di Gerardo Sinatore*
Ci stiamo inoltrando sempre di più nel cuore vivo del Natale, la festa religiosa e familiare più sentita in assoluto, perché riunisce le famiglie e riaccende l’autentico spirito Cristiano dello stare insieme in armonia.
A Pagani, gli “zampognari”, ovvero i rari e redivivi pastori delle alture e delle pianure, o loro emuli, si fermano nei negozi intonando con zampogna e ciaramella “Tu scendi dalle stelle”, mentre sempre di meno restano le famiglie che li invitano ad entrare in casa, per suonare dinanzi al giaciglio ancora vuoto del Bambinello, del loro presepio. È terminata già la “Novena dell’Immacolata” e tra poco pure quella del “Natale”, originariamente “portate” da Sant’Alfonso nella stessa particolare forma popolare, “tutta nuova”, ancora celebrata nella chiesa matrice del Corpo di Cristo, dove l’atteso e vibrante canto di Andrea Casillo continua a far tremolare l’anima, come la fiamma di una candela ardente. Si sono concluse, altresì, le celebrazioni profane dedicate a Santa Lucia e a Sant’Aniello (o Agnello) con i due rispettivi roghi, detti “fucarie” (o “fucarine”), le cui braci si sono consumate lentamente sul pavimento di Piazza Corpo di Cristo e sui basoli vesuviani del cortile di Ludovico Mandiello, in via Lamia, dopo aver ben rinfocolato l’umana voglia di stare insieme e fatto riabbracciare l’intera tradizione che, nell’intimità delle pareti domestiche ha continuato il suo silenzioso e antico corso, dettando particolari usi alle donne gravide e ai loro coniugi, attraverso lontane regole ben determinate.
Tutto sommato, però, Pagani può ritenersi ancora molto fortunata per questa sua insinuata “arretratezza culturale” che si rivela essere invece, e sempre di più, una grande e rara risorsa, per ristorare le anime degli uomini ed il loro spirito religioso e identitario.
Ciò che però a Pagani si è totalmente perso, almeno nei confronti del Santo paganese che aveva la conosciuta predilezione per il presepio, è il tradizionale allestimento della sua “cella”; infatti, sino alla metà degli anni ’60, la stanza di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori della (sua) “Casa di Pagani” veniva interamente adornata di profumatissimi limoni giallo-verdi, dicembrini, appena colti nel chiostro dei “Redentoristi” (già “Salvatorini”), per commemorarne la semina fatta due secoli prima dallo stesso Santo.
Sant’Alfonso, oltre ad essere Dottore della Chiesa e co-Patrono di Napoli e di Pagani, è stato anche il “Santo degli Scugnizzi”, il loro eletto protettore. Gli scugnizzi di cui parlo sono quelli accolti da p. Borrelli sino alla loro maggiore età, nella Chiesa di San Gennariello a Materdei. Di fatto, negli anni post-bellici della “ricostruzione”, don Mario Borrelli (Napoli 1922 - Oxford 2007) trasformò la congrega della chiesa, in un centro di accoglienza e di aiuto per gli scugnizzi, denominandola “Casa dello scugnizzo”.
Tanto premesso, mi piace ora evidenziare, ma da un punto di vista squisitamente culturologico, due aspetti dell’attuale Natale cristiano invitando però i lettori, a prenderne atto con resipiscenza: il primo, è che i bambini di oggi, spinti dalla società dei consumi sostenuta in modo a-culturale da corrivi genitori, quando diventeranno a loro volta genitori, non tramanderanno più il millenario “Presepio” (1223) di Francesco d’Assisi, né quello riproposto cinquecento anni dopo, dal “nostro” Alfonso Maria de’ Liguori bensì, il “Villaggio di Babbo Natale”: il nuovo e dilagante emblema della celebrazione del materialismo consumistico. Il secondo aspetto riguarda invece, e più da vicino, la Chiesa che dai Concili Vaticani e le successive sinodalità sociali bergogliane, continua a favorire l’allontanamento dalla Tradizione (cristiana), mostrando l’”Albero di Natale” di fianco al presepio in Piazza San Pietro e in non poche chiese italiane. L’accostamento dell’”Albero” pagano al presepio cristiano, non è un simbolico assemblaggio estetico, ma una “nuova” e audace visione concettuale della Chiesa che, da fonte spirituale, si è trasformata in un’entità materialistica a-cristiana di assistenza sociale. Anche la religione ebraica, nel secolo scorso, si è scagliata con veemenza contro quelle sette ashkenazite che accostavano, ereticamente, l’”Albero di Natale” alla simbolica lucerna di “Hanukà”.
