SARNO. La Suprema Corte di Cassazione ha accolto i ricorsi presentati dalla Procura della Repubblica di Salerno contro le decisioni con cui il Tribunale del Riesame aveva annullato le misure cautelari nei confronti di due indagati di Sarno, A. M. e T. P., entrambi coinvolti in una vasta inchiesta su usura, truffe e criminalità economica. I giudici della seconda sezione penale della Suprema Corte hanno cassato le ordinanze impugnate, stabilendo che nei due casi non era necessario l’interrogatorio preventivo, come invece ritenuto dai giudici del Riesame.
Le misure annullate – gli arresti domiciliari per T.P.e la custodia cautelare in carcere per A.M. – erano state disposte dal Giudice per le indagini preliminari di Salerno il 21 febbraio scorso, nell’ambito di un’operazione che ha visto coinvolti in totale 28 indagati. L’ordinanza originaria era poi stata annullata dal Riesame per la mancata audizione degli indagati prima dell’applicazione della misura, ritenendo che i reati contestati, non essendo qualificati come “ostativi”, non rientrassero nei casi in cui è possibile derogare all’interrogatorio preventivo.
La Cassazione ha invece stabilito un principio opposto, ribadendo che in presenza di un collegamento probatorio tra reati ordinari e reati ostativi – ossia quelli per cui la legge consente l’applicazione immediata delle misure restrittive – è legittimo applicare a tutti la disciplina più rigorosa, proprio per garantire l’efficacia investigativa dell’azione giudiziaria e l’effetto sorpresa nell’esecuzione delle misure. In altre parole, anche se A.M. e T.P. non erano direttamente indagati per reati ostativi, i delitti loro contestati risultano strettamente collegati a quelli attribuiti ad altri membri dell’organizzazione, in particolare al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e alla partecipazione ad associazione a delinquere, entrambi reati ritenuti ostativi dalla normativa.
L’indagine è coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Salerno e ha svelato l’esistenza di una struttura articolata, con base a Sarno, dedita a reati finanziari, truffe ai danni dello Stato, usura ed estorsioni, con l’impiego di società fittizie, prestanome e professionisti compiacenti. Il gruppo criminale – secondo gli inquirenti – era guidato da Massimo Graziano, personaggio già noto alle cronache giudiziarie per i suoi legami con la criminalità organizzata campana. L’inchiesta ha fatto emergere un sistema attraverso cui venivano ottenuti illecitamente finanziamenti garantiti dal Fondo di Garanzia PMI, grazie a bilanci falsificati e documentazione fittizia, con il coinvolgimento di commercialisti e dipendenti di istituti di credito.
Parallelamente, gli indagati avrebbero gestito un vasto giro di pratiche di immigrazione irregolare, simulando centinaia di assunzioni mai avvenute, con l’obiettivo di ottenere permessi di soggiorno dietro pagamento. Secondo quanto ricostruito, sarebbero state inoltrate oltre cinquecento domande fittizie nell’ambito dei cosiddetti “click day” previsti per i flussi migratori.
In tale contesto, la posizione di A.M. appare strettamente connessa a quella degli altri coindagati: a lui vengono attribuite condotte di fittizia intestazione di beni, riciclaggio ed emissione di fatture false, attività considerate strumentali al funzionamento dell’associazione. Per T.P. , invece, le accuse riguardano episodi di usura e tentata estorsione, collocati all’interno dello stesso circuito criminale.
La Suprema Corte ha riconosciuto che, proprio per l’intreccio probatorio tra le varie condotte e per la necessità di un approccio unitario nella gestione delle misure cautelari, non era necessario procedere all’interrogatorio prima dell’applicazione delle stesse.
Ora spetterà nuovamente al Tribunale del Riesame di Salerno riesaminare le posizioni dei due indagati alla luce dei principi sanciti dalla Cassazione, che ha confermato la validità dell’azione della Procura e dell’impianto accusatorio su cui si fonda l’intera indagine.