di Francesco Apicella*
Mamma Schiavona, la Madonna nera’
“Si jo songo brutta, me ne vaco luntano, vaco ‘ncopp’a ‘na muntagna avta assaje, vuje state cca’ belle e commode e ve pigliate ‘e llode cchiù facile ma chi vò vedè a me addà venì fno a là ‘ncoppo pe’ me truvà, addà sudà” (Se io sono brutta, me ne vado lontano, vado sopra una montagna, assai alta. Voi state qua, belle e comode, vi pigliate le lodi più facili ma chi vuol vedere me deve venire fin quassù per trovarmi, deve sudare).
Sono queste le parole che, secondo un’antica leggenda popolare, la Madonna di Montevergine, rivolse alle sue sorelle più belle che, orgogliose della propria bellezza, decisero di partire per i loro rispettivi santuari posizionati in pianura o su colline facilmente accessibili, lasciando la sorella ‘scura’ da sola. Ma Mamma Schiavona non si perse d’animo. Con immenso orgoglio, scelse il monte più alto, il Partenio. Anticamente si credeva che la Madonna nella tradizione campana non era una sola ma erano 7 sorelle e, secondo un canto tradizionale napoletano, queste 7 Madonne erano tutte figlie di Sant’Anna e San Gioacchino. Ognuna aveva, e ancora ha, un santuario a lei dedicato, caratteristiche proprie e riti specifici, spesso accompagnati e scanditi dal ritmo incessante delle tammurriate. Il mito delle ‘sette sorelle’ (o sette Madonne), ancora vivo nella tradizione popolare, rappresenta uno dei sincretismi religiosi più affascinanti d'Italia, dove il culto mariano cristiano si fonde con antiche divinità pagane della terra e della fertilità.
L’elenco delle 7 Madonne, ‘sorelle’, comprende: la Madonna di Montevergine, la Madonna dell’Arco, la Madonna delle Galline, la Madonna di Castello, la Madonna dei Bagni, la Madonna dell’Avvocata e la Madonna di Materdomini. In alcune zone di Napoli la "lista" delle sorelle si allarga, includendo icone storiche della città come la Madonna del Carmine (del Carmine Maggiore), la Madonna di Piedigrotta, l'Annunziata (protettrice dei trovatelli) o la Zingarella (custodita a Caponapoli). In tempi recenti, alcuni studiosi locali vorrebbero aggiungere persino, come ottava sorella, la Madonna di Pozzano ‘residente’ a Castellammare di Stabia, per ampliare la mappa dei santuari. Prima che sorgesse la chiesa cristiana dedicata alla Madonna di Montevergine, sul monte Partenio sorgeva un maestoso tempio pagano dedicato alla dea Cibele, la Grande Madre frigia della natura, degli animali e della fertilità. I sacerdoti di Cibele, chiamati Galli, erano uomini che, folgorati dall'amore per la Dea, si castravano ritualmente e assumevano abiti, movenze e identità femminili. Per venerare Cibele, questi sacerdoti salivano sul Monte Partenio a piedi, cantando e suonando i timpani (gli antenati delle nostre tammorre). Quando il Cristianesimo arrivò sul monte, il culto non fu cancellato, ma si trasformò. I Galli di Cibele sono diventati i Femminielli di Mamma Schiavona. Il tamburo ha continuato a battere lo stesso ritmo ipnotico, e la salita sul monte è rimasta una scalata verso la Grande Madre.
Nella tradizione popolare della Campania la Madonna di Montevergine viene chiamata affettuosamente ‘Mamma Schiavona’; il termine "schiavona" nell'antico dialetto campano e nell'italiano arcaico indicava genericamente le persone provenienti dall'Est Europa, dai Balcani (la Slavonia) o dal Medio Oriente, spesso caratterizzate da una carnagione più scura, olivastra o bruna. La maestosa icona lignea di Montevergine raffigura la Vergine con un viso dai tratti tipicamente bizantini e la pelle scura. Per il popolo era la "straniera dalle sembianze diverse", da cui il nome Schiavona".
