‘O cunto ‘e tirinella

07 Febbraio 2019 Author :  

In un palazzotto nei pressi de’ Quattro Palazzi di Napoli, ‘nce steva ‘na vota, ‘na bella piccerella ‘e tridici anni che, comm’ a tanti figliole, nun vedeva l’ora ‘e s’annammurà ‘e ‘nu giuvinotto gentile, bello e sensibile. Dint’ ‘e vicoli da marina ‘a sapevano tutti quanti, pecché stava semp’ ca’ capa dint’ ‘e nuvole ‘a scrivere canzuncelle che cantavano n’ammore ca’ nun arrivava mai: - Chiove e jesce ‘o sole, tutt’’e vecchie fann’ammore, fann’ammore dint’’o tiano, tutt’e vecchie so’ ruffiane ... Jesce sole! Jesce sole! Nun ce fa chiù suspirà ... Siente maje che le figliole hanno tanto da prià? ‘Sta figliola se chiammava Catarina, ma tutti quanti ‘a chiammavano Catarinella, anzi Tirinella. Tirinella era ‘nu zucchero, ed era ‘a figlia do’ Cavaliere Capece, n’homm’ che pensava sulo a isso, un vedovo che viveva cu’ ‘na femmena ‘e cumpagnia - chelli bizzoche che servono a n’hommo cumm’ ‘o prete all’altare - ed era molto ambizioso e ‘nnammurato de’ denari. Non appena Tirinella ebbe a compiere quindici anni, il padre, che già aveva deciso cosa lei dovesse fare, le comunicò: - Tirinè, vieni ‘a papà, che t’aggia parlà! Tirinella non era molto alta, ma aveva un corpicino armonioso: ‘na vita stretta stretta, ‘nu piett’ aggarbatiell’, ‘nu paio d’uocchi brillant’ cumm’ ‘e stelle, ‘na faccella addelicata ‘e Marunnella e ‘na massa ‘e capill’ ricci e lucenti cumm’ ‘a ‘nu mar’e notte. - Bell’e papà, tu ti’ha maretà … Nce sta don Pietro ‘o Capuano ca’ è rimasto vidovo, ten’ quatt’ figli e ‘na sporta ‘e dinari. Si t’o spusi, vai bbona tu e vaco buon’ pure ije … e facimm’ cuntent’ pure ‘a bonanema ‘e mammeta che sta dint’a gloria do Paraviso…! Tiriné, m’he suntut’?! Ti ’ha spusà ! N’avimmo ‘e di bisogno, m’he capito buono? E lei: - Ma papà, chill’è ‘nu viecchio! Ten’ a copp’ a cinuant’anni e a me nun mme piace! Nun me piace! Me pare ‘o nonno mio e tene ‘e figli che so chiù ‘ruoss’ ‘e me!!! È ‘nu puorco, me fa schifo e io nun ‘o voglio! Nun ‘o voglio! Così dicendo, fuggì disperata per andare a singhizzare sul suo lettino. Un pianto disperato che a nulla valse poiché il cavaliere, come lo chiamavano tutti, aveva già concluso il contratto nuziale con il ricchissimo don Pietro e ben prima di fare la proposta a Tirinella. Anzi, si era anche intascato più di un acconto per sistemare alcune sue cose. Quindi, non ci fu altro da fare. Tirinella se l’haveva ‘nzurà! E così volente o nolente, divenne la sposa di don Pietro di Capua che la portò ad abitare in un sontuoso palazzo di Porta Capuana insieme ai quattro figli, volgari e violenti, che la spiavano continuamente privandole di ogni libertà, un po’ per obbedire agli ordini del padre ma soprattutto per i loro interessi economici in quanto la consideravano una minaccia alla loro erdeità, una ladra, un’intrusa. La vita di Tirinella da quel momento in poi, divenne un vero inferno; le era concesso solo andare in chiesa, ma al vespro e quando il buio non faceva notare la sua freschezza ed avvenenza. L’unica realtà che la manteneva ancora viva, seppur nell’illusione, erano i suoi canti d’amore che dedicava ad un grande sognato amore. Un pomeriggio di primavera però, si recò, come faceva quotidianamente, alla chiesa di San Giovanni a Carbonara, dov’era sepolto il più bravo re di Napoli, Ladislao I d’Angiò-Durazzo, detto per l’appunto il Magnanimo, e proprio davanti alle spoglie del re buono e all’immagine sacra della Vergine col Bambino, posta in cima al regale simulacro, s’inginocchiò prostrata invocando il silenzio eterno del suo cuore, chiese alla madonna di tacitare il sussulto del suo cuore, per sempre. Quella sera i suoi occhi erano lucidi più che mai, umidi di lacrime, fissi sul volto della Vergine. Ad un certò punto li stropicciò. Le sembrava che la Vergine si muovese. Sicuramente era la suggestione provocata dalle fiamme dei ceri. Distolse lo sguardo puntandolo sulle quattro ancelle poste alla base. Ma anche le ancelle parevano muoversi sino a che, come se fosse stata chiamata, si voltò verso l’entrata principale della chiesa: dalle porte spalancate una luce bianca e fredda investiva il suo volto offuscandole la vista. Se li stropicciò ancora e vide un cane che si aggirava nell’ombra, poi udì uno struscio di stivali. In chiesa c’erano una dozzine di donne, quasi al centro della chiesa, con il capo coperto e l’atteggiamento contrito. Riprese a fissare il simulacro, si voltò: al suo fianco c’era un uomo che proprio in quel momento si genufletteva devotamente. Un giovane bellissimo, ben vestito, dal portamento fiero e dai tratti eleganti. Appena notato, riprese subito la sua postura chinando la testa in preghiera. Ma non resistè in quella direzione. Si sentiva attratta dalla figura accanto a lei come una calamita. Avvertiva sul suo volto, come una carezza, lo sguardo insistente di lui. Lo guardò di