La pioggia, una copertura in cemento armato che diventa troppo pesante per l'acqua accumulata e non piu' scaricata in un terrapieno periodicamente invaso da terriccio e erbacce che ostruiscono una tubatura al suo sbocco. E' la serie di cause alle quali per Lucio Fino, gia' docente di Scienza delle costruzioni nella facolta' di Architettura dell'ateneo di Napoli, riconduce il crollo della Schola Armaturarum a Pompei nella notte tra il 6 e il 7 novembre 2010. L'illustrazione della sua perizia ieri in aula a Torre Annunziata, dove davanti ai giudici della prima sezione penale si celebra il processo all'unico imputato per il crollo, il funzionario della soprintendenza Paola Rispoli, responsabile delle Regio I e III degli scavi. E, all'Agi, Fino sottolinea: "Non ho nessuna certezza, dato che sul luogo del crollo non ho trovato piu' evidenze, ma ritengo questa concatenazione di fatti la piu' probabile".Fino e' partito nella sua ricostruzione dalla perizia del primo consulente del pm, Nicola Augenti, che gia' nel 2012 aveva depositato una relazione in cui indicava che non solo la pioggia come responsabile di un danno cosi' serio da portare alle dimissioni dell'allora ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi. Augenti indico' il cedimento del muro della Schola che insisteva su vicolo di Ifigenia, una porzione del quale era gia' crollato nel 1945, ricostruito negli anni '50 con piccole pietre e malta da lui giudicata di pessima qualita'. "Si', quel muro ha ceduto - conferma all'Agi Fino - ma per il peso generato da circa 6 centimetri d'acqua piovana accumulata sulla copertura di cemento armato della struttura, frutto di un restauro degli anni '50. Acqua che non aveva la possibilita' di essere scaricata in strada attraverso il tubo discendente sul retro della Schola, la cui asola finale era in quel momento ostruita da terriccio ed erbacce accumulate". Una situazione che, sostiene il professore, si ripeteva periodicamente, almeno secondo la documentazione anche fotografica in suo possesso, dal 1970 al 2015, allegata alla sua perizia. "Ho avuto l'incarico a fine ottobre scorso - racconta - a novembre sul luogo non c'era piu' nulla se non pochi frammenti di muratura ricoperta da teli di plastica. Quindi mi sono basato sugli elementi raccolti dagli investigatori, da Augenti, sui rilievi fotografici di uno studioso tedesco dal 1970, e su un fotopiano della Soprintendenza. E ho notato che il terrapieno adiacente alla Schola periodicamente era invaso da sterpaglie, erbe e terra, e in altri periodi ripulito, mettendo in luce le strutture del retro dell'edificio. Quando la Schola e' crollata, era ingombro. Il muro del vicolo non emerge fosse fessurato. Quindi, e' probabile che l'acqua sul solaio di cemento abbia ristagnato, un accumulo di circa 6 centimetri, cioe' circa altrettante tonnellate di peso, perche' la tubatura che avrebbe dovuto incanalarla verso il terrapieno era tappata alla base da fango ed erba". "Nessuno - precisa il docente in pensione - avrebbe potuto rendersi conto dell'accumulo di acqua, perche' il solaio in cemento era a una quota molto piu' alta del terrapieno. Solo dall'alto, da un drone o un aereo, sarebbe stato percepibile".


