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Dopo Giuseppe: in attesa di "Mio figlio", di El Grinta

30 Maggio 2021 Author :  

di Marco Termenana

Prima della stampa…

“Questo è un popolo che non vuole morire, ma che vuole vivere!”.
Ecco cosa avevo sentito dire dal grande Eduardo una volta in TV, riferendosi ai napoletani. E questa è anche una delle prime cose a cui avevo pensato alla scomparsa di Giuseppe, benché io non sia “roba” di Eduardo perché sono di Salerno e non di Napoli (c’è differenza).
Non sono – ahimè! - Gesù e non posso pensare alla Resurrezione della carne come con Lazzaro, sovvertendo le più elementari leggi della fisica. Ma, oltre la materia, per fortuna, c’è anche lo spirito e qui sì che è “roba” mia, tant’è che forse sono andato addirittura oltre l’obiettivo.

Seguitemi e giudicate voi stessi...

A chi mi legge ora per la prima volta, chiarisco subito che a maggio 2016 ho scritto un libro, GIUSEPPE, firmato con lo pseudonimo di El Grinta edito da Albatros.
Il libro parla del suicidio realmente accaduto nella notte tra il 24 ed il 25 marzo 2014 a Milano, città in cui vivo, di Giuseppe, il mio primo figlio, all'epoca ventunenne (il primo di tre), quando cioè apre la finestra della sua camera, all'ottavo piano di un palazzo, e si lancia nel vuoto.
Ricostruisco la vicenda a ritroso, a partire dalla notte maledetta, attraverso le pagine di un diario che vi auguro di non scrivere mai.
GIUSEPPE però è anche la storia di Noemi, l'alter ego femminile di mio figlio.
Proprio così: i pilastri del racconto sono due: l'identità di genere indefinita e il disagio giovanile che porta all’auto distruzione, al secolo hikikomori.
All’inizio, quando ho cominciato a scrivere, non avevo alcun obiettivo se non quello di ritrovare e commemorare Giuseppe, appunto di resuscitarlo "almeno" in spirito, ma, con il passare del tempo, è cambiato tutto, al punto che in questi giorni è in stampa Mio figlio. L'amore che non ho fatto in tempo a dirgli di Marco Termenana - anagramma del mio vero cognome - edito da CSA, di Castellana Grotte, Bari, che dovrebbe arrivare in libreria tra il 4 e il 10 giugno.
Perché?
Per economia di spazio, salto le ragioni del cambio di titolo, pseudonimo (di cui ho sempre bisogno per tutelare la privacy della famiglia) e editore; arrivo subito al concetto base e cioè a quello che, se potessi, risponderei ora a Eduardo De Filippo: sì, è vero, non voglio che Giuseppe muoia e voglio farlo vivere in eterno, però, per questo, per tutto il resto della mia vita, ho bisogno di farmi di morfina intensamente e – ahimè! – continuamente perché tutte le droghe fanno sì stare bene ma danno assuefazione.
E sapete qual' è la mia morfina?
Quello che da sempre mi sembra sia riuscito meglio in tutta la mia vita: scrivere!
Giusto un breve dato per inquadrare: a quasi 63 anni (28 settembre) mi ritrovo con 41 anni di iscrizione all'Ordine dei giornalisti (8 settembre 1980) e... "i figli si sono fatti grandi e io non me ne sono accorto!", per dirla sempre con il grande Eduardo.
Quindi, alla fine, lo scellerato patto stretto con la Morte che, di fatto, viene fuori è questo: mi fa sì vivere Giuseppe in spirito, ma io devo scrivere in eterno.
Breve parentesi sul resto della famiglia. Dopo 23 anni di matrimonio, mia moglie e io ci siamo separati, per sua volontà. Aveva iniziato a vivere la crisi matrimoniale sei mesi prima che ci fosse la disgrazia di Giuseppe e essa ha fatto il resto. Mi sono trasferito in una casa a pochi metri da quella coniugale per continuare a stare vicino ai figli. La cosa funziona abbastanza: entrambi stanno performando bene all'università; il maschio sta completando gli studi di architettura in Olanda (per sua volontà, ma io mi sarei alleato anche con il diavolo in persona pur di sottrarlo a questo inferno) e la femmina, tra l'altro con un rendimento eccezionale che davvero si sognava a scuola prima, è al secondo anno di giurisprudenza alla statale di Milano perché, dopo la tragedia del fratello, vuole "diventare giudice dei minori per difendere i ragazzi più deboli come lui".
Perciò ora sono sotto assedio selvaggio e ho ripreso a non dormire di notte. Adrenalina e caffè nero amaro (altre mie droghe “di contorno”) sempre ai massimi.
Tante le richieste da tutta Italia di biblioteche e comuni (di solito sono gli assessori alla cultura o alle pari opportunità o all'istruzione) che vogliono sapere di più, innanzitutto.
Non so più che cos'è la noia e le mie giornate sono sempre intense.
Ma l'editore avrà capito realmente e fino in fondo le potenzialità di questo libro? Secondo me, no. Pur avendo avuto delle brillanti intuizioni imprenditoriali ben più ampie di Albatros, non è andato a fondo scala. Meno male però perché la cosa si sarebbe potuta ritorcere negativamente nelle condizioni contrattuali che abbiamo firmato.
