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Perché la direttiva Ue sul reato di stupro divide i 27 Paesi

05 Febbraio 2024 Author :  

Il negoziato in corso sulla Direttiva europea pensata per unificare le normative sullo stupro in tutta l'Unione e facilitare la protezione delle donne, si è incagliato in Consiglio Ue, mancando su alcuni punti l'unanimità di vedute tra i 27 Paesi.

Lo scoglio principale da superare è legato in particolare all'articolo 5 del testo, ovvero quello che definendo lo stupro come "sesso senza consenso" ne favorisce la penalizzazione negli ordinamenti di tutti gli Stati.

La Direttiva sarà esaminata domani, martedì 6 febbraio, in Consiglio Ue.

L'Eurocamera vuole che la nuova normativa contenga una definizione di questo reato penale applicabile ad "ogni rapporto sessuale non consensuale" e in tutti gli Stati membri.

Alcuni Paesi però ancora non sono convinti e stanno bloccando l'iter del testo. Lo stralcio tradirebbe le disposizioni della Convenzione di Istanbul costituendo un rischioso passo indietro per la tutela delle donne.

I 27 Paesi Ue sarebbero spaccati quasi a metà. Francia, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, tra gli altri, chiedono che siano le vittime a dover dimostrare l'uso della forza o della minaccia; mentre la posizione di altri 13, tra cui Spagna, Belgio, Lussemburgo, Svezia e Italia, è in linea con lo slogan: "No significa no". L'Associazione Differenza Donna ha lanciato una petizione.

Il rischio di passi indietro ha fatto insorgere le associazioni a tutela delle vittime di violenza, ma anche i sindacati. In particolare, questi ultimi, sono preoccupati dall'eliminazione della definizione di "molestie sessuali nel mondo del lavoro" (articolo 4 della Direttiva).

Picierno (vicepresidente del Parlamento Ue): "Serve una mobilitazione corale"
"La direttiva sulla violenza di genere va approvata senza tagli e omissioni che la renderebbero gravemente insufficiente", ha dichiarato la vicepresidente del Parlamento Europeo Pina Picierno, chiedendo una "mobilitazione corale". "Giorgia Meloni - chiede Picierno - risponda chiaramente a queste domande: ritiene che un rapporto sessuale senza consenso sia da considerarsi stupro? Ritiene che le molestie sul luogo di lavoro siano una piaga da estirpare senza esitazioni? Ritiene che la cyberviolenza sia sempre un danno incalcolabile sulle donne? Se è a favore lo dica e lavori attivamente per convincere gli altri governi nazionali: l'accordo sullo sblocco dei fondi all'Ucraina è stato trovato, nonostante il terribile ricatto di Orban, in 24 ore. Se c'è la volontà politica gli accordi si trovano. È finito il tempo delle mediazioni al ribasso sul corpo delle donne".

Il nodo delle "molestie sessuali sul lavoro"
In Italia i sindacati dicono no all'eliminazione delle norme su stupro e molestie sessuali nel mondo del lavoro dalla Direttiva europea.

Cgil Cisl Uil manifestano "grande preoccupazione per il tentativo di indebolimento della direttiva europea contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, in particolare dell'art.5 che, definendo lo stupro come "sesso senza consenso", ne favorisce la penalizzazione negli ordinamenti di tutti gli Stati.

Si sta allargando il fronte dei Paesi, come la Polonia e l'Ungheria, che stanno in tutti modi tentando di far cassare dalla direttiva l'articolo 5, sottolineano Lara Ghiglione, segretaria confederale Cgil, Daniela Fumarola, segretaria generale aggiunta della Cisl e Ivana Veronese segretaria confederale Uil.

La presidenza belga nel tentativo di trovare una mediazione ha modificato il testo in diversi punti: ha eliminato la definizione di "molestie sessuali nel mondo del lavoro" (articolo 4), ha eliminato l'articolo 5 (Stupro)".

"Le donne di Cgil Cisl Uil - si legge in una nota - invitano il Governo italiano e la Presidente del consiglio Giorgia Meloni a difendere le norme a tutela delle donne e a promuovere presso tutte le delegazioni e tutti i Paesi un pieno sostegno all'articolo 5. La formulazione originaria garantisce e protegge di più dalla violenza di genere: non vogliamo cedere a modifiche peggiorative che pagherebbero le donne dentro e fuori i posti di lavoro. Abbiamo bisogno di più tutele, non di minori diritti".

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