ROMA/SARNO. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso presentato da Massimo Graziano, 53 anni, originario di Sarno, ritenuto al vertice dell’omonimo clan camorristico attivo nell’agro nocerino-sarnese e nella Valle di Lauro, confermando per lui la misura della custodia cautelare in carcere e il riconoscimento dell’aggravante mafiosa per un episodio di turbativa d’asta.
Il procedimento penale a carico di Graziano ruota attorno a un più ampio contesto investigativo che ha coinvolto diversi soggetti accusati di appartenere a un sistema criminale radicato sul territorio e dedito, tra l’altro, a interferenze nelle gare pubbliche e al reimpiego di capitali illeciti.
Nell'ordinanza del Tribunale del Riesame di Salerno del 14 aprile 2025 – impugnata dalla difesa – veniva riconosciuto che il reato contestato a Graziano, in particolare al capo 16 dell’imputazione provvisoria, fosse aggravato dall’art. 416-bis.1 del codice penale, che punisce chi commette reati avvalendosi del metodo mafioso o al fine di agevolare un’associazione mafiosa.
I legami col sodalizio e i nomi emersi
Secondo gli inquirenti, Graziano avrebbe agito in collegamento con altri indagati, tra cui Antonio Gramiele e Giuseppe De Vivo, quest’ultimo ritenuto il tramite tra Gramiele e Graziano. Le attività criminali contestate riguardano in particolare accordi finalizzati alla spartizione del territorio nell’agro nocerino-sarnese e il reinvestimento dei proventi illeciti del sodalizio.
Graziano era già stato condannato in via definitiva per associazione di stampo mafioso e sottoposto a misura di prevenzione personale, elementi che – secondo la Cassazione – legittimano l’adozione del regime intercettativo speciale previsto per i reati mafiosi.
La questione delle intercettazioni
Il difensore, avv. Imperato, aveva contestato la legittimità delle intercettazioni eseguite nel 2022 in base al decreto n. 436/2022, sostenendo che mancasse una motivazione idonea a giustificare il ricorso alla normativa speciale antimafia. In particolare, la difesa riteneva che le attività attribuite a Graziano non presentassero un legame diretto con contesti mafiosi, ma si configurassero come reati comuni.
La Cassazione ha però respinto queste censure, richiamando la giurisprudenza più recente e l’intervento normativo del decreto-legge 105/2023, che ha esteso l’applicazione del regime speciale delle intercettazioni anche ai reati aggravati dal metodo mafioso, confermando che le attività attribuite a Graziano si inserivano in un quadro criminale organico e strutturato.
Le motivazioni della Cassazione
Secondo i giudici, l’ordinanza impugnata aveva correttamente ricostruito i rapporti di Graziano con soggetti vicini alla criminalità organizzata e con gruppi attivi nel riciclaggio e nella gestione illecita di appalti. Le note della Squadra Mobile di Salerno del 2021 e le informative successive – si legge nella sentenza – dimostrano “la sussistenza di sufficienti indizi sulla base dei quali disporre le intercettazioni”, confermando un quadro indiziario concreto e motivato.
La Cassazione ha inoltre chiarito che la presenza di un'aggravante mafiosa ha ricadute importanti sul piano processuale: comporta una maggiore severità nella valutazione della misura cautelare, tempi più lunghi di custodia e presunzioni più rigide sull'adeguatezza della detenzione.
Con la decisione della Suprema Corte, Massimo Graziano resta detenuto in carcere in attesa di giudizio, e il procedimento proseguirà con l’aggravante mafiosa formalmente riconosciuta. La vicenda conferma l’attenzione degli inquirenti e della magistratura verso le infiltrazioni criminali nei meccanismi economici e negli appalti pubblici locali, terreno fertile per i clan che puntano a consolidare il loro controllo del territorio attraverso strategie corruttive e metodi intimidatori.