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Cosa accadde ai Magi al loro ritorno?

10 Gennaio 2024 Author :  
di Gerardo Sinatore
 
 
I Magi, erano tre sovrani d’Oriente molto abili nello scrutare il firmamento. Uno degli astri del quale ne seguivano il movimento, da tempo brillava molto più degli altri i quali al suo cospetto sembravano spenti. E così ognuno dal proprio paese e nello stesso momento si mosse all’inseguimento di questa stella che aveva preso una direzione tutta sua. Dopo nove mesi si ritrovarono sulla stessa strada che portava a Betlemme e dove si diceva che fosse nato un bambino di nome Yeshua, Gesù, della tribù di Giuda, in Palestina, re dei Giudei e discendente di re Davide. Quando vi giunsero con i loro doni, Maria era diventata già madre ma li accolse con tutti gli onori donando loro una fascia del suo Bambino. La straordinarietà di questo bambino fu affermata dallo stesso re Erode, di nascita ebreo e dai capi dei sacerdoti e degli scribi i quali fecero di tutto per ucciderlo. Erode aveva sempre pensato che il Messia fosse lui e pertanto alla notizia della nascita, diede ordine di passare a fil di spada, e di casa in casa, tutti i bambini palestinesi sotto i due anni. 
Il passaggio dei Tre savi d’Oriente a Betlemme e a Engaddi, città della tribù di Giuda sul Mar Morto, è ricordato dall’oste Ezechia e dal sinagogo Abramo, mentre la loro sosta presso la Fontana di En Rogel, ai piedi di Sion, che oggi è chiamata dagli Arabi la Fontana della Beata Vergine, è rievocata dallo stesso Gesù. I Magi vengono menzionati anche da Livia, moglie di Augusto e madre di Tiberio e da un anziano che aveva partecipato all’adunata nella casa di campagna di Giovanna, moglie di Cusa, l’amministratore di Erode. 
Giovanna ricorda che quando Gesù vi giunse era fermo e sereno, con lui c’era sua madre Maria. Lei, nel riceverli, si era prostrata fino a terra, salutandola: 
 
Lode al Fiore della stirpe regale. 
Lode e benedizione alla Madre del Verbo Salvatore
 
Anche suo marito Cusa aveva fatto un inchino così profondo come mai l’aveva riservato neanche al re Erode, dicendo: 
 
Sia benedetta quest’ora che a me ti conduce. 
Benedetta tu, Madre di Gesù
 
Maria, con soavità, gli aveva risposto: 
 
Benedetto il nostro Gesù e benedetti i buoni che amano il Figlio mio
 
Con Maria e Gesù erano entrati in casa anche alcuni apostoli e tutti vennero accolti dai più vivi segni di ossequio. Giovanna, dopo che ognuno si era accomodato, teneva la mano di Maria senza mai lasciarla e con dolcezza le aveva chiesto: 
 
Mi permetterai che io ti serva, non è vero?
 
Non me – le aveva risposto Maria - Non me, ma Lui - indicando con un cenno degli occhi suo figlio Gesù -  sempre Lui, servilo ed amalo e mi avrai già dato tutto. 
Il mondo non l’ama… È questo il mio dolore
E Giovanna:
 
Lo so. Ma perché questo disamore di una parte del mondo, 
mentre altri per Lui darebbero la vita?
 
E Maria:
 
Perché Egli è per la gran parte il segno di contraddizione. È come il fuoco che depura il metallo, è come l’oro che quando viene mondato con il calore, lascia cadere sul fondo le scorie da gettare via.  
Che sarebbe stato il segno di contraddizione attraverso la verità, 
mi fu detto fin da quando era piccino… 
E giorno dopo giorno tutto avviene
 
