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L’Annunciazione

08 Dicembre 2023 Author :  
L’Annunciazione
(Gerardo Sinatore, 2023)
 
 
Nazareth o Alnàsirà, era un piccolissimo villaggio di casette bianche posto sulle alture della tribù di Giuda, in Terra di Palestina. Il suo nome potrebbe derivare dall’ebraico Nazrat, che significa ramo, per la gran quantità di alberi che nutrono uccelli, capre e cervi, o forse potrebbe provenire dal palestinese Nasar, che significa Salvatore. Chissà. Non lo sappiamo. Sappiamo invece, che in una di quelle casette - con cupole abbozzate e ombreggiate da allori, sicomori e melograni - vi abitava una fanciulla di nome Maria, figlia di Anna e di Gioacchino. La ragazzina amava filare porpora e scarlatto e aveva avuto il gran privilegio di consacrare la sua verginità al Dio del Tempio, sotto la tutela di Anna di Fanuel, della tribù di Aser. 
Aveva tredici anni. 
Quando poi ne ebbe circa sedici, avvenne che un giorno, mentre era al pozzo ad attingere acqua con la brocca, sentì provenire dal vecchio albero di alloro lì vicino, un profumo così insolitamente intenso, così inebriante, così forte, che le procurò un lieve capogiro costringendola a rientrare in casa. Il profumo delle foglie d’alloro, è da sempre gradito a Dio, perché è il profumo della gloria e dell’onore. In casa, riprese a filare ma alle vertigini si accompagnò anche un senso di nausea e di spossatezza. Si adagiò sulla stuoia. Attraverso la tenda notò che l’aria tremolava per il calore. D’un tratto, il sole parve distaccarsi dal cielo per entrare interamente nella sua casa. Strinse le palpebre per il bagliore o forse per non vedere. Ebbe molta paura.  Sentiva caldo e il sudore le rigava il viso. Si sorresse allo sgabello sul quale era seduta, mentre il buio, che teneva tra gli occhi e le palpebre serrate, diveniva incandescente. Il suo cuore correva veloce. Aprì gli occhi, e vide una luce indefinibile di una forma indefinibile che, pulsando come una stella, sembrava dirle, con una voce bellissima:
 
“Gioisci, piena di grazia, sei la benedetta tra le donne.
La potenza di Dio è in te”
Sobbalzò. Portò le mani agli occhi per nascondersi. Li stropicciò. Poi si asciugò il sudore con i dorsi delle mani. Cercò di comprendere se stava sognando, se quelle parole erano solo nella sua testa o se davvero stavano echeggiando nell’abituro. Tentò di comprendere cosa le stesse accadendo tra quella luce, il caldo, la voce, la nausea, le vertigini. Eppure, intorno a lei non c’era nessuno, non vide nessuno, perché quella luce che investiva solo lei oscurava ogni altra cosa. Poi, quell’aura luminosa si allontanò trasformandosi in un gigantesco fuso lucente. Dopo un interminabile attimo di silenzio, udì nuovamente quella voce ma questa volta era molto più vicina a lei, la sentiva proprio a fianco a lei, nell’orecchio, che rassicurandola diceva: 
“Non temere, Maria, perché hai trovato grazia davanti al Padrone di tutte le cose, 
e concepirai sulla sua parola”
Maria restò a bocca aperta. Era incredula. Però adesso era certa che quella voce non fosse nella sua testa. Avrebbe voluto quasi sorridere. Dopotutto, era una ragazzina che mai aveva conosciuto uomo. Ma non sorrise, non ne aveva genio. Tremò, invece, come una foglia, batteva i denti e le labbra erano diventate viola su quel volto ora sbiadito. Si guardò di nuovo intorno, a destra, poi a sinistra, e alla fine, balbettando, ruppe il suo silenzio:
“Dovrò … dovrò, io, concepire sulla parola del Signore Iddio vivente, 
e partorire come partorisce ogni donna?”
Quel fuso lucente iniziò a rimpicciolirsi sino a diventare un fiocco scintillante che friggeva dinanzi ai suoi occhi nocciola. Prima di scomparire le rispose: 
“Non così, Maria! La potenza del Signore ti ammanterà della sua luce 
e l’essere santo che nascerà da te, sarà chiamato Figlio dell’Altissimo. 
Tu gli darai come nome Gesù, poiché è il Salvatore del mondo”
 
