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SalvatoreAnnunziata

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L'incontro con Salvatore Emblema

23 Agosto 2017 Author :  

Sono giorni che non riesco a mettere la penna su carta, un poco perché preso dal quotidiano, molto perché mi è difficile, se non complicato, scrivere di un personaggio dell’arte che ha destato l’interesse di grandi collezionisti come gli Agnelli e i Rockefeller, di storici dell’arte come Giulio Carlo Argan e di artisti di fama internazionale come Pollock ed il mistico Mark Rothko, uno degli artisti più costosi al mondo che, in un certo qual senso, lo ha consacrato. Parlo di Salvatore Emblema. Vorrei avere per un istante, un solo istante, le sue doti per trasfigurare il reale, per renderlo definitivo, anzi, forse mi accontenterei di molto meno: vorrei essere capace di saper disegnare, con le parole, il librare dei suoi colori che si stagliano dalla juta senza riflessi né ombre. Mi sono procurato un incontro con il Maestro Emblema e, appena mi è stato concesso, sono stato al suo studio ai piedi del Vesuvio. Appena giunto, dopo avermi accolto con pazienza, il Maestro mi ha mostrato i suoi numerosi (capo)lavori: ho amato subito quei colori, quelle opere. Sono battiti d’ali. Le ho immaginate come frammenti di silenzi sottratti all’urlo della luce. Su quelle tele a trame larghe, in quelle trasparenza di detessitura, tutto è fermo eppur si muove. E allora mi sono chiesto: - Ma che cos’è la realtà? Che quest’uomo sia davvero riuscito a trovare lo scudo che infrange il dardo del tempo? Il maestro Emblema costruisce da sé quei grossi telai. Li vela con tela di juta - una scelta originata dalle sue scarse possibilità economiche iniziali, ha raccontato - battezzandoli con colori dinamici o utilizzando la luce per de-tesserle, ottenendo trasparenze (cfr. G.C. Argan) per superarne il limite spaziale. Nello studio ho visto anche delle strutture fungibili altrettanto in tela di juta, cioè delle porte. Le stesse acquistate anche da Giovanni Agnelli per alcune delle sue residenze. Le ho toccate. Ho toccato quelle superfici scabrose ed ho sentito l’odore buono del pane. Emblema ha trascorso una vita avventurosa condivisa con Filina, sua moglie. Ho conosciuto anche lei. Una donna forte, sensibile ed innamorata. Mi ha raccontato di non averlo mai lasciato, di aver vissuto sempre con lui, a Londra come a Parigi e a Napoli come a Roma, dove hanno frequentavano Carlo Levi ed Ugo Moretti. A Roma, per vivere, facevano quotidianamente cinquanta chilometri a piedi da Ostia dove risiedevano, alla Capitale. Alcune volte, stanca, lei rimaneva a casa nutrendosi di acqua e zucchero, restando supina sul letto per non sprecare energie per il giorno dopo. Mi ha raccontato anche che la pigione dello studio di Roma, gliela pagava un mecenate che, essendo anche il proprietario dell’immobile e per evitare che sua moglie lo sapesse, operava con segretezza. Quando invece si imbarcarono per New York, dove incontrarono Rothko, furono sorpresi dalle autorità per non aver sdoganato i quadri, poiché non avevano i soldi necessari per farlo. Pertanto, rischiarono di essere letteralmente buttati a mare, se non fosse stato per il fatto che il Maestro, rovistando nelle sue tasche vuote, aveva trovato casualmente un cartoncino da visita di David Rockefeller, suo collezionista, che gli valse quindi da passe-partout. Una vita ricca di gloria e patemi, degna di essere stata vissuta. Mentre la signora Filina raccontava, il Maestro la guardava. Ho visto in quegli sguardi il trionfo dell’amore, seppur fossero insieme da oltre quarant’anni. Quarant’anni ricchi di incontri con uomini straordinari come appunto Agnelli, Rockefeller, Versace (tutti suoi collezionisti), Levi, Rothko, Argan, Moretti, girovagando per il mondo, forti di quel legame di complicità. Mi hanno anche raccontato che inizialmente non avevano neanche i soldi per comprare colori e tele; le tele, invero, gliele regalavano alcuni fornai che il Maestro trovava sempre disponibili in tutti i luoghi in cui si stabiliva. Emblema continuava a guardare sua moglie e lei arricchiva di dettagli le storie che mi raccontavano. Nel mentre li ascoltavo, ho ricordato una poesia di Paul Eluard: - Mondo a casaccio, senza superficie e senza fondo, dalle grazie dimenticate appena riconosciute, la nascita e la morte mescolano il loro contagio nelle pieghe della terra e del cielo confuse. Non ho separato nulla, ma ho raddoppiato il mio cuore. Amando, ho creato tutto: reale, immaginario. Ho dato la sua ragione, la sua forma, il suo calore e il suo ruolo immortale, a colei che mi illumina.

 

di Gerardo Sinatore, tratto da INDACO, edito da Punto Agro News 2017

prossimamente in vendita nelle librerie

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