Il presepe, è invece un simbolo unicamente cristiano che fu ispirato a Francesco d’Assisi dagli “Uffici Drammatici” (IX secolo), che rievocavano scene e dialoghi del Vangelo. Questa drammatizzazione della Parola, ampliandosi poco per volta, interessò anche il tema della “Natività” con la sceneggiatura dell’adorazione dei pastori e dei Magi, attraverso l’”Officium Pastorum” (o “Officium Stellae”). Da questo, il monastero di Benediktburen (dal quale presero il nome i “Carmina Burana”) realizzò un vero e proprio “dramma della Natività” con decine di personaggi e varie scene, al cui centro campeggiava quella del “presepio” (che in latino significava “greppia” o “stalla”). Anche a Pagani, per oltre un ventennio, si è drammatizzata la “Natività” ma attraverso i “Cortili della memoria”, realizzati da Enzo Fabbricatore con la partecipazione dell’attore e folksinger Francesco Tiano e di molti altri bravi interpreti.
Quindi, come si è potuto facilmente cogliere, il presepe nasce esclusivamente nel corpo della Tradizione cristiana, contrariamente al simbolo dell’albero che ha sempre rappresentato, per la Chiesa Cattolica, un’espressione potente del retaggio pagano e dei suoi rituali magico-religiosi. Per tale motivo, papa Gregorio Magno (540-604) ne riprovò il suo culto sino ad ordinare l’abbattimento di interi boschi, allo stesso modo si espressero i Concili di Laterano, di Arles, di Nantes e di Toledo (III Concilio del 589).
In sintesi, l’”Albero di Natale” non simboleggia l’”Albero della Vita” (v. “Genesi”), ma richiama alcune pratiche religiose di cultura rurale tenute nell’antichità durante il Solstizio d’inverno, come il culto del Sole-Bambino ovvero, la rinascita della luce vitale. Le celebrazioni del “Dies Natalis Solis Invicti” (“Giorno della Nascita del Sole Invitto”) del 25 dicembre, continuarono a sopravvivere a Roma sino al V secolo, secondo quanto riportato da papa Leone Magno, sovrapponendosi ai più antichi “Saturnalia”, festeggiati dal 17 al 24 dicembre, dedicati al terribile Saturno/Kronos, il dio dell’agricoltura e della civiltà che insegnò agli uomini a seminare la terra dopo aver ucciso, per brama di potere, suo padre Urano e divorato il proprio figlio appena nato.
