di Francesco Apicella
Spettacolo: ‘Fattarielle e’nciuce’
‘Attenti al lupo!’
“Alfò, aspettami in macchina, faccio in un attimo, passo dal giardino e vado nell’androne del portone a prendere il tuo motorino” “ Ma perché non passi direttamente dal portone? “Non ho le chiavi del portone, ho solo quelle del cancelletto del giardino”. Era una notte di agosto del 1992, io e il mio amico Alfonso tornavamo da Battipaglia, dove eravamo stati a cena a casa di amici. La casa di mia sorella, che abita a Nocera Inferiore, è un imponente edificio di fine 800’, si trova ad angolo, all’incrocio di due vie e ha due entrate: una sulla strada principale, dove c’è un massiccio portone di legno, da cui si accede in un vasto androne e l’altra su una strada secondaria, dove c’è un cancelletto, da cui si passa in un grande giardino.. Lasciato Alfonso in macchina, aprii il cancelletto e mi ritrovai nel grande giardino. “Attento a dove metti i piedi, potresti cadere” mi raccomandò Alfonso “Non ti preoccupare, c’è una meravigliosa luna piena e si vede benissimo”. Attraversai il giardino, giunsi in un cortile interno, scesi tre gradini e mi ritrovai sotto l’androne dell’entrata principale, completamente immerso nel buio. Recuperai il motorino e stavo per aprire il portone. Mi fermai di colpo! Al di là del portone un cane cominciò ad abbaiare furiosamente. Mi paralizzai dalla paura, non potevo certo uscire in strada, il cane mi avrebbe sbranato. Trovai l’interruttore della luce e illuminai l’androne. Il cane era sempre lì e continuava ad abbaiare, rabbioso, ma, stranamente, a poco a poco ai latrati si inframmezzarono delle parole e, poi, delle frasi; infine, il cane cessò di abbaiare del tutto e si sentì solo una strana voce umana. “Fatemi entrare, per piacere, ho tanta sete” esclamò qualcuno al di là del portone. Mi spaventai a morte, lasciai il motorino sotto l’androne, attraversai di corsa il giardino, richiusi il cancelletto e salii subito in macchina. “Franco, scappiamo, ho sentito tutto!” disse Alfonso, terrorizzato “E’ un lupo mannaro, fuggiamo, accompagnami subito a Sarno, il motorino lo vengo a prendere domani”. Misi in moto ma, invece, di girare a destra, per andare verso Sarno, girai a sinistra. La curiosità fu più forte della paura. Volevo vedere chi era quella persona che grattava sul legno del portone e mi chiedeva di farlo entrare. Da lontano vidi una figura molto alta, in piedi, china in avanti e col viso appoggiato al portone. Quando fummo alla sua altezza, si girò di scatto e ci mostro il suo viso. Fu un attimo! Era vestito con un giubbotto chiaro, di pelo, senza maniche, aperto sul petto e portava dei pantaloni neri molto aderenti. Nonostante avesse il viso stravolto da qualcosa che lo tormentava e avesse la bava alla bocca, si capiva che, allo stato normale, doveva essere un bel giovane sui 30 anni. In lui non c’era niente di mostruoso ma soltanto dolore e sofferenza. Mi si strinse il cuore, la paura scomparve e provai tanta compassione per la sua infelicità. Il mito del licantropo o lupo mannaro ha radici antichissime nella cultura greca e romana ed è uno dei miti più antichi e affascinanti del mondo. Nella mitologia greca, il re dell'Arcadia, Licaone, volle mettere alla prova l'onniscienza di Zeus, servendogli un banchetto a base di carne umana (il corpo di uno dei suoi stessi figli). Zeus, inorridito e furioso per tanta crudeltà, fulminò i figli del re e condannò Licaone a trasformarsi in un lupo per l'eternità. Da questo mito deriva il termine colto e medico "licantropia, che unisce le parole lykös (λύκος, "lupo") e anthropos (ἄνθρωπος, "uomo") e indica la trasformazione di un essere umano in lupo o una malattia mentale in cui una persona crede di essere un lupo. Il termine lupo mannaro, invece, viene dal latino lupus (lupo) e dal latino tardo hominarius (umano) e appartiene alla tradizione popolare folkloristica . Plinio il Vecchio (nella sua opera Naturalis historia) e Petronio Arbitro(nel capitolo LXII del Satyricon, dove Nicerote , durante la cena, racconta la sua esperienza con un lupo mannaro ) parlavano già di uomini che avevano la pelliccia del lupo,nascosta sotto la pelle e che erano capaci di ‘rivoltare’ la pelle (‘i ‘versipelles’) per trasformarsi in lupi. A differenza del cinema moderno, dove basta il morso o il graffio di un lupo mannaro per contrarre questa ‘maledizione’, nelle tradizioni popolari italiane non c’era questa concezione; si