Poi, volò verso l’uscita lasciando sul suo cammino una polvere di diamanti che raggiunse il cielo facendolo risplendere di una luce nuova. Anche il pozzo, l’alloro, i sicomori, i melograni, i sentieri, le rocce e tutto ciò che quella luce lambiva, luccicò. Dopo quell’intenso profumo d’alloro che aveva cancellato l’odore pungente del pollaio e del fieno, e dopo il crepitìo di quella luce, che per breve tempo sembrava incenerirla e soffocarla, lanciò lo sguardo sull’esile fiammella della lampada d’argilla che ardeva nei suoi veli rosso-arancio mentre una pecorella dall’uscio guardava i leggeri filati, porpora e scarlatti, svolazzare per la casa come i suoi lunghi capelli mogano dai riflessi di rame. Si sentì nuovamente smarrita ma stranamente felice, la sua anima era stracolma di una gioia inenarrabile. In silenzio pianse, forse per la gioia, forse per lo spavento o forse perché si sentiva finalmente tutt’uno con la sua anima e la sua anima in quella di Dio che stava costruendo per lei, un momento d’amore vertiginoso. 
Certamente non si stava ancora rendendo conto di quell’incendio che la Storia degli uomini avrebbe subito. Si lasciò cadere lentamente sulle ginocchia, e con i gomiti sullo sgabello, intrecciando le mani chiuse sulla fronte, disse: 
 
“Ecco, mi inchino dinanzi alla tua onnipotenza, mio Signore.
Maria, la tua ancella, è pronta a donarti la vita per la vita
poiché il mio tesoro è dov’è il tuo cuore”
 
Chiamò, quella voce di luce, Potenza di Dio, cioè Gavri’El perché le annunciò la maternità imminente, il nome che avrebbe dato a suo figlio e ciò che suo Padre l’Onnipotente aveva impresso in quel nome, cioè che sarebbe stato colui che avrebbe salvato il mondo degli uomini dal male. Negli scritti canonici che raccontano questi istanti, non c’è nulla di questo; nessuno ha visto né sentito nulla, poiché il profumo dell’amore non si può descrivere, come non si può raccontare il colore della luce, la melodia di quella voce, lo stato d’animo di Maria né tantomeno saremo mai in grado di comprendere l’effettiva potenza di Dio. Però queste cose c’erano. C’erano tutte, insieme all’incredulità e a quella pienezza d’animo di Maria che Dio fece traboccare tra le cose del mondo, per ristabilire il significato di ogni cosa. 
Da quel giorno, la giovane Maria non smise mai più di pensare a ciò che le era accaduto né ad immaginare cosa poteva ancora attenderla, però non smise mai di desiderare di vedere tra le sue braccia quel piccolino, di guardarlo negli occhi, stringerlo al suo piccolo seno e sentire il profumo di latte di quel corpicino mentre lo circondava dell’amore infinito e inimitabile di una mamma.
Prima dell’avvento, diresse il suo sguardo verso il vecchio olmo, e con voce d’argento cantò: 
 
L’anima di Maria ti magnifica, Signore
il suo spirito esulta in te, suo salvatore
perché hai guardato la sua umiltà.
Tutte le generazioni, la chiameranno beata.
Da Onnipotente, hai fatto grandi cose in lei, 
e santo è il tuo nome.
Di generazione in generazione, la tua misericordia
si estende su tutti quelli che ti temono.
Hai spiegato la potenza del tuo braccio per disperdere i superbi, 
per rovesciare i potenti dai troni, per innalzare gli umili, 
per nutrire gli affamati e rimandare a mani vuote i ricchi.
Così come hai spiegato la potenza del tuo cuore
per donarci il tuo grande amore.
 
Questo racconto finisce qui, ma a tutti coloro che chiedono a Dio o alla ragione il perché di tutto questo, bisogna sussurrare di essere modesti e di rassegnarsi a rispettare il mistero che poggia su una cosa solida come il granito, che è la nostra ignoranza. Forse domani, le nostre conoscenze provvisorie si evolveranno. Ma intanto, i melograni, i sicomori e l’immagine di quella pianta d’alloro che non servì soltanto come aroma per il capretto alle braci, resterà in noi, come resta l’immagine della giovane Maria e del piccolino che ha insegnato, a chi ha orecchi per sentire e occhi per vedere, che le tenebre si sconfiggono con la luce, che il male si ritrae dinanzi al bene e che solo nutrendo il nostro cuore si affama la insaziabilità della materia. Infatti, Gesù ha detto: “Dov’è il tuo cuore, là sarà anche il tuo tesoro”.

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