Mentre prosegue la stima dei gravi danni causati dalla bassa pressione denominata “Harry” sulle regioni meridionali della Penisola e sulle isole maggiori, e con nuove perturbazioni attese nei prossimi giorni sul territorio italiano, diventa fondamentale fare chiarezza sul reale inquadramento scientifico dell’evento. Una chiarezza che, secondo Massimiliano Fazzini, docente universitario, climatologo, geologo e Coordinatore del Team sul Rischio Climatico della Società Italiana di Geologia Ambientale, è spesso offuscata da informazioni imprecise che rischiano di generare allarmismo e confusione nei cittadini.
“In primis, non si è trattato di un ciclone simil tropicale”, spiega Fazzini. “Esistono precise regole termodinamiche che consentono di definire una struttura di bassa pressione come tale: nella fattispecie, questa non presentava alcun ‘cuore caldo’ e va dunque annoverata tra le depressioni extratropicali a genesi mediterranea”.
Un chiarimento necessario, soprattutto alla luce delle numerose interpretazioni mediatiche che hanno descritto l’evento come eccezionale dal punto di vista climatico. “Qui si parla di meteo, non di clima”, sottolinea il docente. Venti superiori ai 130 km/h e cumulate pluviometriche oltre i 300 millimetri in 48-72 ore rappresentano certamente un evento meteorologico di forte intensità, ma per parlare di estremo climatico occorre che l’analisi delle serie storiche dimostri, numeri alla mano, che un evento simile non si sia mai verificato in precedenza.
Anche sul fronte delle altezze d’onda – spesso riportate in modo discordante, tra gli 11 e i 16 metri – Fazzini invita alla prudenza. “L’ISPRA gestisce un’eccellente rete mareografica nazionale, ma su un arco temporale relativamente breve, spesso di pochi lustri. Quando si afferma che certe altezze non sono mai state raggiunte ‘sino ad ora’, quel ‘sino ad ora’ va riferito esclusivamente al periodo caratterizzato da osservazioni omogenee e continue”.
Accanto all’analisi scientifica, emerge però un dato positivo: l’assenza di vittime nonostante la magnitudo dell’evento. “È un segnale importante – evidenzia Fazzini – che indica come il cittadino stia lentamente prendendo coscienza dei rischi reali legati all’estremizzazione dei fenomeni atmosferici e marini”. Una consapevolezza che diventa fondamentale per evitare conseguenze drammatiche, soprattutto se non si rispettano le basilari regole di protezione civile previste dai piani di emergenza comunali, spesso non aggiornati.
Il tema centrale, conclude il climatologo, non è più se un territorio sarà colpito, ma quando. “Il quadro dei rischi climatici che caratterizza il nostro Paese è ormai evidente. Tutto ciò, in attesa della prossima ‘eccezionale’ burrasca, dell’uragano o della nevicata del secolo, puntualmente annunciati per la settimana successiva”.
Aumentare la consapevolezza dei rischi e migliorare la qualità dell’informazione resta oggi la vera sfida.