Ma la storia che qui più ci interessa, è quella specifica dell’”Abete di Natale”. Si racconta che nel XVI secolo, in Romania, rami di abete sempreverdi decoravano le case mentre la voce del predicatore alsaziano cattolico, Johann Geyler von Kaysersberg (Schaffhausen, 1445 - Strasburgo, 1510) tuonava contro questi residui di ritualità pagane. Quest’usanza era diffusa anche in molte regioni baltiche. L’”Abete di Natale”, invece, addobbato con nastri e pomi come lo intendiamo noi, nacque in Germania, a Wittenberg, con Martin Lutero, mutuandolo proprio dall’uso pagano di bruciare o decorare rami per il Solstizio d’inverno, e si propagò per la prima volta attraverso il protestantesimo a Strasburgo, forse portato da una duchessa tedesca nel 1605, poi raggiunse l’Inghilterra attraverso i protestanti di Casa Hannover, ovvero la regina consorte Carlotta di Meclemburgo-Strelitz e re Giorgio III. Goethe, di ispirazione culturale luterano-ebraica, lo citò nel 1774, ne “I dolori del giovane Werther”. In Francia, il primo abete natalizio apparve nel 1837 con la principessa luterana, ereditaria di Francia, Elena Luisa Elisabetta di Meclemburgo-Schwerin, nello stesso anno del suo matrimonio con il Duca d’Orleans, Ferdinando Filippo, figlio maggiore di Luigi Filippo I, re dei Francesi, dove fu sdoganato anche tra i regnanti cattolici. Nel 1840, l’”Abete di Natale”, si mostrò nuovamente in Inghilterra, nel Castello di Windsor, allora residenza del Principe consorte del Regno Unito, Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha, luterano, marito della Regina Vittoria, anglicana. In effetti, la preparazione rievocativa dell’“Abete di Natale” è stata, per secoli, un’esclusiva prerogativa delle élite, un loro particolare vezzo ma sino a quando, nel 1931, fece clamore l’istallazione di un abete norvegese di trenta metri, addobbato con tante luci e pomi, al “Rockefeller Center” di New York, il pantheon di uno dei “numi” maggiori del progressismo consumistico. La notizia fece il giro del mondo attraverso il “New York Times” poiché era il periodo della “Grande depressione”; quell’albero, rappresentò emblematicamente l’”American way of life”, quel nuovo stile di vita americano neoliberista che velocemente penetrò, in modo invasivo, pervasivo e irreversibile, tutta le società con la sua sfrenata cultura del consumo e del profitto. Ed ecco come l’indotta, quanto commercialmente “imposta” emulazione americana, ha trapassato la carne e lo spirito della nostra antica cultura diventando la nuova religione: con una propria festa del Natale, rappresentata dall’“Albero di Natale” e dal “Villaggio di Babbo Natale” che non sono affatto ispirati all’Avvento del Cristo, ma all’acquisto; ovvero alla celebrazione del consumo, insieme all’altra anticristiana festa comandata di “Halloween”, che non celebra il ricordo presente e silenzioso dei nostri morti, ma il male insanguinato delle creature degli inferi.
A proposito di “Babbo Natale”: Babbo Natale non è Gesù né rappresenta la sua venuta, né l’essenzialità e l’intimità, ma la concupiscenza, ossia il predominio della materia sullo spirito. Le tradizioni finlandesi raccontano che la “Capra di Yule”, ovvero “Joulupukk” (in Scandinavia denominata “Julbukk” e in Norvegia “Jolegeiti”), è così che è chiamato “Babbo Natale” (Yule significa Natale), ovvero l’uomo barbuto in abiti rosso fuoco, è una credenza pagana arrivata molto prima che il cristianesimo arrivasse nella Penisola Scandinava, proprio come gli alberi di Yule (albero del Natale) che, bruciandoli, celebravano a dicembre il Solstizio d’inverno (in altri paesi lo celebravano a Capodanno). L’immagine accattivante del Babbo Natale che dispensa doni, così come lo conosciamo noi, cioè di un empatico vecchio con la barba bianca, è un prodotto della pubblicità commerciale per incentivare le vendite e sollecitare gli acquisti ed è una mistificazione di quello autentico del mito pagano dei Paesi Scandinavi il quale, invece, rappresenta il fuoco e ha le sembianze di un caprone-diavolo con il pizzetto.
Qualcuno dirà: ma la cristiana “Epifania” (il dono dei Magi), ossia la “Befana”, dal punto di vista profano, non invoglia altrettanto a comprare? Certo che sì, ma piccoli doni destinati esclusivamente ai bambini per premiarne il loro comportamento familiare e scolastico, e non uno scambio di doni che evidentemente è molto più commercialmente profittevole…
“Stillate, cieli, dall’alto e le nubi facciano piovere la giustizia” (Is. 45.8).
Buon Natale.
*Gerardo Sinatore - saggista e storico locale


