‘O cunto da’ sposa ‘e Capemonte

23 Marzo 2019 Author :  

In Primavera, a Napoli, alle donne in attesa del grande amore appare, da secoli, il fantasma della “Sposa Sventurata”. Una bella figliola che si mostra soltanto durante le fasi di luna crescente. Ha occhi grigi e calmi come il lago Patria, i capelli vaporosi e dorati che sembrano nuvole che accompagnano il tramonto, e due labbra dolci, carnose e scure, simili ai gelsi quando sono maturi. Questa figliola, quando la luna è piena ed il cielo diventa di zaffìro lucente e allo stesso tempo profondo e vellutato, si mostra seduta, con il velo da sposa di trine che le copre il volto, a Capemonte, sulle gradinate della Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio - detta anche la piccola San Pietro, ecanta un’antica melodia nel soffio del vento: - La fronda va dove il vento vuole e l’uomo ritorna dove ha lasciato il cuore. Dal bosco, le fronde degli alberi, come per magia, sembrano farle eco: - Bella, mi parto e me ne vo’ lontano, e con le tue bellezze mi incateno: ti lascio il core mio per guardiano, ti prego, bella, tienilo al tuo seno. La Sposa sventurata ‘e Capemonte, era una fanciulla che qualche giorno prima delle nozze era morta senza veder coronato il suo sogno. Il suo giovane promesso sposo di Santa Lucia, l’aveva attesa sul sacrato della chiesa per tutto il giorno, ignaro dell’infelice sciagura mentre gli addobbi di tulle bianco sventolavano alla brezza di Primavera come vessilli di resurrezione. Arrivata la notte, il giovane sposo era ancora lì, solo, speranzoso, arrovellato da mille tristi pensieri ma nessuno dei quali, però, contemplava la morte. Al tramonto, i veli bianchi si tinsero di rosso, poi di nero. Soltanto allora il giovane diede credito alle voci dei vicoli, che nervosamente entravano ed usciviano dai bassi, e bisbigliavano dell’infausta morte di una giovane sposa. Si diceva che era affetta dal morbo della povertà, quello della peste bianca, la TBC, la tisi, che a Napoli era di casa in quel periodo. Il giovane luciano non l’aveva mai saputo. Anzi, soltanto il giorno prima, all’imbrunire, erano stati insieme sulla rena di Santa Lucia, dove abitava lui, distesi, a guardare la luna e le stelle avvolti nei sospiri del mare. Lei sprizzava gioia da tutti i pori per il matrimonio e qualla sua felicità si sentiva densa, nell’aria, come il profumo del roseto del chiostro di Santa Chiara. Ultimamente usciva raramente ma quando si incontravano aveva il viso colorito come una pesca matura e mai aveva dato segni di sofferenza. Soltanto una volta aveva tossito stizzosamente spruzzandogli sulla camicia piccole stille di sangue vivo. Lei non ci aveva fatto neanche caso. Lo aveva assicurato di star bene adducendo che anche il nonno, per la segatura, a volte si raschiava la gola tossendo sangue. In verità, la giovinetta non sapeva affatto di essere ammalata. Era orfana e non aveva nessuno che si prendesse cura di lei, solo il vecchio nonno, che faceva l’impagliatore. Il promesso sposo, vista l’ora tarda, montò a cavallo, e a spron battuta si diresse verso la casa della sua sposa, del suo piccolo grande amore. Lei aveva quattordici anni, lui diciotto ed era un pescatore. Arrivato a destinazione, sulla piccola finestra del basso, vide brillare due moccoli di candela. Restò attonito, pietrificato, divenne gelido, esangue, bianco come un pezzo di ghiaccio. Un colpo di vento spalancò la finestrella e i moccoli rotolarono ai suoi piedi ancora accesi. Poi, un canto si disegnò nel respiro del vento notturno: - … l’aria sciusciava ‘a li cori, comme carev’ l’acquazza a ‘le viole … l’acqua cunnuliava ‘a varca, e l’onna scummosa e doce, pareva ‘nu vel’ ‘e sposa…

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