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Salerno, fonderie Pisano: "Qui si muore" | L'intervista a Martina Marraffa

31 Marzo 2016 Author :  

Salerno. Località Fratte. Via dei Greci. Una zona dove da decenni si registra un alto tasso di malati e decessi per tumore, ma dove la gente ha deciso di alzare la voce e squarciare quell’apatico velo di silenzio che quasi involontariamente sfiora l’omertà. In una giornata di sole quasi estivo fuori i cancelli delle Fonderie Pisano incontriamo una donna (con la D maiuscola), Martina Marraffa, neuropsicologa salernitana che da oltre tre settimane si è stanziata con una tenda all’esterno dell’azienda, giorno e notte, 24 ore su 24, per chiedere la chiusura di un’azienda altamente inquinante che starebbe causando numerose vittime.

Per chi si trova a passare in via dei Greci è facile notare un’autentica macchia rossiccia che si staglia a ridosso di case e vegetazione. Un senso di ruggine pervade gli occhi e offusca il respiro, un odore acre di bruciato subito percepibile per chi viene da lontano, un’abitudine mortale per chi abita nelle vicinanze. Siamo all’esterno delle Fonderie Pisano, dove da tre settimane e passa alcuni cittadini della zona hanno allestito un presidio permanente per chiedere la chiusura della fonderia. Un’autentica battaglia a suon di denunce, documenti, immagini e ‘mazzate’. Già… perché giorni fa alcuni operai hanno assalito Martina e alcuni giornalisti. All’aria irrespirabile si aggiunge un’atmosfera tesa. Mentre parliamo alcuni tecnici stanno installando una telecamera che punta dritto sulla tenda del presidio. Un sintomo di paura, una tentata minaccia. Ma da tre settimane si vive così in via dei Greci, con la politica e le istituzioni incapaci di intervenire con decisione. Mentre tante persone continuano a morire.

L’anima della protesta si chiama Martina Marraffa, visibilmente stanca in viso ma dagli occhi si capisce che non mollerà mai la presa. Ha perso diversi familiari per colpa di un tumore, ultimo in ordine di tempo suo padre.

Abito a 700 metri dalle fonderie, sono nata qui, quando sono nata la mia famiglia viveva qui già da una decina di anni, dopo aver acquistato una casa alla fine degli anni ’70”. All’epoca era una fonderia a conduzione familiare, con 10-12 operai e la produzione era abbastanza compatibile con questo tipo di ambiente, in quanto la produzione era molto scarsa, ma “dagli anni ’90 ha ricevuto la triplicazione della propria volumetria. Infatti oggi conta centinaia di operai” continua “Nella mia famiglia, in via Partecipazione dove abbiamo la nostra proprietà, ci sono stati dieci casi di tumore negli ultimi otto anni, ho perso cinque cari familiari al di sotto dei 60 anni, e ho perso mio padre due mesi fa. Di questi dieci cinque sono morti, cinque sono stati operati e si sono salvati in calcio d’angolo”.

Ma i casi di tumori sono centinaia, sono dolorosamente silenti, nessuno ne parla, soffocano nel dolore di chi viene colpito e dei familiari che li circondano. Sono urla che rimbombano nelle mura domestiche o degli ospedali, solo chi è coinvolto può capire…
Martina Marraffa è un fiume in piena, snocciola dati, foto, video, sentenze, dati, prove concrete. Presto arriveranno ulteriori dati di laboratorio che attesteranno scientificamente l’insalubrità delle fonderie “ove ce ne fosse ancora bisogno”. Nel frattempo la battaglia va avanti, fortunatamente a debita distanza, seppur la tenda sia piazzata proprio al confine della proprietà privata. Un bel segno di sfida. “Dicono che sono 120 operai, ma sono qui da tre settimane e vedo sempre le stesse persone. Ritengo che non vadano oltre la cinquantina”.

