Riti e miti della Valle del Sarno - la rubrica di Gerardo Sinatore

20 Dicembre 2016 Author :  

di Gerardo Sinatore

Ho sempre visto la Valle del Sarno, come un crogiuolo di etnie inquiete dal cuore antico alla ricerca perenne di una fede, di qualche principio e valore in cui credere fermamente. In questa ottica, nel 2000 ho iniziato un modesto studio dal titolo Mammeddio! sfociato poi nella produzione di due saggi[i] e due CD[ii] di musica delle Tradizioni, questi ultimi portati a compimento con la valida collaborazione del cantore Vincenzo Romano. Pertanto, mi sono spinto nella storia del territorio e quindi nei miti[iii] e nelle ritualità, scoprendo oscure ed affascinanti verità. Ho scoperto chi siamo. Ho scoperto chi sono io. Ho scoperto l’origine dei miei pensieri, l’universo del mio linguaggio, la grammatica dei gesti e dei simboli della nostra gente. Orgogliosamente, mi sono appropriato di questa ggio di Salvatore Amendola)a e dei vari riti"ie, di tradizioni orali, di monumenti, di arte sacra, tramite il messaggio segretobnubilata identità, della mia identità, e con essa ho peregrinato tra le sue inquiete passioni, spalancandone il carcere del cuore. Un cuore ribelle, sbranato dalle sue stesse passioni e schiacciato dai fantasmi delle catene. Bisogna scavare a fondo, molto a fondo, per poter scorgere uno spiraglio dal quale la luce della libertà anela di raggiungere il suo vasto e corrusco orizzonte. Bisogna fissare quella luce accecante, per poter scorgere l’anima che l’emana. Un’anima muta che rincorre parole, gesti e gesta, ormai forse senza più senso, senza significati, smarrite nel labirinto del disordine. Un disordine creato dallo sradicamento, dallo snaturamento della propria identità, con la privazione, la proibizione, l’opposizione, l’interdizione, l’ipocrisia, la menzogna strumentale e la prevaricazione della forza del potere obliquo, del potere ambiguo. In considerazione di ciò, ho voluto quindi capire dove fluttuano queste gesta, da dove nascono e qual è il processo creativo di formazione delle stesse, dove la nostra gente ne attinge il senso e con quale processo sinestetico le libera, per farle vivere come farfalle variopinte nel suo perlaceo ed inviolabile limbo. Non so se ci sono riuscito, ma almeno ho sbaragliato fantasmi e catene squarciando lo spiraglio della mia anima pagana, dando libertà a tutti quei cuori che ancora credono. È sotto gli occhi di tutti il declino della nostra società, il modo in cui non sappiamo più stare insieme, l’evidenza che non crediamo più a niente. Questa è un’inquietudine ontologica, riferita alla nostra esistenza intrappolata dal vuoto e dall’angoscia che esso genera. Spesso, molto spesso, ci chiediamo perché mentiamo, perché continuiamo a farlo, pur sapendo che il passato, come il linguaggio che oggi utilizziamo, affoga in remote menzogne. Menzogne, che hanno falsato il presente ed occluso un futuro già negato dalla Storia. Se la bugia è offesa ed insieme difesa, lo è anche la verità. E allora perché mentiamo? Forse per generare novità che la Storia ci ha negato? Oppure, perché la verità fa scandalo e colpisce l’umana ipocrisia? E allora in questo dilemma comportamentale, continuiamo a mentire. Mentiamo per essere ingannati e l’inganno, crea una realtà sempre più lontana dal nostro essere originario sino a che stare al Mondo, diventa un sacrifico, anzi una vera sofferenza.

