Metamorfosi - Tra i binari di Sarno il nome di Dio: la magia di Sarno

18 Gennaio 2017 Author :  

Cercai un segno e trovai tra i binari, il nome di Dio. Sembra strano, ma è proprio quello che mi è accaduto. Facevo il pendolare tra Sarno e Caserta ed attraversavo un periodo di forte ricerca spirituale. Da sempre, ho coltivato questo aspetto interessandomi a molti studi, esperienze e percorsi. Dicono, che la mia sia un’età indicativa per un ritorno di crisi esistenziale, che spinge alla ricerca di Dio, di sé stessi e dell’Anima Mundi. L’età in cui ci si sente stanchi, sconfitti, fuori posto, privi di uno scopo. Di solito, si presenta in vista alla pensione, quando si ha piena contezza della propria realizzazione o fallimento e si cova, inconsapevolmente, un’insidiosa depressione pronta a venire alla luce da un momento all’altro, in tutta la sua devastante possanza, riducendo il fallito-realizzato ad una ameba e nel migliore dei casi, ad unbradipo, l’animale più pigro, sonnacchioso e lento del mondo ma anche il più dolce, per me. Sono moltissimi, i casi di miei coetanei ultracinquantenni ed ex Figli dei Fiori, che pur di trovare un posto nel mondo ed uno scopo più alto per la propria esistenza, hanno aderito a sette, chiese, movimenti, ordini, conventicole magiche, religiose e filosofiche, praticando corsi di autoconoscenza, funzioni spiritistiche, celebrazioni di messe bianche e nere, pellegrinaggi, digiuni ed eremitaggi mistici. Famosi e numerosi, sono i casi raccolti dalla stampa di persone che hanno ritenuto di dare una svolta alla propria vita, con esiti diversi e spesso, da cronaca nera. Alla fine degli anni ’70, ad esempio, dopo circa un secolo dal successo della Società Teosofica di Madame Blavatsky e di quella Antroposofica di Rudolf Steiner - che annoveravano parecchi geni dell’arte come Gauguin, Mondrian, Duchamp, Pollock, Boccioni, Charles Gounod e Frank Lloyd Wright - proruppe Scientology di Ron Hubbard. Scientology, è una chiesa fondata nel 1954 a Los Angeles che annoverava tra gli adepti alcune startra cui Tom Cruise, John Travolta, Christopher Reeve e il poeta della beatgenerationWilliam S. Borroughs. Attraverso di loro, Scientology fece cassa e fu conosciuta nel mondo. Per tale ragione, molte indagini giudiziarie ed inchieste giornalistichefurono aperte, ma non soltanto su Scientology; diversi dossier furono infarciti di reati di manipolazione mentale, plagio, raggiro, truffa e appropriazione indebita, giungendo addirittura in alcuni casi, all’induzione al suicidio, all’omicidio e alla strage. Fu eclatante nel 1969, la carneficina in cui perse la vita la bellissima attrice Sharon Tate di 26 anni, incinta di otto mesi e moglie del regista Roman Polanski. La strage, fu eseguita da adepti della The Family1, una setta con basi di magia nera, che viveva come una Comune, consumando sostanze psicotrope e praticando il libero amore hippy. La Famiglia o The Manson Family, fu ideata dal musicista Charles Manson già noto alla Giustizia, che sosteneva di essere la reincarnazione di Gesù e di Satana. Avevo terminato di leggere tutti gli Apocrypha cristiani pubblicati, comprese le ultimissime traduzioni ed integrazioni sia dei Codici di Nag Hammâdi che dei Rotoli di Qumran2. Erano le sette e un quarto del mattino di una splendida giornata di settembre. Io ero molto felice di recarmi ogni mattina a Sarno, la città del dio-fiume sdraiato sulla roccia tra le rigogliose piante fluviali con addosso un’ampia tunica verde3. Il dio-fiume, nell’antichità ha ispirato opere d’arte, leggende, egloghe, canti e spicilegi. Nel 993 ad esempio, a sette anni dall’incombente fine del mondo dell’anno 1000, si diceva che tra le sue acque gelide fosse stato ucciso un serpente4 così grande da inghiottire uomini ed animali. Sul mito di Isidoro di Siviglia, si disse che era il Basilisco, il re dei serpenti. Il serpente con il diadema. Il diadema, è rappresentato da una macchia bianca sulla testa. Nel vicino principato di Capua, durante la Pasqua, era stato assassinato il principe Landenolfo di Capua da un gruppo di sovversivi pagati da suo fratello Laidolfo, conte di Teano. Il basilisco, come Medusa, una