credeva che nascere nella notte di Natale (tra il 24 e il 25 dicembre), dell'Epifania o di San Giovanni condannasse i maschi a diventare lupi mannari (e le femmine a diventare streghe o janare). La credenza secondo cui nascere nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, a mezzanotte precisa, portasse alla licantropia è una delle più forti in Campania. Veniva considerata un'imperdonabile forma di superbia e di oltraggio (un'eresia involontaria): l'unico a poter nascere in quel momento cosmico doveva essere il Salvatore. Chi "osava" nascere in contemporanea veniva privato della grazia divina durante il plenilunio ed era condannato a trasformarsi in lupo; secondo le credenze popolari si poteva diventare licantropi utilizzando unguenti magici, indossando una cintura di pelle di lupo, bevendo l’acqua piovana che si era raccolta nelle impronte lasciate da un lupo, bevendo da sorgenti protette dagli spiriti dei boschi o dormendo all’aperto sotto la luce della luna. Nel folklore italiano, il licantropo non era un mostro di Hollywood, ma un uomo malato e sofferente, la trasformazione avveniva quasi sempre nelle notti di luna piena (o nella notte del venerdì Santo). L'uomo sentiva un calore insopportabile nelle vene, fuggiva di casa, si spogliava e iniziava a correre a quattro zampe, ululando, grattando alle porte e aggredendo chiunque incontrasse. Per farlo tornare in sé, un vicino coraggioso doveva nascondersi dietro una porta o un angolo e, al passaggio del licantropo, pungergli la fronte o la testa con un oggetto appuntito (un chiodo, una lesina da calzolaio o una spilla). Bastava far fuoriuscire tre gocce di sangue per rompere l'incantesimo e farlo tornare immediatamente uomo, libero per sempre dalla maledizione, oppure se si riconosceva l’identità dell’uomo nascosto dietro ai lamenti e ai ringhi, lo si doveva guardare e chiamarlo per nome tre volte con fermezza: «Giovanni! Giovanni! Giovanni!». Quando l'uomo si trasformava in lupo perdendo il controllo, la sua parte animale prendeva il sopravvento, "addormentando" la sua identità umana. Sentire pronunciare il proprio nome di battesimo ad alta voce fungeva da vero e proprio shock psicologico: era un richiamo forzato alla realtà, che rompeva lo stato di trance bestiale e costringeva la mente a ricordare chi era veramente. A quel punto, secondo la leggenda, il licantropo si fermava di colpo, scosso da tremiti, e come se si risvegliasse da un brutto incubo, riprendeva i sensi. Spesso scoppiava a piangere per la vergogna e per il dolore, ringraziando chi lo aveva salvato dalla sua stessa furia prima che potesse fare del male a qualcuno. In Molise come difesa dall’attacco del licantropo si ricorreva alla ‘mappa’, un panno rosso di lana che, gettato addosso alla bestia, ne assorbiva la furia: il licantropo lo riduceva a brandelli e si sfogava sul tessuto invece che sulla persona che aveva davanti. Il rimedio più semplice ed efficace per sfuggire alla furia del licantropo era quello di salire le scale. Secondo la tradizione popolare il lupo mannaro non riusciva ad alzare gli occhi al cielo e non poteva quindi superare i tre gradini. Rifugiarsi al piano di sopra equivaleva a mettersi in salvo. Nelle leggende italiane l'acqua gioca un ruolo fondamentale nella licantropia. Il lupo mannaro della nostra tradizione cerca costantemente fontane, fiumi, abbeveratoi o pozzanghere. Mia nonna mi diceva che l'arsura che attanagliava il corpo del lupo mannaro era insopportabile, era come un fuoco che bruciava dentro e che lo spingeva a cercare fonti, fontane o corsi d'acqua per bagnarsi e dissetarsi. “C'era in una zona boscosa, lontano dal centro abitato” mi raccontò una sera la nonna, accanto al focolare “una sorgente d'acqua pura, freschissima, un lupo mannaro del posto, quando il suo male veniva fuori, stremato dal caldo interno che lo torturava e da un dolore insopportabile, vi si recava per trovare un po’ di sollievo; giunto sul posto, si spogliava dei suoi abiti, si immergeva nella grossa pozza d'acqua che si formava ai piedi della roccia di tufo e si rinfrescava quanto più poteva. Una notte qualcuno gli portò via i vestiti e quando lui uscì dalla fonte non potette più rivestirsi. Con grande vergogna e frustrazione stava tornando a casa nudo. "Carmine, Carmine, Carmine" lo chiamò un amico che lo conosceva e che stava andando a caccia "che ti è successo, ti hanno rubato gli abiti?" "Sì, stavo facendo il bagno