L'ANIMO DELLA VALLE DEL SARNO PER EMERGERE E DIMOSTRARE LA PROPRIA GRANDEZZA - La Valle del Sarno è una terra dall’animo vetusto, dove il misurarsi l’un l’altro, il dimostrare la propria superiorità o meglio la propria non-inferiorità, prevaricando in un modo o nell’altro, è continua, smaniosa in ogni circostanza; è una terra dove si parla sempre ad alta voce, da balcone a balcone, per strada, nei cortili e nei pubblici locali, dove ad alta voce si litiga, si acclama e si giudica, ma fuori dai tribunali; dove esiste ancora un arcaico linguaggio che traduce il interlocutorio in: Èh; il No! gridato in: Unnà! e dove per richiamare l’attenzione, per dire Ascoltate! si dice: Uéh!. E se l’istanza è riferita al singolo: Aho!; dove, per dire in gran segreto, di nascosto, si dice: Ausk Ausk (cioè osco, osco). È una terra, dove per consolidata sfiducia nel prossimo non si accetta alcuna autorità, però ognuno pretende che sia accettata la propria; dove in estate ancora passa il sorbettaio nelle periferie con il suo carrettino bianco che soffia nel fischietto a tre note; dove per strada si vende ‘o pere e ‘o musso e si arrostiscono i carciofi e nei bassi, si cucina la suffritta, si seccano ’e pummarole a pacche e si maturano, appesi ai balconi, grappoli di pomodorini spunzilli e fasci di sovrole russulelle il cui albero veniva piantato contro il malocchio. Una terra, dove ancora regna il clan familiare. Dove il retaggio agreste si evince dagli orti coltivati sui balconi e l’animo libertario, dalla musica ad alto volume che si sprigiona dai fondaci, dai cortili e dalle automobili che ripercorrono instancabilmente, in tondo le città; dove il giudizio e il pregiudizio, arrugginiti e curvi come potatoi, si abbattono su amici, parenti e conoscenti ma soprattutto su nemici, che spesso non sanno neanche di esserlo; dove l’amicizia è possesso, ed è violenta, e resiste soltanto se diventa complicità, e dove l’amore di coppia ancora cede alla cultura del rispetto maschio; dove la violenza esprime tutta la vulnerabilità di un popolo agonico che se non grida, muore. Noi della Valle del Sarno, siamo diffidenti e ci nascondiamo per difendere miserie, per non essere pigliati a’uocchio. Qui ancora conta la condizione sociale, come conta la forza, l’ideologia, la razza, il sesso e la religione. Qui si fa contare tutto ciò che ci divide e si accetta il potente per tornaconto, il tronfio per timidezza, il delinquente per paura e il bizzochismo per superstizione.  Qui nessuno è profeta in patria e nulla è riconosciuto ad alcuno. Quei pochi civici esempi celebrati, sono tutti strumentalizzati. Siamo italioti e vi impera la cultura ruvida, quella dei capi. Nella nostra Valle ci sono pochi ricchi, tanti pseudo-borghesi, e poveri in abbondanza, e tra di essi scorre un fiume ribollente di disagi. E la maggior parte della gente, è esagerata: oscilla tra un opportunistico moralismo fazioso ed uno snobismo ignorante. Qui la cosa pubblica per molti non esiste; spesso diventa privata per abuso, oppure è totalmente abbandonata e razziata. Inoltre, c’è una certa informazione strutturata che è insensibile alla cultura ma sensibile al clientelismo politico e soparttutto ai soldini. Poi c’è l’arte disperata, la creatività controllata, la pseudocultura mercificata, ma anche la passione. Molta passione. Esagerata, come la nostra indole, che concretizza i sogni con la fuga o con l’isolamento. Tuttavia, di cose buone ce ne sono ancora, di gente brava, onesta e capace ve n’è tantissima, di luoghi suggestivi una lunga lista e di momenti belli se ne potrebbero vivere in quantità e nulla, nulla di ciò che c’è, è così felice come il desiderio di fare festa che non è superficialità, ma vera tradizione, patrimonio spirituale genetico, linguaggio e impronta identitaria[iv]. La nostra, è una terra eternamente pagano-religiosa, una terra di miti, di fatture, di superstiziose scaramanzie e di sacra devozione. Una terra in cui il culto della Natura, della Vita, della Donna Divina, della Dea Madre, della Madre Terra, è ancora fortissimo ma non si chiama più Iside, Cibele, Anahita, Kerria, Astarte, Ishtar, Giunone Sarrana, Damia, Bona Dea o Demetra, ma Madonna delle galline, Madonna di Foce, Madonna di Montalbino, Madonna di Materdomini, Madonna dei Bagni che d’intorno al Vesuvio, si fa anche chiamare ’a Bruna, ’a Mamma ‘e ‘ll’Arco,’a Maronna ‘a neve, e sul monte Partenio a 1270 metri d’altezza, ’a Madonna ca’ nun se sape o ‘a Mamma schiavona. Ma è sempre la stessa, è la nostra Mediatrice, la grazia di Sophia, la Gran Signora, la Maria Vergine, ‘a Mammeddio o forse, la primigenia Eva o la Myriam, sposa spirituale del Cristo. La sostanza però è la stessa, e l’adorazione ancora si esprime attraverso i templi-santuari, le processioni di idoli statuari, il lancio di petali di fiori, l’offerta di drappi spiegati sui balconi, le preghiere cantate, le danze e le vegete superstizioni. Qui, il monoteismo è di comodo, come un po’ in tutto il Sud perché comunque ci sono i santi, tanti santi, più di uno per ogni giorno dell’anno che hanno preso il posto degli dèi mantenendone la funzione propiziatoria e protettrice. Qui ancora i rituali esistono, e si mangia l’agnello arrostito con la testa, così come prescritto nell’Esodo; il pane azzimo utilizzato per le ostie, avvolge i torroncini, mentre il sangue che contrassegnava le abitazioni del popolo d’Egitto e gli arcaici riti del sangue, vengono ricordati con un dolce attualmente bandito perché fatto con sangue di maiale, il sanguinaccio[v]. Il pesce del dio fiume, una volta riservato esclusivamente agli dèi, oggi è di consumo ordinario, quel poco che ne è rimasto. Tuttora, nei giorni di festa si esalta la colomba, il pavone, la gallina[vi] e ‘o vich-vich[vii], con ritualità ignorate, le più diverse. Eppoi, si scaccia il male con il sale e l’incenso; o si scongiura la mala-sorte con il vino che trabocca sulla tovaglia ricordando un po’ i Giudei che si umettavano con il sangue l’orecchio destro, per consacrarsi sacerdoti. Inoltre, si appendono ancora corna di bue agli stipiti delle porte e si accendono lumini ai morti, come facevano i misteriosi pelasgi-tirreni-etruschi-oschi. Per amore e tradimenti, si consultano maghi e fattucchiare[viii] che fanno legamenti, e nel giorno dello nozze si frantumano stoviglie ai piedi della sposa[ix]; gli sposi, sono seguiti da un corteo di auto rumorose[x] e quando nasce un bimbo in qualche famiglia di campagna, il suo cordone ombelicale ancora viene incenerito, come fanno ancora gli zingari e facevano, almeno sino al secolo scorso, molti antichi popoli d’Oriente e d’Occidente. Infine, ancora fino a poco tempo fa, le anziane nascondevano la cenere dei forni del pane; oppure, mostravano le lenzuola lorde di sangue per esibire la verginità della sposa; e quando in casa arriva la morte, (ancora oggi) si velano gli specchi e nella bara vengono riposti gli oggetti personali del defunto, come nell’antica tradizione pagana ed egiziano-zingara. Qui a Natale trionfa la cultura d’Oriente e si adornano i banchetti con miele, confetti, datteri, mandorle, fave, noci e fichi secchi; si speziano dolci e pietanze con cannella e alloro; si decorano le case con vischio (il ramo d’oro) e bacche rosse; e alla Domenica delle Palme, si asperge l’acqua (lustrale, che riguarda i riti purificatori) sui familiari e sui commensali riuniti per il pranzo rituale, con rametti di olivo; poi in qualche comunità della Valle, ancora si scolpiscono sulla crosta di un pane agro-dolce, detto tortano, segni come croci, quadrati, triangoli e cerchi, che rimandano ai riti di fertilità[xi]. La religione primordiale è la più forte; resiste dentro di noi come un invincibile virus mimetizzandosi con altre credenze, confessioni e princìpi filosofici. Ma l’idolatria pagana, ancora si manifesta e ci induce a render grazia alle pubbliche sculture-idoli; in ogni strada e cortile, vi sono edicole votive che attendono il saluto o la supplica del viandante come gli arcaici cumuli di pietre che ricordavano il dio Mercurio, Hermes il Messaggero, il protettore dei viandanti e dei mercanti.