Editore ed autore poi: due uomini molto diversi tra loro però fortemente uniti dal desiderio di ricordare Giuseppe (entrambi padri) e che spesso finiscono, di fatto, per scambiarsi i ruoli: l'imprenditore dimentica il fatturato e pensa al figlio scomparso e il padre dimentica il dolore e pensa pratico.
C'è stata una storica battaglia, davvero bella, per la copertina. Mi sembra di essere diventato proprio un vecchio ansioso e maniaco rompi scatole ma, per la prima, nulla quaestio: l'hanno scelta loro, non è merito mio e non posso non complimentarmi con chi è riuscito a tradurre in un'immagine di sintesi ben centrata e fortemente emblematica ed evocativa quello che è il narrato. Per la quarta, però, è stata tutta un'altra musica: la casa editrice desiderava asciugare e io, magari riducendo il carattere, avrei voluto scrivere di più nella sinossi e nella biografica. Alla fine, è stata rifatta "solo" sette volte, ma la mediazione che è venuta fuori mi soddisfa molto e mi sembra davvero ben riuscita.
In questi giorni mi hanno anche mandato la versione ebook, che non è in vendita, e ho iniziato a partecipare ai concorsi letterari che l’accettano. L'ambiente non è il mio: non mi interessa essere premiato e non ho mai fatto il turista perché giro per ricordare mio figlio, non per mostrare il mio valore o fare bisboccia. D'altro canto, però, non si può pensare ad un libro appena un po' noto, privo di quella critica letteraria che viene generata da queste competizioni. Perciò, per ora, Mio figlio, ancora prima di arrivare in libreria, è già iscritto a 12 concorsi. Vediamo.
GIUSEPPE aveva segnato il primo goal dopo tre mesi dall’uscita, con un Primo Premio in Toscana. Batteremo il record o sarà irripetibile storia passata?
Mi chiedo anche che effetto avrà ancora la sua lettura. Continuerà a far piangere? Intendiamoci: non ne ho piacere e non ho scritto per questo, lo ripeto, ma non posso non notare quando, durante le presentazioni, alcuni occhi diventano delle fontane. Non parliamo poi se sono di ragazzi.
Ecco i ragazzi. Il mio chiodo fisso. Devo assolutamente parlare con loro e altrettanto assolutamente devo trovare una quadra per rendere il libro una lettura autonoma suggerita, soprattutto nelle scuole medie, come sollecitatomi più volte in questi anni. Visto lo spietato patto che alla fine ho contratto con la Morte, che almeno questo accordo abbia un senso.
Ricordo benissimo quando Matteo, cioè lo sgobbone della famiglia, veniva a casa con i titoli dei libri di cui gli avevano detto a scuola e proprio io glieli andavo a comprare in libreria a Corso Buenos Aires. Il punto è che se io fossi un professore non parlerei mai ai miei studenti di un libro se non l'ho prima letto parola per parola e come farò a stare dietro a questo esercito di docenti che viene così a crearsi?
Intendiamoci anche qui: non è che i ragazzi parlano con me o leggono il mio libro e risolvono i loro problemi, ma noto che sono contenti di ascoltarmi e qualcosa di positivo rimane e più sono giovani e più rimane. Benedetta sia la dirigente scolastica della scuola superiore di Viterbo e reggente della scuola media di Orte dove sono stato a gennaio 2019, quando mi ha aperto gli occhi e mi ha detto: "deve scendere e non deve salire".
Come padre di Matteo e Federica (Massimo e Sofia nel libro) sono consapevole di quanto sia difficile farsi ascoltare dai propri figli, senza parlare del caso limite di Giuseppe, ma avverto che a volte qualche bel punto si segna e questi rari colpi fortunati giustificano tutti gli sforzi e la moltitudine dei momenti infruttuosi che ci sono per la parte residua del tempo che riusciamo a passare con loro. Perciò non bisogna mai stancarsi di parlare loro, anche quando sembra che non ci ascoltino.
Continuando a girare, vorrei solo, pur senza minimizzare la mancata identità di genere, far capire che è stato l’isolamento che davvero ha ucciso mio figlio: l’identità di genere indefinita, infatti, fa stare male ma – fortunatamente! - non ammazza.
Confido nel futuro…
Ultimo ma non per ultimo, il libro è suggerito anche alle nonne, visto il rapporto che Giuseppe aveva con quella materna e teneramente narrato.
E questo è. Qui mi fermo.
Questo è anche il primo articolo che firmo con il nuovo pseudonimo.
Vecchio rompi scatole o no, ancora tanta malinconia per questo figlio che non c’è più e per questa famiglia che si è frantumata. Ritornando, però, a quello con cui ho aperto, mi viene facile pensare che Eduardo ora, con tutta la sua teatralità, cioè gestualità e mimica facciale che già da sole dicevano tutto, e nel suo perfetto italiano ben accentato di quando voleva essere capito da tutti, mi direbbe:
“Juaglio’, aejieh, ma dove vuoi arrivare? Dico io: non ti basta aver messo a ferro e fuoco l’Italia isole comprese? Ancora ti stai chiedendo che fine ha fatto Giuseppe e quando torna? Non vedi che è sempre con te?”