L’Arpac Salerno è stata commissariata in quanto i loro dati erano dubbi. I loro dispositivi mobili un giorno funzionavano e cento no (pare che un familiare di un imprenditore della fonderia sia un funzionario Arpac…). Quindi è stata chiamata l’Arpac di Caserta che ha rilasciato un verbale sconcertante che ha spinto la Regione Campania ad emanare un’ordinanza di chiusura. Nella relazione dell’Arpac di Caserta troviamo alcune accuse ben chiare”. Leggendo i risultati delle analisi territoriali: smaltimento illecito di alcuni rifiuti, presenza di macchinari senza la dovuta comunicazione all’Autorità competente, mancato rispetto dei requisiti tecnici di alcuni camini, assenza di autorizzazione per gli scarichi di acque reflue industriali nel fiume Irno, assenza di procedura di verifica della integrità di tutte le vasche a tenuta presenti nello stabilimento, una totale assenza delle misure previste dalle BAT di settore per le fonderie… e molto altro ancora.
I giochi sembrerebbero conclusi, i dati incontestabili, abbastanza per decretarne la chiusura o la delocalizzazione. Ma forse non al Sud.

Dieci giorni dopo l’ordinanza di chiusura la stessa giunta regionale emette un altro atto in cui asserisce di aver ricevuto gli auto-controlli che la proprietà Pisano ha effettuato in proprio e che le criticità evidenziate erano rientrate”. Ma cosa è successo in realtà? “La famiglia Pisano ha fatto un’imbiancata alle pareti, ha aggiustato delle finestre (molte sono tutt’oggi ancora rotte, ndr), ha chiuso delle porte, ha messo dei carrelli e sono ripartiti”.

Da quel momento inizia il presidio permanente. “E’ una mancanza di rispetto non tanto per quelli che sono ancora vivi, ma per tutti coloro che sono morti con leucemie fulminanti, morti premature, malattie rare. Ci siamo illusi che qualcosa stesse cambiando. Quando l’abbiamo vista riaprire non ci ho visto più, ho chiamato tutti i miei pazienti, ho disdetto tutti gli appuntamenti di quella giornata e non mi aspettavo di arrivare fino ad oggi. Il mio cuore mi ha portato qui, mi sono seduta… e poi la storia la conoscete tutti”.

Da giorni Martina raccoglie foto e video che sta passando alla magistratura, l’unica istituzione in cui i cittadini della zona ancora credono.
La storia di questo stabilimento sembra intrecciarsi con i soliti giochi politici e con presunti scambi di voti e favori. L’Asl solo ora sta muovendo i primi passi per effettuare uno screening:

Non ci sottoporremo a nessun tipo di indagine proveniente dall’Asl di Salerno. Se vogliono daremo l’autorizzazione a riesumare i morti perchè la verità è in quei corpi che hanno urlato e sono rimasti inascoltati fino alla morte”.

I cittadini che presidiano i cancelli delle fonderie si dicono contrari alla delocalizzazione per un semplice motivo: non vogliono che questi imprenditori beneficino dei fondi provenienti dall’Unione Europea e dal Ministero dello Sviluppo Economico. Quindi con i soldi dei cittadini!

Dopo aver commesso per due generazioni una serie di reati già accertati dalla magistratura con tanto di processi conclusi con ridicoli patteggiamenti, riteniamo sia inammissibile che la proprietà riceva questo premio economico. Dico sì alla delocalizzazione se il magistrato commissaria la proprietà, confisca i beni alla famiglia Pisano e li ha dati a terza persona. La nostra paura è che con la scusa della salvaguardia dei posti di lavoro quest’azienda riceva ancora dei soldi dai cittadini che hanno visto i loro familiari morire. Questo non possiamo accettarlo”.

E Martina ha anche una soluzione per i dipendenti dello stabilimento, costretti a condizioni di lavoro a dir poco insalubri: “A breve distanza da qui si stanno costruendo grandi centri commerciali e maxi-cinema. Perché non assumerli lì al posto di far entrare i soliti raccomandati?”.
E' inutile ricordare a Martina che restare vicino alla fabbrica potrebbe nuocerle alla salute. Lei risponde: “Abito a poca distanza, respiro ugualmente questi veleni”.


Il mondo politico ancora una volta si dimostra debole con i forti e forte con i deboli. Per chi volesse seguire le vicende della protesta può andare su Facebook e cercare Presidio Permanente #fonderiepisano.

 

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