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Roberto De Simone e La gatta Cenerentola: il capolavoro che cambiò il teatro napoletano

20 Luglio 2026 Author :  

di Francesco Apicella 

Spettacolo : “fattarielle e’nciuce” “ 1976: la gatta Cenerentola” 

“Roberto,ti presento il mio amico Franco, tuo grande ammiratore, appassionato di musica colta, leggende e tradizioni popolari” “Maestro è un onore e un grande piacere conoscervi di persona, Gianni mi ha tanto parlato di voi” “ Ma quale maestro? Gli amici di Gianni sono miei amici, chiamami Roberto e non darmi del voi, mi fai sentire vecchio” Mi feci coraggio e tirai fuori dal borsello una videocassetta VHS “Maestro” “Ti ho detto di chiamarmi Roberto” “Roberto, mi faresti un autografo su questa videocassetta?” Si mise gli occhiali e sobbalzò quando vide di cosa si trattava “Ueeè!” esclamò:” E chesta addo l’è pigliata? Non ho autorizzato nessuna registrazione commerciale de “La gatta Cenerentola” del 1976. “No, Roberto, non è una registrazione commerciale, è una registrazione amatoriale realizzata, ‘di nascosto’,da un mio amico,’al teatro San Fedinando. E’ fatta da lontano ma si vede e si sente bene” “Straordinario! Certo che ti faccio l’autografo! Però me le lassà ‘a videocassetta! Se è una buona registrazione, come tu dici, voglio farmene una copia e, poi, la darò a Gianni, che te la restituirà”.

Era il 31 dicembre del 1982,ero andato a passare il Natale dalla mia famiglia, a Nocera e, come di consueto, l’ultimo dell’anno lo avrei passato con i miei amici ad Anzio; nel primo pomeriggio ero andato a Napoli per comprare un po’ di pesce al mercato di Porta Nolana “Non ti dimenticare il capitone!” mi avevano raccomandato gli amici “Ad Anzio non si trova”. Così, come d’accordo, verso le 18, ero andato a prendere il mio amico Gianni Socci, grande cantante lirico, un basso buffo di fama internazionale , che si trovava al teatro San Carlo per le prove di “Crispino e la comare”, melodramma fantastico-giocoso dei fratelli Luigi e Federico Ricci, impegnato nel ruolo del dottor Mirabolano, con la regia di Roberto De Simone. Saremmo ritornati insieme ad Anzio e avremmo fatto il cenone di Capodanno a casa sua. La registrazione amatoriale de ‘La gatta Cenerentola’piacque a Roberto De Simone, ne fece una copia e mi rimandò la videocassetta con una bella dedica: ‘A Franco…per aspera ad astra et semper ad meliora’. ‘La gatta Cenerentola’ è in assoluto il capolavoro artistico del maestro Roberto De Simone, venuto alla luce dopo un intenso lavoro di ricerca nelle tradizioni orali e musicali campane, un lavoro meticoloso compiuto insieme al suo gruppo musicale la Nuova Compagnia di Canto Popolare (nota anche con l’acronimo NCCP).

Ispirata alla fiaba omonima, contenuta ne ‘Lo cunto de li cunti’ di Giambattista Basile, contiene nella trama alcuni cambiamenti, attinti da altre versioni, scritte e orali della fiaba ed elaborati da Roberto De Simone. Il testo è in lingua napoletana, un napoletano antico, greve e colorito, tipico del tempo in cui è ambientata la vicenda. La protagonista dell’opera è Napoli, incarnata nella figura di Cenerentola, vittima innocente, sottomessa e relegata ai lavori più umili da una matrigna cattiva e dalle sue viziate e dispotiche figlie. L’ opera di De Simone, con un cast artistico prestigioso, composto principalmente dai componenti della Nuova Compagnia di Canto Popolare e da straordinari attori e cantanti della tradizione napoletana, debuttò il 7 luglio 1976 al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Per il pubblico e la critica fu un vero e proprio “Big-bang” teatrale, i presenti alla prima capirono subito di trovarsi di fronte a un’opera monumentale di grande respiro, audace e innovativa, capace di unire, in maniera sapiente e colta l’universo musicale della tradizione barocca a quello vivo e colorito della tradizione popolare campana (villanelle, tammurriate, moresche).

Il maestro Roberto D Simone con questo melodramma era stato capace di spazzare in un colpo solo, in maniera geniale e sapiente, la Napoli da cartolina, i luoghi comuni della sceneggiata, della pizza, degli spaghetti e del mandolino, tipici del folklore stereotipato, creato per uso e consumo dei turisti e, al posto di quei clichè logori e ripetitivi, restituiva al mondo un’opera visionaria, profonda, avvincente e di potente impatto emotivo. L’opera ottenne un successo straordinario, che si protrasse nel tempo senza soluzione di continuità: 400 repliche in due anni, sia in Italia che all’estero. Il ruolo di Cenerentola, figura centrale dell’opera e simbolo del riscatto popolare, fu affidato alla bravissima Fausta Vetere, dotata di una purezza vocale incredibile; Beppe Barra, grazie al suo istrionismo pirotecnico, diede vita, in un ruolo ‘en travesti’, alla matrigna della gatta Cenerentola, figura di grande potenza scenica, che lui caratterizzò con una ferocia e un’ironia inaudite, esaltandone la perfidia. Fu una performance strepitosa e indimenticabile. A differenza della Cenerentola della fiaba di Perrault o di quella del film di animazione di Walt Disney, quella di De Simone non è un fanciulla sottomessa e zuccherosa, in attesa di un riscatto passivo, ma una figura graffiante, sanguigna e dolente, visceralmente determinata a trovare la propria catarsi e il proprio riscatto sociale.