Mamma Schiavona è considerata la mamma più buona e accogliente di tutte, "colei che non rifiuta nessuno". È la madre degli ultimi, degli emarginati, dei diversi (storicamente è la protettrice della comunità LGBTQ+ e dei "femminielli" campani, che ogni 2 febbraio salgono al santuario per la festa della Candelora). Mamma Schiavona ha preso a cuore il ‘percorso vitale’ dei Femminielli; la tradizione dice che, mentre le altre Madonne possono essere severe, lei non è un giudice austero, ma una madre accogliente che protegge proprio chi la società spinge ai margini. Il legame tra i femminielli e Mamma Schiavona affonda le radici in un miracolo leggendario ambientato nell'inverno del 1256. Si racconta che due giovani amanti dello stesso sesso furono scoperti, la notte della Candelora (festa che cade il 2 febbraio), in un momento di intimità e baci. All'epoca, un amore del genere era considerato una colpa imperdonabile, uno "scandalo" intollerabile per i codici morali del tempo.
La reazione della popolazione fu spietata e crudele: i due innamorati vennero denudati, cacciati dal paese, trascinati sulla vetta del monte Partenio ed esposti a una violenta bufera di neve. Qui vennero legati stretti a un albero, imprigionati da lastre di ghiaccio e corde, condannati a una morte atroce per assideramento o a essere sbranati dai lupi. Mentre la vita dei due giovani stava per spegnersi nel gelo, i loro cuori continuarono a invocare aiuto. Fu in quel momento che Mamma Schiavona si commosse davanti alla purezza del loro sentimento. La Vergine trafisse la tempesta inviando un miracoloso e caldissimo raggio di sole che sciolse istantaneamente il ghiaccio e spezzò le catene, riscaldando e salvando i due amanti da morte certa.
Quando i popolani salirono sul monte per verificare l'esecuzione, trovarono i giovani sani e salvi, avvolti dalla luce divina. Davanti a un simile segno di tolleranza e amore universale, la comunità non poté fare altro che accettare la loro unione. Da allora, Mamma Schiavona è per tutti "Colei che tutto può e tutto perdona". Da quel giorno, quel monte è diventato terra di asilo inviolabile. In memoria di questo miracolo di accoglienza, ogni anno nel giorno della Candelora (una festa liturgica che celebra la presentazione di Gesù al tempio e la benedizione delle candele, simbolo della luce che illumina le genti) questa ricorrenza, a Montevergine, si trasforma nella celebre ed emozionante "Juta dei Femminielli" (dove "juta" significa letteralmente la salita, l'andata verso il santuario).
Nella cultura del popolo napoletano, il femminiello è una creatura di confine, un essere umano che porta in sé la coesistenza armoniosa del principio maschile e di quello femminile. E per questo, la tradizione popolare non lo ha mai isolato, ma lo ha storicamente sacralizzato. Nello scenario dei vicoli di Napoli, il femminiello è sempre stato una figura di riferimento e di benedizione: a lui si affidava il neonato, per ricevere la fortuna, nel rito teatrale del “matrimonio dei femminielli”, a lui spettava il compito di estrarre i numeri della tombola (la celebre Tombola dei Femminielli), perché si riteneva che la sua natura ‘anfibia’ e di confine gli permettesse di comunicare direttamente con Tiche, la dea bendata della Fortuna. Mentre il mondo borghese e il patriarcato condannavano la diversità, il popolo dei vicoli vedeva nel femminiello un tramite con il divino.
Molti devoti rifiutano la comodità della funicolare o delle auto e scelgono di percorrere a piedi l'antico Sentiero del Pellegrino, che parte dal borgo di Ospedaletto d'Alpinolo e si arrampica sinuoso lungo i fianchi del Monte Partenio. Un sentiero impervio, fatto di pietre millenarie, gradini naturali scavati nella roccia e terra battuta, immerso nel silenzio solenne dei boschi di castagni e di faggi. La salita è ripida, spezza il fiato e fa tremare le gambe. È una fatica cercata e offerta. I pellegrini più devoti affrontano la scalata completamente scalzi, lasciando che le pietre vive e il gelo dell'inverno feriscano i loro piedi, in un cammino di purificazione in cui ogni passo doloroso diventa una preghiera. Lungo i tornanti ci si sostiene a vicenda. Chi è più forte aiuta chi non ce la fa, le barriere sociali cadono e si diventa un'unica grande famiglia in cammino. La salita verso la vetta non avviene nel silenzio, ma è accompagnata dal ritmo ancestrale delle tammorre (i tamburi a cornice), dalle nacchere e dai canti tradizionali a distesa.