delle tre Gorgoni, aveva il potere di pietrificare con uno sguardo, chiunque lo fissasse. Una leggenda, racconta che un uomo durante una battuta di caccia, aveva incontrato un giovane basilisco che capiva le sue parole e leggeva nel suo pensiero. Divennero amici. Il basilisco, visto che l’uomo gli aveva confidato tutti i suoi segreti, volle ricambiare la fiducia e gli chiese di custodire la cosa più cara che avesse. L’uomo gli promise di rispettare quel bellissimo reciproco sentimento e lo assicurò che, a costo della propria vita, nulla sarebbe accaduto a quanto gli avesse eventualmente affidato. Allora, il basilisco si allontanò e più tardi, ritornò con un uovo. Gli disse: - Guardami! Ciò che ti affido è tutta la mia forza, la mia energia. L’uomo prese l’uovo, guardò il basilisco negli occhi in segno di lealtà e ripose l’uovo in un forziere insieme ai suoi averi. Non trascorse neanche un giorno, che la forte curiosità lo indusse ad aprire il forziere. Estrasse l’uovo, lo fissò. Era curioso di sapere cosa effettivamente contenesse, quali ricchezze o magici segreti. Lo ruppe. Uscì del liquido trasparente che si spanse sul tavolame. Quando il basilisco tornò, senza che l’uomo gli avesse detto ancora nulla, si mise al centro della casa, formò con il corpo una spirale che occupò l’intera superfice. Poi, drizzandosi, disse dall’alto: - Sei un malvagio! Hai rotto il nostro patto di pace! L’uomo cercò di giustificarsi, ma invano. Il serpente adesso, quasi toccava il soffitto. L’uomo tremava come una foglia. Da lassù il gigantesco rettile, tuonò ancora: - Tu hai preso la mia anima, io non ti ucciderò, ma da questo mento in poi, dovrai avere sempre paura, più ci sarà silenzio intorno a te, più la tua anima poco per volta ti abbandonerà. Hai ingannato. Temi il silenzio, esso sarà il tuo boia… Dopo di ciò, scivolò via, ed appena fuori, scese un silenzio assordante. Anche il fiume si tacitò. L’uomo prese a gridare. Ma nulla si mosse: nessun rumore, né canto di uccello si levò, né richiamo di fiere, né voci umane. La pazzia insieme al terrore, cominciarono ad impossessarsi di lui che precipitava verso il (fiume) Sarno. L’uomo uscì. Si sedette su un ceppo, fuori casa, con la testa tra le mani. Dopo un po’ senti i piedi bagnarsi. Tentò di muoversi, ma era come incollato alla terra. Per liberarsi, si bagnò anche le mani. Le pulì superficialmente sui pantaloni già lordi. Più disperato che mai, riprese la sua posizione. Prese ancora la testa tra le mani e sconsolato, pianse. Poi, provò di nuovo a liberarsi con le mani tutt’uno con la testa. Dal monte Saro, nel mentre chiedeva aiuto come un forsennato, un falco in picchiata gli strappò la lingua. Muto e insordito dal silenzio, poteva solo vedere, ma era notte e nella notte, le anime volano. Anche la sua, l’abbandonò. Con tutta la forza che gli era ancora rimasta, inebetito, disperato, si spinse in avanti con il busto, verso la riva del fiume, a pochi centimetri. Il viso si schiantò nell’acqua. Per un attimo, tentò di prendere fiato poi si lasciò andare, aprì la bocca sanguinate ed affogò. Dallo stesso punto, emerse il basilisco che svettò in tutta la sua possanza. Aprì le fauci, lo trasse via dall’acqua e poi e lo inghiottì. Quel punto preciso del fiume, da allora fu conosciuto come fauce, cioè (la) Foce ed il fiume Dragonteo o Dragone. Sarno è un luogo suggestivo, come l’intera Valle che ne prende il nome. A me piace molto. Con la sua propria e singolare lingua locale, è uno dei paesi più caratteristici e suggestivi del territorio: budelli5 che attraversano il cuore delle cortine incoronate6 da antichi portali, rivoli e sorgenti gelide e trasparenti, piccoli ponti dai quali si ode il canto dell’acqua ed il contrappunto dei cigni in amore e delle oche loquaci, mulini, grotte invisibili, poggi fortificati e fertili pianure, montagne misteriose dove circolano leggende di streghe, di nascondigli di eretici e di briganti, dove all’alba del Venerdì Santo, vi si inerpicano Paputi7 incappucciati di rosso che recano sulle spalle croci di legno per raggiungere in processione, l’antico borgo di Terravecchia sul Sarino o Saretto, sino alla chiesa che