Per gli inquirenti la liquidità finanziaria costituita da “denaro pubblico” veniva concessa nel settembre del 2011 grazie ad un bilancio non rispondente alla reale situazione economica e finanziaria dell’azienda: in particolare, in quell’anno, gli amministratori, rinviavano a esercizi futuri costi di gestione già certi nella loro manifestazione, evitando così di far apparire una consistente perdita di esercizio.
La situazione critica “latente” dell’impresa appartenuta alla famiglia Rosi è poi esplosa nel 2014 quando la società si è vista costretta a ricorrere alla procedura, del «concordato preventivo in continuità», per le enormi perdite non più «occultabili». L’azienda non verrà chiusa: il complesso dei beni aziendali, sottoposti a vincolo giudiziario, verranno utilizzati e gestiti sotto il controllo di un “amministratore giudiziario” professionista del settore,appositamente nominato dalla Procura.
Nelle scorse settimane la maggioranza dei creditori aveva approvato il concordato presentato da Parmacotto. Il piano prevede una consistente riduzione della produzione, il taglio di 38 dipendenti tramite mobilità su base volontaria, mentre lo stabilimento di Marano dovrà essere dismesso. Il prossimo 6 luglio l’udienza di omologa del corcordato che pare ora a forte rischio.
Dopo la Parmalat, un altro crac eccellente scuote il mondo economico parmigiano. E, almeno secondo la Finanza, anche stavolta si è cercato di occultare lo stato di decozione dell’azienda.


