San Marzano sul Sarno. Boss della camorra in carcere senza aria, luce e servizi igienici: la Cassazione concede risarcimento per l’inumana detenzione

31 Ottobre 2020 Author :  

di Danilo Ruggiero

SAN MARZANO SUL Sarno. Un boss della camorra in carcere senza aria, luce e servizi igienici. La Cassazione gli concede un giudizio di risarcimento per l’inumana detenzione. Umberto Adinolfi, 56enne di San Marzano sul Sarno e conosciuto da tutti come “a’ Scamarda”, era stato condannato nel 2016 all’ergastolo per il duplice omicidio di Vincenzo Marrandino, figlio del boss cutoliano Giovanni, e Antonio Sabia - il suo autista - avvenuto il 30 luglio del 1986 a Capaccio, nonché per l’uccisione dell’imprenditore Salvatore Vaccaro, avvenuto nel 2004 tra Angri e Sant’Egidio del Monte Albino. A distanza di qualche anno dalla condanna definitiva, il boss ha presentato un ricorso agli ermellini per chiedere un risarcimento danni per il periodo di detenzione espiato in condizioni non conformi ai criteri dell'articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo. Il reclamo, rigettato dai magistrati di Sorveglianza dei Tribunali di Macerata e Ancona, è stato sottoposto al vaglio dei giudici di legittimità per chiedere l’annullamento dell’ordinanza. Adinolfi, in carcere al regime del 41-bis con una camera di nove metri quadri e separato dagli altri detenuti, ha chiesto di ottenere i rimedi risarcitori in relazione all’isolamento diurno trascorso nelle case circondariali di Ascoli Piceno e Cuneo. Secondo i legali di Adinolfi, l'ambiente all'interno della cella sarebbe stato insalubre, con una scarsa illuminazione naturale e con dei servizi igienici di base assenti. Fattori che avrebbero causato una lesione dei diritti del 56enne marzanese, come previsto dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo, secondo cui «non possono essere violati i diritti riguardanti l'utilizzo privato della toilette, l'aerazione, l'accesso alla luce e all'aria naturali, la qualità del riscaldamento e il rispetto delle regole sanitarie di base». In ragione di ciò, la Cassazione ha stabilito che i giudici di merito, quanto alla permanenza nel carcere di Ascoli Piceno, hanno attribuito «decisivo rilievo allo spazio di nove metri quadri disponibile all'interno della cella, senza confrontarsi con le carenze lamentate e senza porle in rapporto alle concrete modalità detentive». Quanto alla detenzione nell'istituto di Cuneo hanno dissentito dal rilievo attribuito ad analoghe carenze, senza però dare conto delle ragioni per le quali «l'assenza d’illuminazione, così come la carenza dei servizi igienici». Pertanto, il ricorso del boss è stato accolto. Dunque l’ordinanza impugnata è annullata, con il rinvio al Tribunale di Sorveglianza di Ancona per un nuovo giudizio.

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