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Una sala dell'Auditorim Sant'Alfonso intitolata alla memoria di Franco Pinto

21 Febbraio 2026 Author :  

di Antonio Avigliano*

Ci sono luoghi che non sono soltanto mura, sedie e palcoscenico. Sono spazi di memoria, di identità, di futuro. Intitolare una sala dell’Auditorium Sant’Alfonso di Pagani a Franco “Ciccio” Pinto significa consegnare quel luogo alla storia viva di un uomo che del teatro ha fatto una missione, un esercizio morale, una forma alta di educazione civile. Non è solo una targa: è il riconoscimento di un cammino, di una voce, di una coerenza durata tutta una vita.

Il mio amico Ciccio è stato sempre presente nella mia famiglia. Dagli inizi degli anni ’60.

Abitavamo in un appartamento di Don Ciccio Vanacore (‘o Spedillo), nel palazzo del Bar Santa Lucia. Lui faceva parte del gruppo di amici di mio zio insieme a Claudio Tortora, Bruno Catania, Luigi Visconte, Filippo Casula e tanti altri: una compagnia vivace, capace di combinarne di cotte e di crude.

Io, primo nipote della famiglia, ero la mascotte del gruppo. Venivo coinvolto nelle loro “strategie di contatto” e in cambio mi guadagnavo un gelato di Don Prisco o qualche altra regalia.

In quegli anni le ragazze corteggiate lungo il corso Ettore Padovano — il corso degli amori intrapresi e di quelli non andati a buon fine — venivano chiamate “spaillere”. La frase rituale era: “M’aggi’a fa’ na spaillera”. Se il vento girava bene, anche più di una.

Prima delle sortite domenicali si preparavano i bigliettini. Il mio compito era quello di portapullaste, mezzano, ruffiano: consegnavo i messaggi alle ragazze indicate. Se la spaillera accettava il bigliettino, missione compiuta; se lo riportavo indietro, missione fallita. Per me era un gioco, ma ben ricompensato.

Le feste sul terrazzo o in salone sancivano ufficialmente i fidanzamenti. Avevo sette, otto anni. Mi rispettavano, ero parte del gruppo. Mi insegnarono il twist, la mattonella. L’amico Gaetano Califano, esperto di cheek to cheek, portava una nipote della mia età e mi buttavano nella mischia. I dischi giravano su una vecchia radio con giradischi. Il Reader’s Digest arrivò più tardi, con un sistema di pagamento a prima rata che nessuno completava.

Alle feste Ciccio era sempre presente. Ballava poco, ma con la sua voce calda si intratteneva con le ragazze che si sedevano a riposare. Coinvolgeva le più stanche nel cambiare i dischi e, con naturale eleganza, “pigliava pur’isso”. La sua pacatezza era proverbiale: fare lento, spirito sornione, ironia sottile. Solo il padre, Don Vicenzino ‘e Perillo, filosofo all’antica e uomo d’azione, riusciva a imporgli ritmi più sostenuti.

Il “ricovero” era spesso casa nostra, in Via della Repubblica. Sua madre, donna di grande dolcezza, lo proteggeva insieme alle zie nella cameretta attigua alla prestigiosa Macelleria Pinto. Ciccio era l’unico maschio tra tre sorelle. Mia nonna faceva da ponte tra le famiglie. Lui e mio zio Bebè erano sorvegliati speciali.

Ricordo ancora la Sunbeam nuova di zecca di mio zio. “Bebè, me pozzo piglià ‘a macchina?” Tornò distrutta. Alla domanda su cosa fosse successo, la risposta fu semplice: “Dottò, siamo andati a sbattere in un muro”. Il divertimento dell’epoca consisteva nel guidare in due: volante e frizione al conducente, freno, acceleratore e cambio al navigatore. I più temerari dividevano perfino il volante.

Cresciuto in casa mia, coccolato dall’affetto di tutti, Ciccio era capace di svincolarsi con diplomazia anche dalle domande più incalzanti: “Dottore, dobbiamo scendere, abbiamo una commissione urgente”.

Non ci siamo più persi di vista.

Con le radio libere la sua voce qualificò professionalmente la RDA – Radio Diffusioni dell’Agro – nel programma di lettura poetica “Occasioni per raccontare”. Intanto già faceva teatro. Il primo maestro fu Armando Leopaldo. Partecipò a “La Veglia” per la regia di Enzo Fabbricatore, interpretò “Il Diluvio” di Ugo Betti, mise in scena testi di Raffaele Aufiero.

Il sogno di un teatro europeo e internazionale lo realizzò con Tonino Vaccaro, Marco Pepe, con me, con Enzo Cutolo: “Rivoluzione alla Sudamericana”, “Andorra”, “Danton”, “Notte con ospiti”. Nel ’79 fondammo “La Locandina” e “Sipario Aperto”.

Ciccio lavorava nella segreteria della Scuola Elementare di Via Garibaldi. Nei turni pomeridiani leggevamo autori italiani e studiavamo dizione. Per oltre vent’anni abbiamo parlato quotidianamente di teatro. Le sue creazioni con il Gruppo Teatrale “Le Voci” erano alternative al teatro di matrice napoletana.

Il professor Pinto preferiva misurarsi con i grandi autori: Aristofane, Giacomo Leopardi, Luigi Pirandello, Roberto Bracco, Achille Campanile, Peter Weiss, Jean Genet, Harold Pinter, Samuel Beckett, Federico García Lorca, Anton Čechov, Pablo Neruda, William Shakespeare, Charles Baudelaire, Paul Verlaine, John Osborne, Jacques Prévert.

La sua voce — bella, esclusiva — era d’eccellenza. L’ha affinata con corsi di doppiaggio a Roma. In una trasferta a Recanati la sua lettura leopardiana incantò la studiosa Donatella Donati. Per mesi studiammo insieme il copione. Abbiamo riso, litigato, chiarito. Una vera amicizia si rafforza nella verità.

Abbiamo lottato per qualificare il teatro paganese, per innalzare l’asticella. Mai interessati al potere o al denaro. Al prestigio culturale, sì. Abbiamo formato giovani attori poi partiti per Roma e Milano.

Spesso mi diceva: “Totò, ma stu teatro quanno ‘nc’o vonno da’… quanno murimmo?”.

Oggi, con l’intitolazione di una sala dell’Auditorium Sant’Alfonso, quella domanda trova finalmente una risposta. Non è un premio tardivo. È un atto dovuto.

Arrivederci professore Pinto. Sei un grande. A domani, amico e fratello mio.

“Don Antò, siete pronto? Ce iammo a piglià ‘o cafè?”

*Attore e regista teatrale 

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