Il 2024 è un anno fondamentale per gli italiani e i loro discendenti, poiché è l’anno in cui le radici italiane vengono celebrate in tutto il mondo. In Brasile, l’anno ha una doppia celebrazione, poiché segna anche i 150 anni della Grande Immigrazione Italiana nel Paese.
Cibo e legami culturali
L’alimentazione e i suoi rituali sono in grado di mantenere in vita alcuni legami con la cultura di origine. Il cibo può essere percepito dai cinque sensi: ha un odore, un colore, un gusto, un aspetto e un suono.
All’interno di un’esperienza migratoria, il valore del cibo del paese d’origine assume un significato di esperienza sensoriale che attraversa i confini dello spazio e del tempo, riportando a luoghi e a momenti familiari, a un’identità individuale e collettiva che in contesti come quello migratorio perde la sua forza nella quotidianità di una vita da espatriato, a volte degustare una pietanza della propria terra attiva una connessione con il concetto di nostalgia. Preparare e offrire da mangiare in una comunità espatriata annienta la distanza, anche se temporanea e quindi, non ci si trova più nel nuovo paese ma in una proiezione temporanea del proprio in cui si ritrova il calore della famiglia.
Il cibo come fortissimo legame con la patria
Tra 1876 e 1976, 27 milioni di persone lasciarono l’Italia, la stessa popolazione del Paese al momento dell’Unità, nel 1861. Per molti di loro il cibo rappresentò insieme la ragione per partire e ciò che più continuò a legarli all’Italia.
Oltre alla fame, gli immigrati portarono con sé le tradizioni culinarie delle feste i piatti «tipici» e l’idea che la cucina avrebbe tenuto insieme famiglie separate da oceani e confini. Inoltre coloro che sono partiti per assicurarsi condizioni migliori di vita e un pranzo tutti i giorni, in Italia forse mangiavano la carne due, tre volte all’anno, nei luoghi della grande migrazione, la mangiavano due, tre volte a settimana.
L’emigrazione italiana verso gli Stati Uniti assunse proporzioni imponenti tra la fine dell’800 e la Grande Guerra; è stata documentata solo sui numeri degli italiani che hanno lasciato la terra di origine, ma non sufficientemente si è indagato l’apporto che gli italiani hanno dato alla cultura alimentare degli Stati Uniti, generando la cosiddetta cucina italo-americana. La cucina degli italiani in America è stata un fenomeno di contaminazioni fra le proprie tradizioni, povere e genuine, così come l’approccio alla Tavola del tutto diverso. Il cibo quindi per documentare una particolare fase storica, con la capacità di testimoniare la forma di quel processo migratorio, i caratteri del suo insediamento, la dimensione delle relazioni interne alla comunità italiana e tra questa e le altre; la volontà di continuare a mantenerne e accentuarne percezione e memoria.
Per dare da mangiare ai tanti immigrati, uomini soli a cui solamente in seguito si ricongiungevano donne e bambini, nacquero moltissimi ristoranti che servivano la «cucina italiana», la contaminazione della cucina regionale italiana, ha modificato le ricette originali creando piatti diversi ma con un’aria familiare.
Il fenomeno del «pacco da giù», in cui la famiglia in Italia mette cibi deliziosi e ricchi di memorie da inviare ai figli, testimonia dell’immutato valore del cibo come elemento di identità per gli italiani nel mondo. I piatti che proponevano testimoniano delle tante cucine delle radici con cui essi hanno costruito e rinnovato la loro identità attraverso il tempo e le generazioni.
LA DIETA MEDITERRANEA
Se in passato il cibo è stato l’elemento che ha mantenuto vivo il ricordo della propria famiglia e della propria terra, oggi il cibo deve creare una mobilitazione con lo scopo di coinvolge tutta la rete diplomatico-consolare negli Stati con il maggior numero di italo-discendenti, gli Istituti Italiani di Cultura, l’Agenzia ICE ma anche imprese di settore, per approfondire le tematiche legate a tradizione, innovazione e sostenibilità della cucina italiana: dal valore dei piatti e ingredienti più antichi alle scoperte più innovative, dal food waste al benessere della dieta mediterranea, dalla consapevolezza sulle sfide nella nutrizione alla ricerca di maggior sostenibilità.
La cucina italiana, come le altre è un importante bene culturale immateriale, diffuso da tutti e tra tutti quelli che la praticano, la consumano e l’apprezzano che giustifica quindi, il «viaggio» gastronomico, l’odepòrico (raccolta di notizie) del cibo italiano nel mondo, usando proprio una parola rara e in disuso, che invita con il suo suono largo, all’esplorazione tra i piatti della cucina italo-discendente.
Un contributo quindi per “decifrare la lingua” di quella stagione detta “la grande migrazione”, riviverne l’atmosfera e aiutare a capire la valenza del rapporto tra cibo e migranti, ma anche approfondire l’evoluzione e gli sviluppi della cucina italiana e napoletana in particolare, negli Stati Uniti e Brasile. Una maniera per rivalutare un fattore irrinunciabile della memoria, riannodandone i fili con le terre dei propri avi, arricchendo il viaggio delle radici, dove tutti sono chiamati a partecipare assumendo il ruolo di “istituzione culturale” per salvaguardare, insieme alle tradizioni della cucina italiana, la cultura della civiltà della Tavola.
Se in passato il cibo è stato un legame con la terra dei propri avi, a maggior ragione oggi bisogna partire dalla pietanza più conosciuta al mondo la «PIZZA» simbolo dell’Italia e patrimonio dell’UNESCO per l’arte del Pizzaiuolo napoletano.
Turismo delle radici ed enogastronomia, volano di sviluppo per tutti quei territori minori che hanno visto partire i propri figli, dove l’arte dell’accoglienza come patrimonio più grande da mettere a disposizione di chi in passato ha lasciato la propria terra con grande sofferenza.
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