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Spettacolo. “fattarielle e ‘nciuce”. “Mortacci vostra!”: “Stavolta non ti dò neanche il tempo di riflettere”, racconta Gigi Proietti

13 Marzo 2021 Author :  

Spettacolo. “fattarielle e ‘nciuce”

“Mortacci vostra!”

Stavolta non ti dò neanche il tempo di riflettere” racconta Gigi Proietti “ Giancà (Giancarlo Cobelli, grande mimo del teatro italiano n.d.r), ma tu lo sai, io ho il gruppo, suoniamo nei locali, non posso proprio…”

Diecimila lire a serata”.

Quando cominciamo?”

Cobelli aveva ragione, non c’era da pensarci su due volte. Era il 1964 e 10.000 lire a serata erano tante. Paolo Poli, l’attore che doveva interpretare l’Upupa nella commedia “Gli uccelli” di Aristofane, uno dei ruoli principali, dette forfait all’ultimo momento e la compagnia doveva debuttare entro pochi giorni, impegnata in una tournèe estiva nei teatri antichi d’Italia. Ogni comune che aveva un teatro antico nel proprio territorio organizzava una rassegna estiva di spettacoli classici ed era una vera manna per tutte le compagnie teatrali, in giro per il nostro paese. C’era addirittura una categoria di attrici che campava solo di questo. Attrici impegnate solo d’estate che, con qualche spinta di personaggi potenti, riuscivano sempre a infilarsi nelle compagnie di giro. Dato che recitavano solo d’estate e solo sui ruderi di teatri antichi, all’aperto, le chiamavano malignamente “le scolopendre”, i terribili insetti pieni di zampe che si trovano sotto i sassi. Sono animali insofferenti, non sopportano la vicinanza di un loro simile e se gliene capita qualcuno a tiro, fanno di tutto per farlo fuori. Così erano anche quelle attrici. Non ce ne poteva stare più di una in una compagnia teatrale, altrimenti si azzannavano. L’attore che doveva interpretare il ruolo dell’Upupa doveva pure cantare ed io ,che me la cavavo bene col canto, fui subito scritturato dal regista Giuseppe De Martino, che mi chiese se ero capace di raggiungere con la voce tonalità molto basse. Gli feci sentire Oci ciornie, una canzone russa che ha tonalità talmente profonde che sembra di sentire un tubo di scappamento. Il mio vocione lo conquistò totalmente e mi diede subito il copione da imparare in fretta. Riuscii a memorizzarlo in pochissimo tempo e fui mandato dal costumista affinchè approntasse a tempo di record il costume per il mio ruolo. Fra tanti costumisti che vi sono nel mondo dello spettacolo a me toccò il più “estroso”. Si credeva un grande stilista e, come tale, aveva un modo di fare altezzoso e supponente. Con me il suo genio creativo si sbizzarrì. Mi fece indossare una calzamaglia di filanca verde che, aderendo al mio corpo come una guaina, ne svelava tutte le magagne, prima fra tutte la circonferenza esigua delle mie coscette secche. Poi mi spruzzò addosso delle bombolette spray, disegnando delle venature di colore per dare l’impressione delle piume , E, dulcis in fundo, per completare il suo capolavoro, mi cosparse di colla a caldo per appiccicarmi ciuffi di tulle, a mo’ di piumaggio, e mi piazzò un pesante ed enorme becco di legno sulla faccia che mi copriva tutto il viso. Me parevo un incrocio tra un ramarro piumato e una tucano col becco ingessato. Pensando alle 10.000 lire quotidiane di compenso, abbozzai, senza lamentarmi. Per quella cifra ce potevo pure sta! E, così conciato, mi buttarono in scena! Quando in camerino, alla fine dello spettacolo, mi tolsi la calzamaglia, mi arrabbiai come una iena incazzata. I colori spray e la colla avevano attraversato il tessuto di filanca e mi si erano attaccati addosso come una seconda pelle. Guardandomi allo specchio, sobbalzai. Sembravo un quadro di Picasso! Per interpretare il mio ruolo ogni sera dovevo arrampicarmi su un trespolo posto molto in alto, rispetto al palcoscenico, tre o quattro metri circa di altezza, perché l’Upupa doveva arringare gli altri uccelli da una posizione sopraelevata. Ma questo, per me, non era un problema perché la struttura era abbastanza solida e io non soffrivo di vertigini. Una sera capitammo in un’arena molto particolare: il retro del palco confinava con la strada principale del paese Mentre eravamo nel pieno della rappresentazione, cominciai a sentire alle mie spalle un vociare concitato, una specie di schiamazzo che diveniva, man mano, sempre più corposo. All’inizio non ci prestai molta attenzione ma, poi, il rumore divenne sempre più invadente e in quel ronzio fastidioso intercettai una tarantella di insulti e pernacchie, gentile omaggio dei ragazzi del posto. Paludato com’ero nel mio costume e imprigionato nella mia posizione, feci finta di niente e, impassibile, continuai a recitare. Ma, proprio mentre ero tutto preso da uno dei miei monologhi più intensi: “Venite a me, compagni pennuti! Venite!” sentii un dolore improvviso alla schiena. Una sassata! “Quanti pei fertili campi, orzo e sementi ai bifolchi rapite….” Seconda sassata! Ed io a bassa voce:”Mortacci vostra! Fitto ed innumere stuolo…” Altro sasso e altro “Mortacci vostra”. Quest’ultimo lo sentì pure il pubblico. E, forse, a qualcuno venne un dubbio: “ma Aristofane era greco o romano?”. Fu una via crucis! Grazie, Gigi, sei sempre er mejo!

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