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SalvatoreAnnunziata

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Tra parate burlesche e carri allegorici: la storia del carnevale nella Valle del Sarno

24 Febbraio 2017 Author :  

Tra parate burlesche e carri allegorici, il Carnevale costituisce uno dei fondamentali temi che ritma il calendario contadino, una festa che segna il principio tra il vecchio ed il nuovo anno, l’inizio della nuova stagione agraria. Attraverso i simboli del Carnevale, l’uomo ritualizza lo scontro tra le forze universali che rappresentano il Bene e il Male. Questa festa è la rappresentazione mitica della trasgressione e come sostiene Franco Castelli: - corre sull’incerto confine tra Festa e Rivolta, tra Erotismo e Morte, tra violenza storica e violenza immaginaria, uccisioni reali e uccisioni simboliche.
Il Carnevale nelle comunità rurali della Valle del Sarno, è esistito fin dai tempi più antichi e consiste nel preparare un pupazzo di paglia vestito da uomo, chiamato Carnuvalone, il quale viene adagiato in bella vista nel cortile, al libero sberleffo degli astanti. L’ultimo giorno, lo si pone su un letto e la gente, con maschere e travestimenti, si riunisce al suo capezzale per piangerlo e riempirlo di improperi. Prima dell’ultima grande guerra, si usava anche organizzare un corteo funebre, del quale se ne faceva avviso alla comunità attraverso un manifesto funerario, con al seguito persone travestite, asini e cavalli addobbati con coperte e ghirlande di fiori, sino alla piazza principale dove veniva poi arso al rogo. Il Carnevale, è un remoto rito carico di simboli e significati che dopo la rivoluzione industriale post-bellica ne ha assunto anche di politici, rappresentando l’allegoria del potere. Nel rito del Carnevale, emergono i riti bacchici che non furono mai completamente debellati, anzi ripresero vigore nel periodo imperiale perché mimetizzati nei misteri orfici ed eleusini che rievocavano, rispettivamente, i miti di Orfeo che scende negli Inferi per liberare Euridice e di Demetra che libera sua figlia Kore. Per Diodoro Siculo (I, 22-23) la matrice del ciclo morte-resurrezione di tale culto, era da rintracciare nei misteri di Iside e di Osiride degli Egizi, come pure in quelli di Attis e di Cibele, la Grande Madre della Frigia, l’Astarte siriana. Il carattere escatologico del culto è sopravvissuto nei corredi funerari e nelle epigrafie che vengono alla luce durante gli scavi e le arature profonde del terreno, il custode dei misteri del dio pagano della fertilità, venerato nelle campagne e nelle selve sotto forma di caprone, la cui figura, nell’alto Medioevo, fu associata a Satana prima d’essere assunta a idolo dai Templari (Baphomet) con la testa di montone inscritta in un pentagramma invertito.
La sopravvivenza dei culti antichi, ancora è rappresentata dal carnevale della Valle del Sarno che però, nel corso dei secoli, ha perso il carattere drammatico-orgiastico originario, mentre i canti si sono trasformati in semplici farse popolari per l’infiltrazione di elementi colti e religiosi nella tradizione orale che hanno inquinato l’ideologia pagana della festa e deformato le maschere. La machera campana più conosciuta al mondo è quella di Pulcinella, nato dalla cultura osca nel IV sec. a.C. con il nome di Maccus (v. Farse Atellane) poi nel tempo è diventata Kikirrus, lo spagnolo Capitan Matamoros (cioè, ammazza-saraceni), Cucurucù e anche Cetrulo. Ma la grande diffusione mondiale di questa maschera filosofica, si ha con Silvio Fiorillo (XVI-XVII secolo) ed ecco che Pulcinella si presenta al pubblico con il nome di Policinella de Gamaro de Tammaro Coccumato di Napoli, figlio di Marco Sfila e di madama Sbignapriesto. In Persia, Pulcinella è conosciuto con il nome di Pendj e in Inghilterra di Punch da Punchinello. La moglie è Rosetta che chiama Zeza e Zezolla. Pulcinella ha avuto anche altri amori, tra i quali Colombina, donna Lucrezia, Pimpinella e Puparella. Per Pulcinella, la Natura è sensazione allo stato puro, non elaborata dall’intelletto e corretta dalla morale autoritaria.

Punto Agro News

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