicidio anomalo”.

Il fatto

Era il 12 marzo del 2001 quando la trentunenne, dirigente della Digos a Potenza, fu trovata impiccata con una cintura alla maniglia della porta del bagno nel suo appartamento in caserma. L’anno dopo l’inchiesta aperta nei confronti di ignoti, per istigazione al suicidio, era già archiviata. Ma all’ipotesi di un gesto autolesionista la famiglia non ha mai creduto, insistendo perché si indagasse sull’ipotesi di omicidio. Nel 2010 emersero sospetti di legami con l’assassinio di Elisa Claps e il duplice delitto Gianfredi; l’inchiesta passò a Salerno, perché nel caso Gianfredi vi era il coinvolgimento di un magistrato, ma anche quella pista non portò a nulla e gli atti tornarono a Potenza. Si ipotizzarono collegamenti con un’indagine sugli ambienti dell'estrema destra, che la poliziotta stava conducendo poco prima di morire, e l’avvocato della famiglia

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