nel 1200, al ritorno dei Templari, fu dedicata a Maria Maddalena. Durante la salita penitenziale, i Paputi trovano ristoro strada facendo, presso i toselli posti all’esterno di ogni chiesa: edicole votive chiamate sepolcri, che non raffigurano scene della Passione, ma incorniciano devotissime icone mariane con fiori, giunchi e spighe di grano. Dall’alto di quel poggio che si specchia nel Vesuvio, si ammira la Valle ed i suoi colori, costellata da tante piccole e tipiche colture, oltre a quelle più vaste dei famosi pomodori San Marzano, lambite dal Sacro Fiume e dalle sue copiose bocche. Pregevoli, sono le rare colture di arbusti fluvialitessili e a intreccio, di gelsi dolcissimi e polposi le cui foglie, leccornia per i bachi da seta, sono state rinomate dall’anno 1000 sino al secolo scorso in tutto il mondo tessile, quelle di finocchio tondo di Sarno, di peperone friariello dolce, di cavolo, di cetriolo, di lattuga Signorella, di tabacco, di noccioli, di mandorli e di spelta (che è una specie di orzo), di  fave, di loti ed infine di prelibati cipollotti8chiamati abusivamente Nocerini; infatti, le loro apprezzate qualità sono dovute esclusivamente alle proprietà uniche del fiume Sarno, il fiume dalle molte sorgenti note sin dall’antichità e decantate, insieme allo stesso cipollotto raffigurato nella Casa del Larario del Sarno a Pompei con il dio-fiumeSarno, dalla Scuola Medica Salernitana. Nerone, conoscendo bene le proprietà magiche del Sarno, oltre ad apprezzarne le anguille, aveva fatto costruire degli acquedotti per portarle a Miseno e a Baia a beneficio di quei luoghi e delle loro genti. Lo stesso, fece più di mille anni dopo, il conte di Sarno Muzio Tuttavilla, portandole a Torre. Queste acque, nel lungo corso del fiume, appaiono bianche come il lattein brevi tratti, in altri presentano delle venature rosse che affiorano dalle profondità e nei pressi delle bocche, si mostrano cristalline. Se vi si immerge un velo, in uno di questi tratti, quando si asciuga diventa inamidato, in altri, se vi ci si tuffa, la pelle diventa levigata come il marmo statuario; per tali motivi, gli antichi erano fermamente convinti dei prodigi di quelle acque e quindi della sacralità di questo fiume, alla stessa stregua i contemporanei non possono fare a meno di piangerne il suo inquinamento, dovuto a sversamenti di acque nere e di abusivi scarichi industriali. Delle sue virtù taumaturgiche, ve n’è un’antica e soddisfacente produzione letteraria. Le cronache del 918 riportano che il giorno di Pentecoste, che cadde il 24 maggio, per tre giorni consecutivi il fiume si tinse di rosso sangue creando panico e pentimenti9. In tempi più remoti, Gaio Svetonio Tranquillo, ne evidenziò la magia quando narrò di un Epidio Nuncionio10 che precipitò nella fonte del fiume Sarno e riapparve poco dopo, con le corna; fu subito annoverato tra gli Dei. A proposito di corna, potente ed arcaico simbolo pagano della fecondità che raffigura la Luna, nella Valle del Sarno si praticava almeno sino al 1600 una sorta di corrida dove qualche pupillo dei Carafa, come Francesco, ne prendeva parte dimostrando la sua abilità di boia. Dicevo, abusivamente Nocerino riferendomi al cipollotto, ma vale anche per Epidio Nuncionio che diventa miracolosamente Epidio Nocerino per i Fresa di Nocera Superiore, senza alcuna base documentale, così come il tufo grigio di Fossa Lupara di Sarno e di Fiano di Nocera, confinante con Lavorate di Sarno, viene generalizzato ma distintamente chiamato tufo nocerino. Tutto, è nato intorno al fiume Sarno e pertanto, per semplice onestà storica e nel caso dei cipollotti, per dovuto riconoscimento alla storia della rinomata, quanto antichissima, agricoltura multi cultivar della Valle del Sarno, si dovrebbe parlare esclusivamente di Cipollotto della Valle del Sarno e di Tufo Grigio della Valle del Sarno: - La città di Sarno nel sec. XI, era molto più cospicua e rinomata della sua madre Nocera. E in verità, uno dei motivi per cui nella erezione di questa novella Chiesa Vescovile, la città di Sarno fu creduta degna di doverne essere la Cattedra, e non già quella di Nocera, fu appunto perché Nocera era allora (ancora) divisa in più paghi, […] ed era intieramente distrutta, e diroccata11. Sarno, che fu anche sepolcro per Teia re dei Goti, che vi trovò la morte per ordine di Narsete, e teatro della battaglia del 7 luglio 1460 tra Ferrante I d’Aragona e Giovanni d’Angiò, è uno scrigno di tesori architettonici, naturali, e di antichi saperi. Di Sarno, era Giovan Vincenzo Colle il Sarnese, maestro di Giordano Bruno. Quella intorno alla Stazione delle Ferrovie di Stato, è la zona più antica, incantevole e fatata, con relitti medievali di carceri, templi e fortificazioni, che si estende sino alla Foce, dove c’è una chiesa nata da un preesistente tempio sotterraneo, forse dedicato all’Arcangelo Michele, dal quale prende il nome il monte sovrastante. La chiesa, è il Santuario di Santa Maria la Foce, di remota origine. Lo testimoniano i materiali votivi conservati nel Museo di Sarno e datati dal IV al II secolo a.C. Fu, comunque, ripristinata intorno al 1000 da fra’ Guglielmo da Vercelli, abate e fondatore del Santuario di Montevergine nato sui resti di un tempio pagano. Attaccata alla chiesa, c’è la grotta-galleria; si dice che, quando il generale cristiano Narsete combatteva nell’anno 553 i Goti, sulle opposte ripe del Sarno, apparve ad alcune donne che attingevano l’acqua o facevano la colata12, la Madonna col Bambino sotto l’ottava arcata, esattamente al centro delle quindici sorgenti di Foce13. Ancora oggi, la notte del 14 agosto, c’è l’usanza di recarvisi a piedi in pellegrinaggio, cantando e danzando al ritmo delle tammorre (tamburi a cornice). Tradizione vuole, che qualche secolo prima, una schiera di pellegrini partisse anche dal più lontano Ponte delle Figliole, un esempio di innovativa architettura borbonica di legno e ferro costruito a confine tra Castellammare e Pompei. Il ponte, a guardia delle testate recava quattro bellissime sculture di Sirene14 in ghisa, chiamate affettuosamente e con la considerazione di tutti i Sarnesi, le Figliole15. Dicevo, che erano le sette e un quarto del mattino di una splendida giornata di settembre quando, dando uno sguardo al cielo abbagliante per leggere le nuvole16, vedevo formarsi un drago che avanzava da est, che diventava aquila e si trasformava in cavallo: Cioè che sarebbero sopravvenuti in me importanticambiamenti di crescita, se avessi avuto fiducia (in me). Per un cristiano-gnostico, affidarsi alle nuvole non era proprio il massimo della saldezza ma per uno come me, che è sempre vissuto con la testa tra le nuvole, era indispensabile, in nome del buon vicinato, soprattutto conoscerle e saper comunicare decifrando i segni del Cielo, del quale ne erano degne messaggere. Volli così sperimentare la mia lunga, costante, intensa, nonché felice relazione trascendentale, mettendo alla prova il mio credo e le parole del mio Tutto, invocandolo con tutto me stesso di manifestarsi, cosa che prima di allora non avevo mai osato fare avendo sempre colto la sua parusia nel dono della vita presente in ogni cosa visibile e invisibile. Ma ero una persona, e per giunta anche più vulnerabile in quel periodo di crisi. L’invocazione di manifestarsi, era nata dalle mie ultime letture: - Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto17 e: - Chiedete senza motivi nascosti e siate circondati dalla vostra risposta18. Ricordo ancora che in quello stesso periodo, si erano verificati altri fatti altrettanto singolari; il mio amico Gianfranco, un validissimo pittore e poeta, mi aveva taggato su Facebook una foto che mi ritraeva in bella posa, con abiti del primo ‘900. Avevo un retino tra le mani per catturare farfalle e indossavo un panama. Sorrisi. Inizialmente, pensavo che fosse un fotomontaggio poiché ero spiaccicatamene io. Oltre all’abito d’epoca ed al retino, gli occhiali di metallo, la barba sfolta sul mento, gli occhi leggermente ravvicinati e lo sguardo giocondesco, erano tutti particolari che mi connotavano. Ho sempre creduto che dopo la morte, qualcosa di noi rimanesse per sempre sulla terra. Anche gli scritti di Pavel Florenskij, mi avevano rafforzato questa credenza. La nostra energia, cioè fatta di spirito ed anima, di volta in volta avrebbe