nella fonte di Tufarella...tu sai" disse ad occhi bassi." Non ti preoccupare, abito a due passi, vieni a casa mia, ti darò qualcosa per coprirti e potrai tornare a casa a testa alta." In Italia la figura del lupo mannaro è profondamente radicata ed è stata immortalata dal premio Nobel Luigi Pirandello nella sua celebre novella "Mal di luna". Più che una colpa o un patto demoniaco, nel nostro folklore questa condizione era vissuta come una dolorosa malattia transitoria legata indissolubilmente alle fasi della luna, il licantropo non era un mostro era solo un povero essere umano malato, che soffriva di un'irrefrenabile frenesia distruttiva solo nelle notti di plenilunio. Nella tradizione popolare, l'uomo colpito dal male avvertiva l'attacco imminente, si isolava dal paese e cominciava a ululare disperatamente, raschiando le porte e gettandosi nel fango o nelle fontane per placare il bruciore interno, causato dalla trasformazione. Esisteva una regola ferrea per i familiari dei lupi mannari. Quando il malato usciva di casa durante la crisi, prima di rientrare doveva bussare alla porta esattamente tre volte. Se avesse bussato una quarta volta o se i parenti avessero aperto prima del tempo (quando era ancora in uno stato bestiale), avrebbe potuto aggredirli e sbranarli. Oppure gli si poteva aprire al mattino quando, con la luce del giorno, la crisi notturna era passata ed il malato aveva ripreso il controllo di sé. Dal punto di vista clinico la licantropia esiste davvero ed è una rara sindrome psichiatrica (una forma di delirio monomaniacale, le cui cause sono ancora sconosciute) in cui il paziente crede fermamente di potersi trasformare, o di essersi già trasformato, in un lupo. I pazienti affetti da questa sindrome, per fortuna molto rara, ululano, ringhiano, camminano utilizzando tutti e 4 gli arti, bevono con la lingua e non con le labbra e, in casi molto rari si può manifestare anche una forma reversibile di ipertricosi transitoria ( è una crescita anomala e temporanea di peli in zone localizzate o diffuse del corpo n.d.r), che scompare spontaneamente quando, passata la crisi, il licantropo diventa di nuovo completamente umano. Poiché la licantropia clinica è quasi sempre una manifestazione di una psicosi sottostante (come la schizofrenia o un episodio maniacale grave), i farmaci più efficaci per curarla sono gli antipsicotici (o neurolettici) di nuova generazione. Una volta che i farmaci hanno ridotto l'intensità del delirio e restituito al paziente un contatto con la realtà, interviene la psicoterapia. Il terapeuta aiuta il paziente a comprendere che le percezioni fisiche che avverte (il bisogno di ringhiare, la sensazione di avere le sembianze di un lupo) non sono reali ma sono inganni della mente dovuti al forte stress o a disturbi psicotici sottostanti. Curando la causa neurologica con farmaci specifici, il delirio del lupo mannaro scompare. C’è un legame molto stretto tra il licantropo e l’Aconito Napello (Aconitum napellus), una delle piante più velenose presenti in natura, conosciuta volgarmente come luparia, strozzalupo o flagello dei lupi. Fin dall'antichità greca e romana, e poi diffusamente nel Medioevo, i pastori e i cacciatori usavano il succo di questa pianta per avvelenare le esche di carne o la punta delle frecce destinate a uccidere i lupi che minacciavano il bestiame. Quando la paura dei lupi reali si è fusa con la superstizione, il veleno per i lupi è diventato automaticamente il veleno per eccellenza contro i lupi mannari. Secondo le Metamorfosi di Ovidio, l'aconito nacque in un modo spaventoso, legato al mondo canino: quando Ercole risalì dagli Inferi, trascinando con sé Cerbero, il mostruoso cane a tre teste, posto a guardia dell'Ade, la bestia fu accecata dalla luce del sole e iniziò a sbavare furiosamente. Le gocce di quella bava velenosa cadute sul terreno diedero vita alla pianta dell'aconito. Nella tradizione popolare di un tempo si credeva che l'odore della pianta o il solo toccarla potesse tenere lontani i licantropi , per cui si consigliava di tenere l’aconito in casa, di piantarlo nei giardini, di strofinarlo sulle porte e di portarne un sacchetto al collo come scudo protettivo nelle notti di luna piena. I lupi mannari ne avvertivano l’odore e rimanevano a debita distanza. Un saluto a tutti i miei lettori e un saluto particolare, affettuoso, a quel ‘licantropo’ di una notte d’agosto di tanti anni fa…ovunque egli sia.