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Storia minima della sceneggiata napoletana e della compagnia “Cafiero-Fumo”: il libro su Tina Sportelli

02 Dicembre 2024 Author :  

di Gerardo Sinatore

La sceneggiata è una pratica teatrale eteronoma, con forme musicali specifiche, che fonde la macchietta e la canzone classica alternandovi moti brillanti, drammatici, tragici, allegri e melanconici.
Nel ricercare ulteriori notizie su Tina Sportelli mi sono imbattuto in un interessante quanto caustico articolo dell’allora ventisettenne Roberto Minervini,1 intitolato Le canzoni sceneggiate. L’articolo venne pubblicato sulla rivista Noi e il mondo2 del 1927 e riportava critiche a quella fiumana di proposte artistiche teatrali che provenivano, per lo più, dalla cultura detta “di massa”. Nella cultura di massa, tanto per dare un’idea, rientrano la narrativa popolare3 che si esprime con favole, cunti,4 leggende popolari,5 paraustielli,6 brindisi,7 sfottò,8 canti, canzoni e filastrocche. Tutti questi linguaggi espressivi ancora vivono nell’arte napoletana seppur in vesti sempre diverse e nel primo ‘900 hanno contribuito a sceneggiare l’antichissimo teatro delle marionette, riesploso con la maschera filosofica di Pulcinella, il varietà, la rivista, l’avanspettacolo, la macchietta, l’opera buffa, il teatro d’operetta e la canzone sceneggiata napoletana.
L’autentica espressività identitaria napoletana non è mai scomparsa nonostante sia stata nei secoli e forse nei millenni continuamente minacciata dall’esterno attraverso vincoli politici, imposizioni religiose e censure culturali. Ultimamente, invece, è impegnata a fronteggiare la subdola creatività artificiale che nel simulare quella naturale vorrebbe sostituire quest’ultima del tutto. Tutte queste forme pseudo-artistiche e tecno-artificiose sono ordinate da un progresso globalista non richiesto né maturato naturalmente ma imposto ideologicamente da oltre un secolo da aziende multinazionali le quali, per fini economici, hanno da sempre l’obiettivo di snaturare il mondo attraverso una parte faziosa, seppur consistente della scienza e della tecnologia, al fine di vendere ciò che la natura finirebbe per non offrire più: dalla stessa creatività al genio umano, dai figli al latte, dalla carne alle verdure.
Chiusa questa mia breve parentesi dettatami dalla mia cultura tradizionalista e identitaria, ritorno all’argomento principale evidenziando che alla tanto denigrata cultura di massa, secondo gli estimatori del teatro “alto” appartenevano, all’epoca, opere come Nu principe smaniuso9 e ’O schiavuttiello ‘ell’Acquaquiglia10, ovvero due drammi nati dalla trasformazione dell’Amleto e dell’Otello di William Shakespeare, così come anche diversi nuovi adattamenti e rielaborazioni napoletane. A parte queste classificazioni snob dell’arte che alla fine non sono analisi ma masturbazioni intellettualistiche che sviliscono la stessa arte, è risaputo che il teatro in sé nasce proprio da fonti popolari. Comunque, ritornando agli “adattamenti” operati in quel secolo, ovvero nei primi decenni del 1900, questi interessavano brani antichi e contemporanei della classica canzonetta napoletana già famosa nel mondo. Nella forma tutta nuova di canzone sceneggiata ora si accingeva a risalire le tribune ma non dei festival, bensì dei palcoscenici delle piccole e grandi sale teatrali. Le sceneggiature della canzone sceneggiata molto spesso non venivano scritte, ma dettate; infatti, non pochi dei loro squattrinati autori erano chiamati (sempre dalla stessa critica snob) illetterati, pur se dotati di talento. La maggior parte di essi vivevano in quella Napoli che cantava nei vicoli, con melismi orientaleggianti sotto i panni sventolanti messi ad asciugare da un palazzo all’altro, ed erano capo-comici. Tra di essi, c’erano: Roberto Zuccariello, Peppino Amato,11 Roberto Ciaramella,11 Arzillo, Barbalonga e De Blasio. Tutti, provenivano da compagnie nate all’occorrenza, tra le quali: La Compagnia della Città di Napoli12 (di Fumo e De Martino, 1904), La Comicissima Napoletana, L’Allegrissima, La Piccolissima, La Variatissima, La Brillantissima, La Supercomicissima, La Mimosa, La Promiscua Meridionale, L’Umoristica, La Rebus, La Original e la Nunziata. Gli autori delle canzoni percepivano una percentuale, l’editore incassava un quarto dei diritti e la società introitava 400.000 lire annue e tutti erano felici e contenti, come scrive sarcasticamente il giovane e colto Minervini. Nella Società degli autori e degli editori, giacevano circa 5.000 copioni ben custoditi dal suo presidente, avv. Capriolo, che portò intanto molta prosperità alla società. Tra i tanti autori c’era anche qualcuno, come il Di Palma, che nonostante i suoi circa 90 e più copioni, restava ancora inedito nel mentre Ernesto Bove traduceva in lingua napoletana le migliori commedie italiane e francesi sostituendo il suo nome a quello di Niccodemi, Lopez, Giacosa, Sardou e Veneziani, trasformandole in canzoni sceneggiate.
Se il teatro alto era la forma di sceneggiata dell’intellettualismo, la sceneggiata era il teatro basso dell’anti-intellettualismo ovvero, la rappresentazione suonata e cantata dell’ordinaria realtà dei quartieri popolari e della cultura di massa.
Ernesto Bove, dopo anni di spettacoli di varietà, decise poi di unirsi artisticamente ad Eugenio Fumo formando la compagnia Comicissima Napoletana. I due, insieme, riscossero non pochi successi. Era il 1915.
Eugenio Fumo (1880-1943) apparteneva alla scuola comica dei Petito ed aveva già esordito nei panni di Picchio, facendo da spalla alla più famosa maschera di Pulcinella.
La sceneggiata imperversava rappresentando tragedie, speranze, sogni e drammi, bucando quel retaggio di snobismo culturale savoiardo che ancora preferiva le brioches al pane raffermo, pur senza avere il bidet. Infatti, le prime sceneggiate che travalicarono i confini nazionali mostravano, nostalgicamente, sul fondo scena il quartiere Santa Lucia, gli acquafrescari e gli ostricari luciani, di borbonica memoria, i quali diventavano emigranti e sbarcavano a New York dalla motonave Conte verde come straccioni mentre uno di essi cantava ‘O bastimento, un altro l’Autunno, Brinneso per poi concludere lo spettacolo con Lacreme Napulitane.
È stata la sceneggiata della canzone di giacchetta, dopo il 1917, a riscuotere i primi ed immediati successi. La canzone di giacca esprimeva soprattutto desideri di libertà e di giustizia, e lo faceva attraverso atteggiamenti ribelli guappeschi che si trovavano persino nei testi del grande Salvatore Di Giacomo. Tutte le inquietudini, le frustrazioni e le reazioni spesso violente di una Napoli affamata e tradita, trovavano spazio nelle sceneggiate. A darne conferma è il musicologo Roberto De Simone precisando che furono queste canzoni a sfondo drammatico o tragico, sviluppate posteriormente al periodo digiacomiano, ad originare la sceneggiata napoletana13. Una di queste venne scritta da Vincenzo Valente nel 191714 e raccontava di una donna che uccideva con un coltello l’uomo che amava, avendola tradita, ballando il tango. Nel 1917, i Napoletani erano chiamati spregiativamente dall’Occidente imperialista Mangiamacaroni. Ma al di là dell’artisticità secondo gli schemi classici, la sceneggiata è stata importante poiché suonando e cantando denunciava, attraverso la realtà sociale (emigrazione, violenza, fame, malattie ma soprattutto voglia di innamorarsi anche quando non era consentito o c’erano impedimenti di varia natura), un dissenso iniziato con l’Unità d’Italia favorita dagli Inglesi e realizzata con Garibaldi insieme ai camorristi come Tore ‘e Criscienzo che venivano nominati Ispettori e Delegati di Polizia dal ministro Liborio Romano. Da quel momento, il Napoletano, da cittadino della capitale d’Italia e da genio nella cultura nel mondo, diventò lo straccione emigrante e malvivente che si imbarcava per l’America e l’Argentina in cerca di fortuna.
