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Sarno, Maria Rosaria Aliberti (FI): «Lo scioglimento non è un incidente, prima dei ricorsi serve assumersi responsabilità»

10 Giugno 2026 Author :  

SARNO. Dopo lo scioglimento del Comune di Sarno per infiltrazioni e condizionamenti della criminalità organizzata, interviene l'ex capogruppo di Forza Italia in Consiglio comunale, Maria Rosaria Aliberti, con una riflessione critica sul dibattito politico sviluppatosi negli ultimi giorni attorno al provvedimento disposto dal Governo.

Secondo Aliberti, il confronto pubblico si starebbe concentrando prevalentemente sugli aspetti giudiziari e sulle possibili iniziative legali da intraprendere contro il decreto di scioglimento, trascurando invece una più ampia riflessione sulle responsabilità politiche e amministrative che hanno portato a una decisione tanto grave per la città.

L'ex esponente azzurra sottolinea come il diritto al ricorso rappresenti uno strumento legittimo previsto dall'ordinamento, ma ritiene che la discussione non possa esaurirsi esclusivamente nelle aule giudiziarie. Al centro del suo intervento vi è la necessità di interrogarsi sulle dinamiche che hanno caratterizzato la gestione dell'ente e sulle condizioni che, secondo quanto accertato dagli organi dello Stato, hanno reso necessario il commissariamento del Comune.

Di seguito la dichiarazione integrale di Maria Rosaria Aliberti.

"In questi giorni, di fronte allo scioglimento del Comune per infiltrazioni e condizionamenti della criminalità organizzata, sento ripetere sempre le stesse frasi. - dichiara l'ex capogruppo di Forza Italia in consiglio comunale Maria Rosaria Aliberti -

Non ci sono arresti. Non ci sono indagati. Faremo ricorso. Lo scioglimento è ingiusto.

Nessuno mette in discussione il diritto di difendersi nelle sedi competenti: il ricorso è uno strumento previsto dall’ordinamento e spetta a chi ritiene di aver subito un torto.

Ma ridurre tutto alla partita giudiziaria significa non voler vedere il resto.

Quello che colpisce, infatti, non è il ricorso. Quello che colpisce è la velocità con cui una parte della classe dirigente locale sembra aver già archiviato la gravità di quanto è accaduto.

Sarno è stata sciolta per accertati condizionamenti da parte della criminalità organizzata, ai sensi dell’articolo 143 del Testo unico degli enti locali. Eppure il dibattito pubblico si concentra soprattutto sulle carriere politiche interrotte, sugli incarichi perduti, sulle strategie difensive, sulle possibili impugnazioni. Molto meno si parla delle ragioni che hanno spinto lo Stato ad adottare uno dei provvedimenti più incisivi e più gravi previsti dal nostro ordinamento per la vita democratica di un Comune. Come se il problema fosse soltanto dimostrare che non sono stati commessi reati. Come se bastasse dire “non ci sono arresti” per chiudere ogni discussione.

Ma uno scioglimento per infiltrazioni mafiose non è una sentenza penale e non nasce per individuare colpe individuali. Riguarda il modo in cui l’ente è stato amministrato, i rapporti che si sono consolidati nel tempo, le scelte compiute, i controlli mancati, le zone grigie in cui determinati interessi hanno potuto avvicinarsi alla gestione della cosa pubblica.

È qui che si misura la responsabilità politica, ben prima di ogni eventuale responsabilità giudiziaria.

Ed è proprio questo il punto che molti fingono di non vedere.

Le comunità non entrano in crisi da un giorno all’altro.

Entrano in crisi quando passa il messaggio che alcune regole si possono aggirare perché “si è sempre fatto così”.

Quando viene considerato normale ciò che dovrebbe essere eccezionale.

Quando il rapporto personale finisce per valere più delle procedure.

Quando la vicinanza politica o relazionale diventa, nei fatti, un vantaggio competitivo.

Quando incarichi, affidamenti, proroghe, concessioni e decisioni amministrative cessano di essere letti solo in chiave di interesse pubblico e iniziano a essere interpretati attraverso la lente delle convenienze e delle appartenenze.

Questa deriva quasi mai esplode con un fatto clamoroso.

Molto più spesso cresce nel silenzio, nell’abitudine, nella rassegnazione collettiva a non farsi domande, nella complicità di chi “volta la testa dall’altra parte”.

Per questo lascia sconcertati l’atteggiamento di chi, dopo un provvedimento così devastante per l’immagine e la credibilità di Sarno, continua a comportarsi come se si trattasse di una semplice parentesi amministrativa.

Si vedono partecipazioni festose, inaugurazioni, passerelle, dichiarazioni rassicuranti, tentativi sistematici di minimizzare.

Da chi ha governato e da chi ha sostenuto quell’assetto di potere ci si sarebbe potuti aspettare altro:

più sobrietà, più misura, più capacità di fermarsi e interrogarsi su cosa non ha funzionato.

Perché l’assunzione di responsabilità politica non è un optional che si sceglie solo quando conviene.

Si può anche non aver commesso alcun reato e tuttavia aver contribuito, con scelte, omissioni, tolleranze, superficialità, a creare un contesto che ha reso la città vulnerabile a certi condizionamenti.

Se questo non viene riconosciuto, se non si trova il coraggio di dirlo ad alta voce, allora il messaggio che passa è che, in fondo, è andato tutto bene e che il problema è sempre “altrove”.

Invece, il racconto che oggi si tenta di imporre è un altro. Un racconto in cui gli unici danneggiati sarebbero gli amministratori che hanno perso il proprio incarico. Un racconto che sposta costantemente il punto focale dalle cause alle conseguenze personali dello scioglimento.

Un racconto in cui la responsabilità è sempre degli altri: dello Stato, della Commissione d’accesso, del Ministero dell’Interno, di chi ha denunciato, di chi ha chiesto controlli, di chi non ha fatto finta di nulla. Molto più raramente si sente dire: forse abbiamo sbagliato qualcosa.

Eppure c’è un dato che nessuna polemica potrà cancellare.

Per i prossimi diciotto mesi, prorogabili fino a ventiquattro, Sarno non sarà amministrata da rappresentanti scelti dai cittadini, ma da una commissione straordinaria nominata dal Ministero dell’Interno. Non è una disgrazia caduta dal cielo. Non è colpa di chi ha denunciato, non è colpa di chi ha controllato, non è colpa di chi ha fatto opposizione. È la conseguenza diretta di una gestione che, nella migliore delle ipotesi, non è stata in grado di prevenire e respingere fino in fondo i rischi di condizionamento mafioso. Questa, prima ancora che giudiziaria, è una responsabilità politica e morale. Le vere vittime di questa vicenda non sono coloro che hanno perso una carica. Le vere vittime sono i cittadini di Sarno. Sono loro che vedranno sospesa, per quasi due anni, la normale dialettica democratica. Sono loro che pagheranno il prezzo del danno reputazionale, istituzionale ed economico prodotto da questo scioglimento. Sarno oggi non ha bisogno di tifoserie, di slogan autoassolutori o di campagne di vittimismo politico. Ha bisogno di verità. Ha bisogno di capire, fino in fondo, cosa non ha funzionato. Ha bisogno che chi ha governato e chi ha costruito e difeso quel sistema di relazioni abbia almeno il coraggio di interrogarsi sugli errori commessi, invece di cercare solo un capro espiatorio. Perché una città può rialzarsi anche dopo una ferita gravissima.

Ma non potrà mai farlo se la sua classe dirigente continua a comportarsi come se quella ferita non esistesse".

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