LA RUBRICA “RITI E MITI DELLA VALLE DEL SARNO”: Fatta questa dovuta premessa, gli scritti che saranno accolti con cadenza settimanale in questa rubrica, non hanno alcuna pretesa di essere definiti scientifici, ma vanno considerati come un insieme di notizie stimolanti per coloro che amano la Valle del Sarno e poterne ricavare da essi, informazioni identitarie sulle quali rivalutare e rilanciare la nostra antica Cultura. Anche se non li ritengo ortodossamente scientifici, sono stati comunque ricavati dallo studio di un vasto apparato biblografico che comprende circa 270 testi editi dei quali mi premurerò di fornire i dettagli di volta in volta o alla fine della serie (sui Riti e Miti della Valle del Sarno). Solitamente i miei elaborati, quelli che però concernono la storia e le tradizioni locali, hanno avuto sempre la capacità di suscitare (immediatamente) critiche raffinate e aspre polemiche, ma sempre stimolanti. Confutazioni che hanno generato poi nuovi progetti ed approfondimenti. Anche in questo caso spero che gli effetti sia gli stessi. In tal modo, qualunque saranno le argomentazioni mosse, sono certo che illumineranno nuovamente la conoscenza di sapienza e accresceranno ulteriormente i nostri dati culturali ad esclusivo vantaggio delle nostre rispettive comunità. Sono convinto anche, che l’uomo stia attraversando un periodo di transizione epocale di recupero della propria coscienza e scrivendo questi elaborati, ho ripensato a tutti quegli uomini che senza esserne coscienti, meccanicamente si muovono, gesticolano, guardano, pensano, parlano e illusoriamente si sentono liberi, credendo di adoperare una propria volontà. Ho ripensato quindi all’Uomo Antico, alla sua primitiva Forza-di-volontà che imprimeva in nuove parole che possedevano Verità e la verità, è quella che fissata per mezzo di scritti simbolici e di leggende, viene trasmessa alle masse per essere conservata sotto forma di costumi e di cerimonie, di tradizioni orali, di monumenti, di arte sacra, tramite il messaggio segreto della danza, della musica, della scultura e dei vari riti, come afferma il teosofo Gurdjieff[xii].