LA BIOGRAFIA MARCO TERMENANA

Marco Termenana è uno pseudonimo, derivato dal nome di battesimo unito all'anagramma del cognome, usato per motivi di privacy, visto il tema trattato e reso ancora più rovente dalla forte opposizione degli altri due figli e della moglie, a raccontare la storia di Giuseppe.
Nato a Venezia il 28 settembre 1958, appartiene a una famiglia meridionale.
Infatti, è cresciuto a Salerno. Qui, nel 1976, ha iniziato l’attività giornalistica e letteraria (Primo Classificato per la narrativa inedita al Concorso “Ortensio Cavallo”, 1977). Dal 1980 è iscritto all’Ordine dei Giornalisti.
Nel 1982 si è laureato in Scienze Politiche sempre a Salerno. Nello stesso anno si è trasferito a Milano, dove ha cominciato a lavorare come free-lance. Attualmente è dirigente presso un’importante azienda italiana.
La passione per il racconto scritto, accantonata da quasi 26 anni, all’enorme dolore per la perdita di Giuseppe, il primo dei 3 figli scomparso suicida all’età di 21 anni, riappare con decisione nella sua vita, generando un meccanismo psicologico compensativo che gli consente di andare avanti e trovare la forza per rialzarsi (“è la mia morfina” scrive già nelle prime pagine).
Con "Mio figlio" questo padre riesce a ridare senso alla sua esistenza e a “resuscitare” il figlio almeno in spirito: scritto con l’unico obiettivo di ritrovarne la compagnia, alla fine, di fatto, diventa un esempio di come non perdersi in circostanze così drammatiche, oltre che una testimonianza sulle difficoltà a svolgere il ruolo di genitore con figli difficili dove lo sforzo di comunicare è considerevole.
Bella prova di resilienza e di amore paterno che non si ferma neanche di fronte alla Morte, anzi la sbeffeggia.
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L’autore è contattabile attraverso la sua pagina Facebook Marco Termenana.

 

 

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