Nel 1918, Napoli venne inaspettatamente bombardata dai Tedeschi che colpirono Bagnoli, Pozzuoli, il Porto, i Quartieri Spagnoli, Piazza del Municipio, Via Toledo e zone tra il quartiere Posillipo e il Corso Vittorio Emanuele. Fu un puro atto di terrorismo riconosciuto dalla Storia a danno dei civili.
L’anno successivo, nel 1919, Eugenio Fumo, passò alla compagnia diretta da Libero Bovio. Fiorentino Di Nardo, in questa stessa pubblicazione, racconta che Salvatore Cafiero, con Marchitiello e Diaz, misero in scena al teatro Olimpia di Palermo la sceneggiata Surriente gentile.
Salvatore Cafiero (1882-1965), veniva dalla compagnia diretta da Eduardo De Filippo, la Scarpettiana, del teatro San Ferdinando e aveva debuttato a San Giovanni a Teduccio al teatro Gemma del Mare dove il successo riscosso fu tale che decise di formare con la consorte Tina Lovezze il duo canoro “Les Cafiero” che ottenne subito un successo chiaro e schietto. Il duo Les Cafiero ebbe vita fino al 1921 quando Cafiero conobbe Eugenio Fumo e insieme fondarono la Compagnia Cafiero/Fumo.15
Dopo il gran successo di Palermo con Surriente gentile, Giosué De Rosa formò la compagnia Napoli Canta con Salvatore Cafiero ed Eugenio Fumo che debuttarono al Teatro Moderno di Torre Annunziata con una rielaborazione scenica, molto più ricca e spettacolare, di Surriento gentile. Fu un enorme successo che segnò di fatto la nascita della Cafiero-Fumo e convenzionalmente della vera sceneggiata napoletana.
La Cafiero-Fumo era composta inizialmente da Magli, Parodi e Oscar Di Maio, ai quali si aggiunsero Raffaele De Crescenzo, le sorelle Gilda e Giulietta Pellizzi, Linda Moretti e come prima giovane attrice e primo giovane attore-tenore, Tina Sportelli e Aldo Bruno.
Nel 1922 c’era il Governo Facta e Vittorio Emanuele III di Savoia era stato ridimensionato. La sceneggiata napoletana travalicò l’Italia raggiungendo la compagnia Nunziata al teatro Kalisaya nell’America del Sud e veniva rappresentata da autori come Umberto Gaudiosi, Gennarino Bianchi e da Nino Marchetti nell’America del Nord.
Con Eugenio Fumo e Salvatore Cafiero, entrava in scena la canzone che richiamava i sentimenti familiari, l’amore appassionato, l’afflato comunitario, quella più pudica e poetica. Pertanto, la sceneggiata della canzone di giacchetta, pur essendo stata la prima a spopolare all’Estero, narrando storie di bassifondi, emigrazioni, tradimenti e ferimenti di mala vita, e a Napoli nelle cantine di Fuorigrotta trasformate in piccoli teatri dove dopo un bicchiere di vino bianco di Terzigno ci scappava un cazzotto tra un fischio e un applauso, ora conquistava il cuore degli innamorati e delle famiglie. Il povero guappo temutissimo dal suo quartiere, diventava il più debole degli uomini al cospetto della donna amata.
