In un contesto dove le relazioni umane hanno lasciato il passo alla tecnologia e a una modalità comunicativa filtrata da strumenti, quali pc o smartphones, si osserva il dilagarsi di nuovi fenomeni e mode che vedono protagonisti i nostri giovani.
Giornali di ogni testata e trasmissioni TV hanno portato alla ribalta il fenomeno del “Blue Whale”, nato in Russia, ma già presente in altre nazioni quali la Francia e i Brasile. Questo “gioco” ha lo scopo di indurre i ragazzi al suicidio, attraverso un percorso fatto di 50 regole (regole che non ho intenzione di ribadire, per evitare di dare ulteriori informazioni a ragazzi suggestionabili o a emulatori).
Perché Blue Whale? L’ideatore del gioco, lo psicologo ventiduenne russo Philipp Budeikin e reo confesso, ha utilizzato questo termine indicando il fenomeno inspiegabile del suicidio di massa delle balene blue, le quali si lasciano arenare sulla spiaggia. Così come i cetacei si lasciano guidare dalla corrente del mare sulla spiaggia, così lui guidava e manipolava le giovani menti dei malcapitati verso il suicidio. Questo “gioco” è stato concepito a suo dire per liberare la società dagli scarti biologici, ovvero i ragazzi fragili, maggiormente manipolabili, che porterebbero solo danno alla società. Ma come può un ragazzo essere un danno della società? Come può una persona arrogarsi il diritto, per la comunità tutta, di farsi giudice e carnefice?
Ho riflettuto molto su queste affermazioni, e soprattutto ho cercato di chiedermi come mai degli adolescenti preferissero togliersi la vita, seguendo le indicazioni subdole e manipolatorie di uno sconosciuto incontrato su internet, piuttosto che cercare nel proprio tessuto sociale e affettivo un supporto.
È troppo semplice giudicare sia l’ideatore che i ragazzi che ne hanno preso parte, è semplice identificarli come ragazzi deboli o facilmente suggestionabili, o anche malati, poiché a mio avviso essi non sono altro che il diretto prodotto della nostra società, sempre troppo impegnata ad ottenere e poco all’essere. La comparsa di fenomeni così estremi sono la prova del nostro fallimento come educatori. Non a caso ho esordito affermando che la tecnologia ormai ha preso il posto delle relazioni umane, rimandando ad un monitor speranze, paure e sofferenze. I nostri ragazzi sono sempre più lasciati a loro stessi, ed è per loro naturale, se non vitale in alcuni casi, crearsi un mondo virtuale che in qualche modo li aiuti a sentirsi parte di un qualcosa, che permetta loro di identificarsi in qualcuno così da percepire il tanto desiderato senso di accettazione.
Ma perché un ragazzo sceglie di partecipare a questo gioco?
Le vittime sono ragazzi che vanno dai 6 ai 17 anni. Nessuno dei genitori intervistati dall’inviato de LE IENE ha dichiarato di aver notato qualcosa di strano nel comportamento dei propri figli, descrivendoli pieni di gioia. Con molta probabilità gli stessi vivevano delle difficoltà, sicuramente legate alla fase di pubertà, magari in cerca di risposte o semplicemente in cerca di un modo per diventare protagonisti della propria vita, decidendo autonomamente come morire. Ci si chiede come mai un genitore non si accorga di tutto questo, dei tagli sulla pelle o dei risvegli nel cuore della notte, ma pare che i ragazzi fossero tenuti alla massima segretezza, pena la minaccia di morte dei propri cari, per cui gli stessi erano costretti ad apparire felici e pieni di vita. Per questo motivo una volta iniziata la sfida non potevano ritornare indietro. Blue Whale sembra aver catalizzato tanti ragazzi che avevano già il desiderio di “farla finita”, facendo sì che gli iscritti venissero guidati dal curatore in un percorso fatto di durissime prove, tra cui continui gesti autolesionistici, fino ad arrivare all’atto estremo del suicidio che conduceva al proprio spiaggiamento/morte, il quale doveva essere documentato attraverso un video postato al curatore.
Che dei ragazzi così giovani desiderino di morire o di farsi del male è l’aspetto più raccapricciante, mutuando il pensiero del dr. Gabrielli, esperto in psicologia della motivazione e apprendimento “quella che gli adolescenti autolesionisti sperimentano è una grandissima solitudine riassumibile in quattro “terribili O”: “Odio tutto”, “Odio tutti”, “Odio me stesso/a”, “Odio tutto questo odio che ho verso di me”. È come se desiderare la morte, martoriare il proprio corpo sia l’unico modo per tamponare un dolore insostenibile.
Come possiamo aiutare i nostri figli?
Secondo la testimonianza del creatore, quei ragazzi erano felici di morire, poiché era riuscito a dare loro quello che desideravano e mai avuto nelle loro vite, ovvero calore, comprensione e importanza. Queste sono parole dure, ma piene di significato, poiché ci indica cosa ha realmente coinvolto quei ragazzi. Credo che ogni genitore debba riappropriarsi della dimensione della famiglia per i propri figli come posto al sicuro colmo di affetto e di valori, questo potrebbe essere una risposta ferma e decisa al ritiro sociale e affettivo dei nostri figli.
Magari ASCOLTARLI, fermare un po' il tempo, le corse, i mille altri impegni per stare con loro. Basta interessarsi alle loro passioni.
Si potrebbe partire da un gesto semplicissimo, ovvero riappropriarsi del valore rituale del pasto. Stare seduti alla stessa tavola, prendersi del tempo per informarsi della vita di ciascun membro della famiglia, del tempo per confrontarsi, del tempo per interessarsi, del tempo per prendersi cura l’un dell’altro.
Il Blue Whale ci ha costretto a vedere la realtà nella sua crudità, ma ci sono tantissimi ragazzi che vivono situazioni di solitudine affettiva, che magari sedano con gesti autolesionistici in un angolo buio della loro cameretta, allo scuro dei propri cari, diventando facile preda di tanti personaggi senza scrupoli.
È basilare una volta che si riscontrino segnali che indichino difficoltà nelle relazioni, o tagli sul corpo del proprio figlio affidarsi ad un professionista, cercando di mantenere la calma.