Infatti, i potenti hanno sempre temuto l’amore tra le genti perché crea un mondo che loro non possono controllare.
Ritornando alla storia dei Magi, c’è l’antico manoscritto di Jelme l’armeno, che ancora viene tramandato e letto durante il Natale in molte famiglie cristiane. Esso racconta che cosa fecero i Magi al ritorno da Betlemme. 
Il racconto dice che in quel momento il regno dei Persiani dominava per la sua potenza e le sue conquiste su tutti i Re che esistevano nei paesi d’Oriente, e che questi re magi erano molto legati tra di loro, forse erano addirittura fratelli: il primo si chiamava Melkon e regnava sui Persiani; il secondo, Balthasar, e regnava sugli Indiani; mentre il terzo, Gaspar, possedeva il paese degli Arabi. Essi arrivarono dove indicò la stella, scortati da dodici comandanti investiti di suprema autorità a capo di dodicimila uomini: quattromila per ciascun Regno. Melkon, re dei Persiani, aveva fatto dono al Signore Gesù, di mirra, aloe, mussolina, porpora, pezze di lino e i libri scritti e sigillati dalle mani di Dio; il secondo, Gaspar, re degli Indi, aveva lasciato ai piedi del Bambino, del nardo prezioso, della mirra, della cannella, del cinnamon, dell’incenso ed altri profumi, mentre il terzo, Balthasar, re degli Arabi, aveva circondato la mangiatoia nella quale era stato riposto il piccolo Re dei Re, dell’oro, dell’argento, delle pietre preziose tra cui zaffiri di gran valore e perle fini.
Questo manoscritto, conosciuto da Giovanni Crisostomo (P.G. LVI) che attinge anche da Teofilo, Epifanio, Ignazio e il libro sull’Infanzia del Salvatore, dice che Gaspar era nero e robusto come i duri tronchi odorosi della foresta e che con un braccio, avesse la forza di sollevare un cammello. Dice anche che egli, come gli altri due magi, aveva aspettato da sempre questo segno del Cielo e aveva obbedito al sogno onorando l’arrivo del piccolo Messia però già il giorno dopo la prima epifania, era stato costretto a fuggire da Betlemme, assieme a Melkon, bianco e coi capelli colore di zolfo e a Balthasar, perché altrimenti Erode li avrebbe fatti avvelenare.
Questi tre Re, nel ritorno a casa, non rifecero la strada dell’andata. Passarono per Beersheba, per poi girare ad Oriente attraverso la terra di Moab. E così, per due mesi, sui cammelli, seguiti dai loro uomini, varcarono fiumi e deserti. Era, in loro, scrive Jelme l’armeno, la vastità del cielo di quella notte che faceva ruotare nel loro cuore le armonie dei pianeti e delle stelle. E ritornarono così storditi da quello che avevano visto in terra e in cielo da perdere la bussola. Mai prima, nessuno di loro tre, aveva visto un cielo tanto pieno di pace come quello sopra il bambino di Betlemme: egli gli aveva scavato il loro torace come una miniera e l’aveva lasciati nell’abisso, accecati di luce. 
Dopo tre mesi e tre notti i tre Magi erano arrivati al fiume Eufrate, dove poi si separarono: Melkon proseguì verso Nord, Balthasar verso l’Occidente e il terzo re, Gaspar, mosse la sua carovana verso Oriente. Occorsero altri sette mesi perché Gaspar arrivasse coi suoi a quel fiume Indo dov’era il suo Regno e dove ritrovò i suoi figli, le mogli e i suoi fidi. Vi regnò con saggezza per altri dieci anni finché, all’undicesimo anno, Larvanbad, il feroce re del Turan, invase il suo Regno dichiarandogli guerra. L’elefante di Gaspar, in battaglia, aveva le unghie ricoperte di avorio e le redini di seta e d’oro. Sopra di esso Gaspar guidò la carica del suo esercito. Sentì l’ebbrezza del coraggio. E al tramonto, quando emerse con la spada da una collina di lance e di cadaveri, i suoi capitani gli dissero che l’esercito nemico era stato vinto e il feroce re del Turan, Larvanbad, era stato catturato e messo in catene. Costui era orrendo nel suo viso purulento: era nato da una strega ed era malvagio e infido come lo scorpione. Muoveva la testa a scatti, come un insetto, e urlava quando il boia si stava preparando a tagliargliela. Il re Gaspar, ancora più alto sul suo trono, tuttavia, senza il ribrezzo degli altri, l’osservava. Forse fu la stanchezza di tanto sangue, oppure un arbitrio che il re nero si prese o fu, come scrive la cronaca armena, l’inattesa memoria della notte d’undici anni prima, che si lasciò commuovere. Infatti, contro ogni ragione di Sato, graziò Larvanbad. Ma come se lo avesse intuito, questo re brutto e cattivo, appena fu graziato saltò a cavallo, riarmò un altro più potente esercito e ritornò a dargli battaglia ridendo e urlando. Questa volta neppure la forza di Gaspar e l sua saggezza, bastò a respingerlo. Così che, Gaspar, vide in catene i figli, torturati i suoi fidi, e il suo Regno perduto. Da solo e senza più un braccio che aveva perso in battaglia, fuggì a cavallo verso l’Occidente e non si fermò prima d’aver raggiunto l’Arabia dove regnava Balthasar, e dove vi restò suo ospite ben undici anni. Balthasar oltre ad essere re era un mago ma di quelli molto potenti. Le sue arti potevano spostare i castelli, e le montagne dove riposavano i castelli. Nei riflessi verdi del profondo Mare Arabico, persino i pesci gli obbedivano. Il suo Regno abbondava di fonti e le fonti del suo palazzo sgorgavano un’acqua che risanava ogni male e faceva rifiorire di palme e il deserto in siepi odorose. Ma per tanta armonia, v’era però una legge da obbedire. Infatti, tante magie gli erano state concesse da suo padre, il re e mago Gushnasaph in cambio d’un giuramento: 
 
Prometti figlio mio - pretese il padre - che mai 
userai la magìa che io ti concedo, per vedere il tuo angelo
 