Attraverso una lingua napoletana antica che si fa codice musicale universale, De Simone ha celebrato non solo il riscatto di un personaggio, ma la dignità immortale di un intero popolo. Isa Danieli, bravissima artista a tutto tondo, attrice e cantante intensa e carismatica, interpreta la figura della Capitana delle lavandaie e quella della Capera (parrucchiera a domicilio, spesso pettegola e’nciucera n.d.r). Presente in ogni momento del terzo atto, alla prima di Spoleto incantò il pubblico con la magia della sua voce calda e appassionata, cantando due canzoni struggenti, nel primo e nel secondo coro delle lavandaie. Nel primo coro delle lavandaie interpreta un brano corale polifonico insieme ad Antonella Morea, Antonella D’agostino e Biancamaria Vaglio. Nel secondo coro delle lavandaie, accompagnato dal ritmo trascinante e ipnotico della tamorra e dal rumore dei panni sbattuti dalle lavandaie sulle assi di legno, interpreta, da solista, un brano ricco di pathos e di eros, di sapore diniosiciaco e, proprio come una Baccante invasata, si abbandona a una danza corale, cadendo a terra alla fine del canto. Esilarante è, poi, la scena delle ingiurie , un confronto verbale spietato e scurrile tra la capitana e il coro delle lavandaie da un lato e la matrigna e la prima figliastra dall’altro.

Le ingiurie e le bestemmie non si contano, le due parti se ne dicono di tutti i colori, senza esclusione di colpi. Indimenticabile è anche il duetto comico tra la capera e la matrigna. Un altro personaggio chiave della vicenda è la figura della zingara Maddalena (in napoletano Matalena, n.d.r), interpretata dalla bravissima Concetta Barra, attrice e cantante immensa, di solido stampo teatrale, madre di Beppe Barra. È lei la voce della chiaroveggenza popolare che profetizza il destino e incarna l'archetipo della femminilità mediterranea che De Simone eleva a sacralità. Accanto a questi grandi nomi dello spettacolo c’è anche la presenza, scenicamente preziosa,di una giovanissima Antonella Morea nel ruolo dell'Invidia della Lavandaia. È a lei che De Simone affida la solenne invocazione lirica di Jesce sole: un canto rituale risalente al XIII° secolo, una preghiera catartica che spezza l'oscurità del dramma per invocare la luce, la fertilità e la rinascita spirituale di una terra oppressa. Rispettando la consuetudine dell’Opera Buffa napoletana del 700’, dove i ruoli di donne anziane e bisbetiche venivano regolarmente cantati da uomini, in un registro vocale tenorile e baritonale, Roberto De Simone affida i ruoli femminili della Matrigna e della Prima Sorellastra rispettivamente a Peppe Barra e a Patrizio Trampetti (bravissimo attore, musicista, compositore e cantautore italiano).

Attraverso l'artificio dell' en travesti, la Matrigna cessa di essere un personaggio reale per trasformarsi in una maschera rituale ancestrale e la sua perfidia si eleva a forza astratta e mostruosa, diventando la metafora perfetta delle dominazioni storiche e della ferocia che hanno oppresso Napoli nei secoli. Se il personaggio della Matrigna fosse stato interpretato da una donna in carne e ossa, il pubblico avrebbe percepito la vicenda come un dramma domestico e il messaggio dell’autore avrebbe perso la sua efficacia. Giovanni Mauriello, musicista e attore italiano, di solido spessore artistico, incarna le figure speculari del Monaciello e del Femminiello, muovendosi sul confine tra il visibile e l'invisibile, tra magia profana e tragicità sacrale. Mentre il Monaciello trasforma la serva, attraverso il gioco e l'ambiguità erotica, in una giovinetta elegante ed attraente, il Femminiello si configura come un capro espiatorio, il cui sacrificio (nel terzo atto si butta nel pozzo, suicidandosi) è necessario per la purificazione e la rinascita della città. Con la sua bravura e la sua originalità interpretativa, ricca di gestualità e invenzioni espressive, Mauriello ha lasciato un segno indelebile nella storia del teatro italiano. Il personaggio dell’Asso di Bastoni, simbolo del potere maschile e della virilità e’ interpretato in tono grottesco e divertente dal bravo attore napoletano Franco Javarone.

Anche se sono passati 50 anni,’ La gatta Cenerentola’ di De Simone rimane un monumento insuperato del teatro musicale mondiale, una cattedrale barocca e popolare dove la lingua napoletana antica smette di essere dialetto per farsi codice universale dell'anima. Il merito storico del Maestro è stato quello di aver dimostrato che la cultura popolare non è un reperto polveroso da museo, ma una materia viva, pulsante e tragica, capace di leggere le ferite della contemporaneità attraverso la lente del mito ancestrale. Con il mio articolo ho voluto ricordare e celebrare un capolavoro teatrale immortale e l'immenso genio del suo creatore, che ha saputo raccogliere la polvere dei vicoli e il fango della sofferenza di una città "figliastra", trasmutandoli nell' oro teatrale più puro e fino. Un abbraccio forte, forte al grande maestro De Simone che si è spento il 6 aprile del 2025. all’età di 91anni, lasciandoci in eredità un patrimonio culturale di immensa portata. Grazie, Maestro, per tutto quello che ci hai regalato. 

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