sviluppato, se positiva quindi se tendente ad unire, altri uomini preservando la continuità della Specie Umana e della Terra. Soltanto i suicidi, non avrebbero potuto liberare la loro energia, anche se positiva. Tra lo spirito e l’anima, intercorre la stessa relazione che intercorrerebbe tra l’intelletto e la coscienza. Per un cane, ad esempio, l’intelletto corrisponde a quel percepire con il pensiero ciò che gli si dice, e la coscienza nel fiutare l’indole dell’essere umano quando gli è vicino. Sono restato ancora una volta sconvolto quando ho capito chi fosse quel mio sosia e che interessi avesse. Si trattava di Augusto Carvalho Monteiro, uno stravagante portoghese dedito agli studi teologici e teosofici ed appassionato come me, di simbologia e linguistica ma contrariamente a me, lui era ricchissimo. In Portogallo aveva fatto costruire da un architetto italiano un enorme palazzo con statue, laghetti, grotte, pozzi, labirinti, tempietti e giardini esotici, tutti carichi di simboli. Il poeta inglese lord Byron, che vi giunse nel 1809, ne rimase stupefatto e parlò di: - Eden Glorioso. La stessa meraviglia la provò Richard Strauss che non poté fare a meno di esclamare: - È la cosa più bella mai vista! È questo il vero giardino di Klingsor, e lassù il castello del sacro Graal. Il palazzo è noto con il nome di Palácio da Regaleira ma anche come Palazzo di Monteiro il Milionario19 ed è situato nel centro storico della bellissima e caratteristica città di Sintra, in Portogallo appunto. Dopo qualche minuto, l’altoparlante annunciò l’arrivo del treno, oltrepassai i binari e vidi tra le pietre, al centro delle rotaie, qualcosa brillare. Una luce gialla. Era il riflesso dei raggi del sole su un piccolo frammento di plexiglass. Con le membra ebbre dei miei desideri ed il cuore spalancato dalle mie certezze, lo raccolsi, lo guardai e riguardai, ma stentavo a credere a ciò che vedevo. Si dà credito alla televisione, ai giornali, alle promesse, alle dichiarazioni d’amore e persino ai politici, agli avvocati e ai medici, ma dubitiamo che nell’oltre possa esserci vita, esistenza, coscienza ed intelletto d’amore. Mi commossi, sentivo il mio corpo farsi fuoco, il tamburo del mio cuore risuonare al tocco rapido delle bacchette del mio esistere, guardai in cielo: sbuffi di nuvole bianche e dorate si rincorrevano come veli di luce e di tenebra, poi ammirai il Vesuvio, il limpido fiume sottostante e diressi nuovamente il mio sguardo sulla tessera che stringevo tra le mani tremanti. Guardavo circospetto, mi scrutavo intorno per vedere se gli studenti, dall’altra parte del binario, avessero visto o intuito qualche cosa di ciò che mi era accaduto. Tremavo ed allo stesso tempo esultavo di una forma di felicità che sino ad allora, non avevo ancora conosciuto. Sulla piccola tessera gialla di plastica trasparente, più piccola di una carta da gioco, c’era scritto a lettere cubitali e in rosso, su due righe: - È DIO. La capovolsi e lessi, poiché trasparente, sull’altro lato: - DIO È. Chiaramente non parlo qui di miracolo, né alludo ad un esemplare stampato in quel modo e smarrito da qualcuno chissà quando, ma di un frammento di una targa più grande spezzata in modo netto dalle ruote d’acciaio del treno in più parti che lasciava casualmente, evidente e chiara, soltanto quella sintetica manifestazione. L’ho gelosamente conservata nel cassetto del mio scrittoio dove adesso sto scrivendo, ed ogni tanto me la guardo, la osservo. Arrivò il treno ed io giunsi a Caserta. All’orario stabilito ritornai a Sarno per prendere l’auto che avevo parcheggiato nello spiazzo antistante. Si era fatto buio. Il Saretto era illuminato da tante luci tenui, ma quante bastavano ad evidenziarne le sagome dei remoti ruderi e compiere l’antica magia di Sarno. Arrivai a casa. Di notte stentai a chiudere gli occhi e nei giorni successivi, non pensai ad altro che a quella piccola tavola di Mosè di plastica gialla, dove non c’erano precetti ma un messaggio, un assioma, un postulato di due parole, che inondarono il mio essere di vita sopraggiunta e di nitore. Lodai la sua grandezza, giacché mi aveva preparato e fatto un vero essere umano20.