Balthasar promise. Ma una notte non resistette. Disegnò una stella a cinque punte, si circondò d’un cerchio ed evocò nel buio di una notte illuna il nome del suo angelo. Apparve una giovane che aveva gli occhi color turchese, capelli neri come la seta della Cina e braccia bianche come ali di colomba. Se ne lasciò abbracciare. Le si addormentò accanto riunito in amore alla sua anima. Jelme l’armeno commenta che solo Adamo ed Eva s’abbracciarono come loro nel sonno. All’indomani si svegliò. L’angelo era scomparso. Il suo castello non era più sul golfo del Mare d’Arabia, ma su di una montagna brulla. I pesci si ribellarono ai pescatori del suo Regno e non si fecero più pescare, tutte le fonti non diedero più acqua. Il regno d’Arabia insorse contro Balthasar e nominò re il suo visir. Balthasar e Gaspar, dovettero allora fuggire: si diressero verso la stella dell’Orsa, a settentrione, dove ancora regnava Melkon. Il regno di Melkon abbondava di terre prospere. Non v’erano guerre, il popolo e i nobili del regno avevano tutto quanto avrebbero potuto desiderare poiché il ventre della terra offriva i suoi frutti e tutto abbondava. Però, almeno una volta all’anno, Melkon doveva prestarsi a una certa prova: sul piatto di un’norme bilancia veniva accumulato tutto l’oro pagato dai suoi sudditi in tasse, e lui doveva salire sull’altro piatto e con il solo suo peso mettere in equilibrio i due piatti. Questa inspiegabile meraviglia gli riusciva ogni volta e ogni volta un settimo dell’oro era donato ai poveri. Anche quell’anno il piatto della bilancia fu colmato da un cumulo enorme di oro e così Melkon salì sull’altro piatto. Ma restò in alto. I due piatti non si equilibrarono. Il piatto con l’oro non s’abbassò di un’unghia neppure quando con lui salirono Balthasar e Gaspar. Dal prodigio mancato, i nobili dedussero che Melkon non era più re per grazia divina; gli si rivoltarono contro e lo maledissero. E i poveri? I poveri, dice il melanconico papiro armeno, non lo difesero più dagli avidi nobili. E così, anche Melkon fu cacciato dal suo regno e con lui Balthasar e Gaspar che vagarono mendicanti per mari e montagne e non si sa quali. 
Ancora girerebbero miserrimi se però una notte non avessero rivisto la stella di trentatré anni prima che li condusse dal Messia di Dio. La seguirono nuovamente con grande fede e così arrivarono davanti a un deserto. Vi si inoltrarono senz’acqua; ma al centro d’esso c’era un lago, e dal lago s’ergeva un castello. Melkon ne aprì la porta, ed essa divenne tutta d’oro, sorrise e morì. Ma dove morì crebbe un albero sempreverde. Dio non aveva dimenticato. Fu Balthasar che poi salì le grandi scale del castello e in cima ad esse vide la giovane che l’aveva una volta abbracciato. Assieme, come per magia i loro corpi si confusero in acqua limpida e divennero una fonte. Dio non aveva dimenticato. 
Restò solo l’ingenuo Gaspar che dei tre re era il più giovane. Con un braccio sotto l’albero pescò i pesci che erano nella fonte. Pesci che non morivano ma volavano come uccelli. Dalle mura del castello, li fece piovere pure sull’incredulo apostolo Tommaso. E in quel castello di pesci santi e volanti, Gaspar restò lì a pescare. Si dice che sia ancora lì e a chiunque lo va a trovare parla della sua vita, della stella, del Re dei Re, degli altri due re e magi, e sempre racconta a memoria questa storia che oggi è arrivata anche a noi. Racconta di quando, dopo aver visto il Messia, re e principi si erano rivolti a lui chiedendogli che cosa avesse visto, come era andato e ritornato e che cosa avesse portato con sé. E così gli mostrava le fasce del piccolo Re dei Re che gli aveva donato Maria dedicando loro una festa secondo la consuetudine e accendendo per adorarle. Ogni qua volta arrivavano principi e re Gaspar rinnovava il rito e una delle ultime volte quando arrivarono alcuni ebrei potenti, per vincere la loro incredulità prese le fasce, le avvolse e le buttò tra le fiamme che l’afferrarono in sé stesse. Appena il fuoco si spense, mosse la cenere e prese e fasce che erano tali e quali a prima, come se il fuoco non le avessero mai toccate. E allora anche gli increduli ebrei rimasero senza parola mentre lui, ricominciando a baciarle se le impose sulla testa e sugli occhi, dicendo loro: 
 
È innegabilmente vero che il fuoco non ha potuto bruciarle o rovinarle, dite voi, adesso, è un grande prodigio?
È lui il Re dei Re?
 
Dicendolo, senza aspettarsi alcuna risposta le riprese e con grande amore le ripose tra i suoi tesori. Che la bontà e la verità non ci abbandonino mai; leghiamocele al collo, scriviamole sulla tavola del nostro cuore. Troveremo così grazia e buon senno agli occhi di Dio e degli uomini. Confidiamo nell’Eterno con tutto il cuore senza appoggiarci sul nostro discernimento, riconosciamolo in tutte le nostre vie, ed egli appianerà i nostri sentieri. 

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