Arrivati all’anno 1927, il Minervini scrive che la Cafiero-Fumo agisce con buoni attori e con buoni intendimenti avviandosi verso un genere più logico e meno sanguinario, mentre al San Ferdinando verrà inaugurata una Casa della Canzone di cui si dice gran bene.
Afferma ancora, sempre nel suo articolo, che il primo autore di canzoni sceneggiate era Domenico Romano detto don Mimì e nell’evidenziare quel genere più logico e meno sanguinario […] dove la prosa e il canto vanno strettamente a braccetto al Trianon, alla Partenope, al Petrella, alla Sala Tosca e all’Orfeo dove sono stai scacciati i pupi e Rodolfo Valentino per dargli posto, evidenzia come nelle sceneggiate della Cafiero-Fumo non vi emergevano patti di sangue né guappi sconsolati o disonorati.
La Cafiero-Fumo proseguiva la sua corsa al successo con Marechiaro, Torna al paesello, Sciuldezza bella, ‘E ppentite. Fiorentino Di Nardo chiarisce che la canzone, dalla quale ebbe origine lo spettacolo, venne ispirata dall’ex convento dei padri Teatini, chiuso dalle leggi napoleoniche e riaperto nel 1816, che accoglieva ex prostitute o ragazze madri che vi si ritiravano per espiare le loro colpe. Altre sceneggiate seguirono con altrettanto successo: ‘A Zingara, Mamma villana, Ah! L’ammore che ffa fa’, Abbracciato col cuscino, Zappatore, Quann’ammore vo’ filà, La buette (quest’ultima nel 1926).
La Cafiero-Fumo, a Napoli si esibì al Trianon, al Nuovo, al San Ferdinando, ma anche a New York e a Tunisi; fu proprio al Plein Air Theatre di Tunisi che nel 1937 fece la sua ultima tournée.

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NOTE
1- Roberto Minervini (Napoli, 12 maggio 1900 – Napoli, 16 giugno 1962) è stato un giornalista, drammaturgo, saggista, regista, critico cinematografico e teatrale italiano. Appassionato di teatro, collaborò a vari spettacoli e fu autore di numerosi lavori tra cui Girasole, interpretato da Ettore Petrolini, Suicidio per amore, Paisiello, Messaggeri del buon Dio, L’amore è una cosa semplice, Ritiro del Divino Amore, Tempo di primavera, L’albergo dei quattro venti.
2- Rivista mensile de “La Tribuna”, anno XVII, gennaio 1927, pp. 930-934
3- folclorica
4- piccoli racconti fantastici mescolati con l’attualità, monologhi
5- personaggi e storie tragiche e comiche, o tragicomiche, anche di cronaca, oggi dette metropolitane
6- proverbi
7- una forma particolare di poesia estemporanea che si formula per augurio
8- una specie di satira
9- Teatro Petrella di Napoli, la sua prima sceneggiata dal titolo: L’urdema canzone mia, di F. Russo.
10- Zona delle Fontanelle di Napoli. L’Acquaquiglia è la conchiglia marina dal francese coquille. A Napoli tale era il nome di una fontana del '500 che si trovava tra il Mandracchio e la vecchia dogana del sale nei pressi della chiesa di Santa Maria di Portosalvo detta della Quaquiglia perché aveva una conchiglia a suo simbolo dalla quale zampillava acqua. Tutta quella zona del Quartieri Porto era zona da evitare per la presenza della malavita e detta abbascio all’Acquaquiglia. L’attuale via, dal Viceré Enrico di Guzman, Conte di Olivares, sita nei pressi di Piazza della Borsa
11- In “Cor’ ‘e guappo” una così detta sceneggiata “della canzone di giacca”.
12- del trio (Mimì) Maggio-(Roberto)Ciaramella-(Silvia)Coruzzolo.
12- De Simone Roberto, Disordinata storia della canzone napoletana, 1994
14- Pittari, Carmelo, La storia della canzone napoletana: dalle origini all’epoca, 2004
15- https://www.ilmondodisuk.com/cafierofumo-premiata-ditta-della-sceneggiata/

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