sottecchi ed il suo cuore prese a battere fortissimo. Aveva un gran terrore che il giovane potesse udirlo. Alzò lievemente il capo e si girò impercettibilmente. Poialzò il viso e lo guardò. I loro sguardi si incrociarono, anzi si incatenarono per non lasciarsi mai più. Era come se ognuno stesse aspettando da sempre l’altro. Un’esplosione di rossore pervase il suo volto nel mentre una lacrima fuggevole le rigò il viso. Il giovane le porse un fazzoletto. Lei sorrise timidamente, lo prese e lui le trattenne le dita nelle sue Scoppiò un grande amore e con l’amore una passione ardente. Da quel momento in poi, i due giovani presero a vedersi tutti i giorni, sempre alla stessa ora e nel medesimo posto, ai piedi dell’altare maggiore, ma nell’angolo più in ombra. Lui si chiamava Gianni, ed era un musicista. Entrambi avevano trovato, insomma, il proprio doppio, l’anima gemella. Una sera, come ogni sera, Tirinella si recò in chiesa. Gianni non vi era ancora giunto. Non si preoccupò, ben sapeva che la musica è un’eterna amante che mai si nasconde. Allora ne approfittò per parlare con la “sua” Madonna: - Signora mia, Gianni vuol portarmi via con sé, ma io non posso farlo …Ho paura… Mio padre pagherebbe con la vita… Don Pietro, è uno che non scherza e mal tollererebbe che i patti non venissero rispettati.. Ridurrebbe mio padre in miseria, gli prenderebbe tutto, forse anche la vita … Per colpa mia non vorrei trovare la sua testa rotolare in un vicolo della marina. Quel maiale preferirebbe vedermi morta che sapermi via da lui… Io vi ringrazio con tutto la mia anima, vi avevo chiesto di tacitare il mio cuore ed invece da quel giorno urla di felicità e non smette mai di cantare. Io amo Gianni e lui mi ama, ed è il dono più bello che avreste mai potuto farmi, ma non posso mettere in pericolo la vita di mio padre, ditemi, madre mia, cosa posso fare? Mi sento così in colpaed ho un triste presagio … Questa nostra storia d’amore non ha futuro… Ci fu un lungo silenzio, poì un pensiero prepotente le invase la mente con il suo sussurro: - Chi ama non deve aver paura. Vivi il tuo amore e salva l’anima e il cuore. Noi siamo fatti di eternità… Quando Gianni arrivò, si specchiarono reciprocamente nella luce dei loro occhi, proprio come la prima volta ed insieme, nell’oscurità si diressero verso l’uscita laterale della chiesa. Appena fuori, come una liberazione, le si aggrappò al collo, poi lo baciò sotto la luna. Lui voleva stringerla forte, lei si svincolò e si mise a correre nel viale come una bambina che vuole essere raggiunta, come in un gioco innocente. Poi si fermò aspettandolo e singhiozzando cantò: - Come il mare il mio pensiero ondeggia, e il mio cuore mi fa presto piegare. Oh, sonno vesuviano, oh notte di ghiaccio stellata, il mio seno brucia lontano da questa emozione ingannevole e folle … Nello stesso momento, i figliastri apparirono alle spalle di Gianni come spettri. Erano in chiesa e la stavano spiando. Gridò con quanto fiato aveva in corpo, ma era già tardi: i quattro balordi si erano avventati su di lui come lupi famelici scannandolo. Lei assistè a tutta la scena omicida ma anziché scappare, corse verso di loro chiamando Gianni a squarcagola. I quattro orchi, per paura della forca, le si avventarono contro per farla tacere, lei si dimenava strillando, persero il controllo e come i congiurati di Cesare, la pugnalarono a turno al centro del petto. Nessuno vide nulla, nessuno udì nulla. Il sangue sprizzò dalle lame come una fontana. Gli aguzzini scapparono a cavallo. Piovve. Il sangue di Gianni, che sgorgava come una fontana, tinse di rosso il viale unendosi a quello di Tirinella formando. Nello slargo sottostante si formò una pozza scura e schiumosa. Quel cane che vagabonndava intorno alla chiesa, ululò come un lupo, e anche la luna si tinse di rosso. La storia fu avvolta dal mistero per anni. Si pensò a feroci predoni.
In quello slargo, sorgerà la Chiesa di Santa Maria Consolatrice degli Afflitti e il sangue continuerà a trasudare dalla pozza per la tradizione dei tornei cruenti che vi si disputeranno, mutuata dall’antica festa greco-latina dei giochi gladiatori, comescrive il Petrarca, trasformata poi in torneo dal conte di Miranda per evitare di incorrere in pene di giustizia. Anche i quattro assassini vi trovarono la morte. Da allora, ogni anno, nella notte dei San Giovanni, due fantasmi vagano nel viale cantando, c’è chi dice che sono proprio Tirinella e Gianni, altri invece che sono la regina Giovanna II con il suo amante, pure assassinato a pugnalate nel 1432 in Castel Capuano. Ci sono anche altre voci che affermano che Tirinella e Gianni amino passeggiare, nelle notti di luna piena, nel chiostro di San Domenico Maggiore dove il cav. Capece espiò la pena del lutto per la morte della giovane, dolce e bella Tirinella.

Punto Agro News

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