Spero che tutto ciò che (mi auguro) leggerete, sia utile a riappacificarci unendoci e ci aiuti a pensare in modo radicalmente diverso, con una sorta di metanoia, al fine di consentirci di ritornare all’origine e quindi ad autosvilupparci per rivivere esperienze lontane di semplicità e naturalezza da impiegare nei nostri futuri stili di vita; esperienze che rientrano in quel primigenio patrimonio che soltanto un popolo antico come quello della Valle del Sarno, può scoprire di possedere al massimo grado.

Buona lettura.



[i]           Cfr. G. Sinatore, Cronomitostoria della festa di un popolo. Madonna de’ Pagani detta de’ Galline, Pagani, NPLP, 2014; Cfr. Alfonso Tortora, (a cura di), Nella Storia del Mezzogiorno d’Italia. Luoghi, temi, aspetti letterari, in G. Sinatore, Origini di Pagani, Collana di Storia diretta da Claudio Azzara, Viva Liber Edizioni, Nocera Inf., 2015 (dedicato a F. Di Nardo); Cfr. G. Sinatore, Origini di Pagani, ebook Amazon, 2016.

[ii]          Cfr. C.D. Mammeddio! Canti e ritmi di primavere, Vincenzo Romano, testi e musiche di G. Sinatore e V. Romano, concept G. Sinatore, prod. Sinàtora & Turner, 2010; Cfr. CD, uhanema!, Vincenzo Romano, concept G. Sinatore, testi e musiche di G. Sinatore e V. Romano, Edufonit, 2015

[iii]          Mito, in sanscrito, significa Cambiamento, termine mutuato dal gr. Mythos, che in Omero aveva il senso di Parola e che poi ha assunto anche il significato di Progetto, Discorso che non richiede dimostrazioni, ed è attraverso il mito che si esprimono gli archetipi.

[iv]          Cfr. A. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola, Torino, Einaudi, 1977, vol. II, p.326: - sistemi semantici di un dato gruppo sociale (linguaggi gestuali e comportamentali, quelli orali e quelli grafici) costituiscono quel patrimonio detto cultura e in senso lato ecumene. Il patrimono culturale è dato da Tradizioni Orali; Prodotti immateriali (musica, danza, canti popolari), Prodotti materiali = manufatti artigianali tradizionali (linguaggio formale e decorativo) = segni estetici= elementi determinanti l’elaborazione di una particolare grammatica e di una sintassi precisa di forme e simboli che formano lo stile etnico. 

[v]           Hyes Attis! Hyes Attis! ovvero: Porco Attis! Porco Attis! che è il grido di chi partecipava alla processione di Cibele anche se, come specifica il Frazer, il grido hyes, cioè porco, non è altro che un attributo che significa, nel determinato contesto: irrorante, anche in senso sessuale, e corrisponderebbe ad una vera e propria benedizione.

[vi]          La gallina, alla festa della Madonna delle galline, non si uccide così come si conviene ad un vero popolo pagano che aborrisce qualsiasi sacrificio, sia animale che umano.

[vii]         Tacchino.

[viii]        La fatture, sono formule magiche trascritte su piccoli biglietti arrotolati e legati che, ancora oggi, vengono catapultati al di là del muro di cinta del camposanto da una fattucchiera, una maliarda, che pratica le arti magiche (magia simpatica) con atti apotropaici.

[ix]          Tradizione ancora viva anche tra gli Ebrei.

[x]           Con un richiamo allo charivari, un antco rito apotropaico che vederemo nei prossimi paragrafi. Analoga usanza è tuttora osservata dagli zingari.

[xi]          Già uno scritto, del 2600 a.C. dell’antica Mesopotamia, prescriveva di offrire agli dèi: pagnotte di pane d’orzo … pagnotte di pane integrale, datteri, pasticcini, birra, vino, latte: Cfr. Z. Sitchin, Il pianeta degli dei, Edizioni Piemme, Milano, 1998. 

[xii]         Cfr. G. I. Gurdjieff, Vedute sul mondo reale, 1918.

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