Il pellegrinaggio a Montevergine non è una semplice gita; per molti è un pegno d'amore che richiede il sacrificio del corpo. Mentre il corpo fatica lungo il sentiero, l'anima trova la sua voce attraverso le 'Fronne' (o canti a fronna 'e limone). La Fronna, o ‘fronna ‘e limone, che letteralmente significa "fronda", foglia, è un canto a cappella (cioè senza l'accompagnamento degli strumenti musicali n.d.r), eseguito da un cantore solista (spesso seguito da risposte di altri cantori) che distende la voce al massimo delle sue capacità polmonari, emettendo note lunghissime e ricche di fioriture vocali. Quando la voce del solista si spegne, un'altra voce risponde da un punto più alto del sentiero, creando un dialogo invisibile tra i viandanti sospesi tra cielo e terra. È un canto che mette i brividi, che porta dentro la fatica della vita quotidiana, la sofferenza dell'emarginazione, ma anche la certezza incrollabile di non essere soli, perché lassù c'è una Madre scura che accoglie tutti in un grande abbraccio d’Amore.
Mamma Schiavona è scura anche perché si sporca le mani con la polvere della strada, non sta in cielo, su un trono di nuvole, ma cammina nei vicoli accanto a chi soffre. Ed è per questo che la sua storia continua a commuoverci così tanto: ci ricorda che l'essenza stessa del sacro non è il giudizio, ma l'abbraccio. L'arrivo sul sagrato del Santuario è un momento di intensità drammatica e liberatoria. Esausti, con i piedi sanguinanti o doloranti, i pellegrini attraversano l'ultimo tratto avanzando in ginocchio sul pavimento di marmo della santuario, fino a raggiungere il grande quadro ligneo di Mamma Schiavona. Lì, lo sforzo fisico si scioglie in un pianto di pura catarsi. I devoti guardano il quadro di Mamma Schiavona e le cantano sul viso. Le strofe sono poesie d'amore viscerali, talvolta audaci, piene di confidenze intime. Sul sagrato si canta fino a perdere il fiato, si danza al ritmo trascinante delle tammorre, fino a cadere in una sorta di trance mistica. In quel sudore, in quelle lacrime e in quei sorrisi che si mescolano, si consuma il vero miracolo moderno: la scomparsa della vergogna.
I pellegrini si rivolgono alla Madonna con una confidenza intima, quasi a tu per tu, chiamandola "Mamma" nel senso più carnale del termine. Salire a Montevergine il 2 febbraio significa, metaforicamente, "andare a scaldarsi alla luce di Mamma Schiavona". La comunità LGBTQIA+ e i pellegrini si rifugiano sotto il grande e accogliente manto della Madonna Nera, trovando uno spazio sacro in cui sentirsi liberi, accettati e amati per ciò che sono, senza subire l'invisibilizzazione o il giudizio del mondo esterno. Oggi la ‘Juta’è diventata anche un momento di profondo orgoglio, di visibilità e di unione; un momento in cui la fede si trasforma in una gioiosa e resistente festa della vita e dell'inclusione umana. Amici lettori, vi saluto con immenso affetto e, per ‘par condicio’, nei prossimi articoli parlerò delle altre sorelle di Mamma Schiavona, dei loro santuari, del culto e dei riti che la tradizione popolare ha loro dedicato.
*critico di cinema e teatro
SEGUI PUNTO AGRO NEWS SU WHATSAPP!
Resta sempre aggiornato sulle ultime notizie del territorio, sulla cronaca, sulla politica e sugli eventi locali.
Segui il nostro canale WhatsApp di Punto Agro News per ricevere direttamente sul tuo smartphone tutte le notizie più importanti.
L'informazione sempre con te!