1 Traduzione: La Famiglia.

2 Denominati anche Manoscritti del Mar Morto.

3 Nella Casa del Larario del Sarno a Pompei: Regio I, Ins. 14, n. 7.

4 Cfr. Nicola Andrea, Siani, Memorie storico-critiche sullo stato fisico ed economico antico e moderno della città di Sarno e del suo circondario, tip. Società Filomatica, 1816, p. 172: Nel 993 che tra le acque del fiume Sarno fu ucciso un serpente basilisco che si inghiottiva uomni ed animali essendo di estrema grandezza.

5 Ad esempio v. vicolo Biasivoccola nel centro storico.

6 Come il portale in “tufo grigio di Fossa Lupara” del Pal. Capua-Museo Archeologico.

7 Traduz.: Paputi: da pappus = vecchio, per Franco Salerno. Per me, anche = Saggio.

8 Botanica: Allium cepa.

9 Cfr. Annalista Salernitano (Chronicon Salernitatum, collectum nel 793 per Petrum de Salerno Cancellarium, et Girbertum Archivarium sub Petro Abbate della SS. Trinità di Cava ed iniziato con la costruzione del Monastero di San Benedetto di Salerno per opera dell’abate Guibaldo): - alla festa di Pentecoste del 24 maggio del 793 per 3 giorni scorse torbido come se fossero acque di sangue. Cfr. Nicola Andrea Siani, Memorie storico-critiche sullo stato fisico ed economico antico e moderno della città di Sarno e del suo circondario di N. A. Siani, tip. Società Filomatica, 1816, p. 169.

10 Cfr. L’Italia avanti il dominio dei Romani, G. Pagani, Firenze, 1821 vol. I, p. 218: -Epidio Nuncionio, quem ferunt olim praecipitatum in fontem fluminis Sarni, paullo post cum cornibus extisse, ac statim non comparuisse, in numerusque deorum habitum; Svetonio, decl. Rethor,

11 Cfr. N. A. Siani, Memorie Storico-Critiche sullo stato fisico ed economico, antico e moderno, della Città di Sarno, Società Filomatica, Napoli, 1816, pp. 131-133.

12 Traduzione: Culata ovvero colata, Bucato.

13 Cfr. C. Di Domenico, Un santuario Millenario. S. M. della Foce Sarno, Sarno, Graf. Sarnese, 1971.

14 Forse prendendo spunto dal Pentamerone Sarnese di A. Carrella, ed. Ripostes, p. 116.

15 Cfr. A. Maiuri, Passeggiate campane, Milano, Rusconi, 1990.

16 Si chiama Nefelomanzia o Arcomanzia, l’antica arte di leggere le nuvole.

17 Cfr. Luca, 11, 1, 13.

18 Cfr. Giovanni, 16, 23, 24.

19 Traduzione: Palácio do Monteiro dos Milhões.

20 Cfr. Maria di Magdala, pap. 8502 di Berlino e pap. Rylands III, n. 463.

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