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"Indaco", il libro di Gerardo Sinatore - Edizioni PuntoAgroNews

28 Febbraio 2024 Author :  

 

"INDACO" - il libro di Gerardo Sinatore - edizioni PuntoAgroNews - Clicca qui e Scarica il libro gratuitamente 

 

INDACO

è un sistema-mondo

di Franco Salerno

I veri e grandi Libri sono sistemi-mondo, in cui il Lettore, seguendo le orme dell’Autore, si introduce e si insedia in territori sconosciuti, in sentieri impervi, in oceani di parole nuove o rinnovate e prova il brivido e il piacere, quasi la voluttà, della scoperta che si epifanizza dinanzi ai suoi occhi straniati. Tale è il libro (nel senso latino di Liber, che, per polivalenza semantica, vuol dire anche Libero) di Gerardo Sinatore, dal titolo emblematico INDACO. Colore esotico, proveniente dall’Oriente, simbolo di nobiltà e di protezione, che caratterizza ad esempio la tunica deiTuareg, uno dei popoli nomadi del Sahara. INDACO: come è il colore degli occhi di una bambina che l’Autore scorge in sogno, dopo averla vista mentre suonava la fisarmonica a Parigi sotto la Torre Eiffel con il suo volto simile alla faccia immutabile della Luna. Un’immagine, questa, che può dare una prima idea di queste pagine sorprendenti e pregne di una cultura sapienziale, che oggi appare schiacciata dal bulldozer di una falsa e vuota modernità. Un’immagine che racchiude la capacità di volare di immagine in immagine, dalla realtà al sogno e poi ancora dal sogno alla realtà, che segna il viaggio di un Autore, che è poeta, narratore, filosofo, antropologo. E spinge anche il lettore a salti, viaggi, sobbalzi e sorprese: di fronte ad una scrittura, che si attesta su un triplice registro: una scrittura vulcanica (fondata su un movimento lavico), una scrittura apocalittica (incentrata su una rivelazione spiazzante) e una scrittura salvifica (incardinata su un messaggio spirituale).

Iniziamo dal primo registro: quello vulcanico. Da eccellente figlio della terra del Vesuvio (un monte venerato nell’antichità come Jupiter Vesuvius e nell’età moderna come sede del Diavolo), Sinatore ha mutuato dal Formidabile monte il fascino del magma, del movimento incessante, del sogno. E dal sogno, color indaco, Gerardo Sinatore si lascia abitare. Un sogno che gli consente di giungere dinanzi ad una misteriosa porta chiusa, al di là della quale egli avverte una strana presenza: come un dio. Si tratta dell’avvertimento perturbato e commosso (per dirla alla Vico) di una potenza superiore, arcana e indefinibile; più che della Divinità di una religione storica, si tratta di una entità numinosa (del tipo di quella avvertita da Carl Gustav Jung): anche gli antichi distinguevano il deus (termine che richiama il dies e dunque la luce chiara e precisa) dal numen (dal verbo nuo, che significa annuire, fare di sì con il capo con un movimento silenzioso e allusivo). Un numen che annuncia qualcosa, qualcosa di terribile, come lo sono tutte le scene in cui il Dio dell’Antico Testamento si fa udire e vedere dagli uomini o, meglio, dai pro-feti, che sono coloro che parlano a nome di Dio, davanti a Dio e al popolo, a favore del popolo. E in questa scena onirica eppur reale (i poeti non fanno distinzione fra queste due sfere) si verifica un fatto funesto: una conca, all'improvviso e senza motivo, all’interno della stanza in cui l'Autore è con la moglie, si spacca, anticipando una triste notizia: la sorella di Gerardo Sinatore, a molti chilometri di distanza, muore in una camera di ospedale: una persona, un affetto, una vita si è davvero spaccata. È una di quelle coincidenze significative, che, diceva ancora Jung, segnano il fiume della vita di ogni uomo?

Fiume: un altro elemento simbolo di movimento. E Sinatore, da narratore finissimo qual è, si avvale di uno stile metaforicamente fluviale, ma, al tempo stesso, capace di trarre la metafora da un dato reale, come fa lo scultore che trae l’opera d’arte dalla materia reale del marmo. Perciò, è capace di leggere nelle onde, ormai placate e distrutte, del Sarno un’intera storia mitica: quella del Basilisco del fiume, tremendo e smisurato serpente che punì l’uomo, il quale venne meno ad un patto con esso, in quanto non mantenne le consegne del serpente, cioè di non toccare l’uovo che esso gli aveva dato in consegna. Quasi una nuova, raccapricciante scena dell’Eden, che si svolge tra le onde e sulle rive di un fiume, che poi si chiamerà Dragonteo (che ricorda il Basilisco-Dragone) in un territorio chiamata Fauce e, dunque, Foce.

E solo chi ha visto, in località Foce, negli anni ‘50, lo sgorgare del fiume Sarno, sotto forma di lago, dalle gole-fauci della montagna in un rombare di acque, può gustare queste pagine teogonicamente esiodee, in cui si leva il canto di arcaici racconti sulla genesi-fondazione di questo luogo. E le parole dell’Autore si mescolano al scrosciare delle acque divenendo un inno primigenio alla purezza oggi persa, ma (forse) non perduta per sempre. Come perduto è, invece, l’Eden dei nostri progenitori.

È naturale, a questo punto, non meravigliarsi della preferenza del Nostro per la vita, il linguaggio, i miti della cultura zingaresca. E il lontano ricordo di un affascinante fanciulla zingara - con una fascia larga, di colore indaco, che le stringeva il capo - domina la fantasia di Gerardo Sinatore, affascinandolo per il tipo di vita che lei conduceva: una vita nomade, libera e quasi selvaggia, erede di una cultura arcaica eppur capace di parlare al cuore dell’uomo moderno. Anche il nome della fanciulla è avvolto dal mistero. Tutti la chiamano Aruna, che in sanscrito è un aggettivo che significa Dal colore rosso-bruno; ma lei rivela a Gerardo Sinatore il suo vero nome: Ankinè, che sembra un banale avverbio simile al nostro Anche, che indica nella nostra lingua qualche altra cosa che si aggiunge e che quasi fuoriesce dall’ombra all’improvviso.

Ed è proprio questa rivelazione improvvisa del vero che ci introduce nel secondo registro della scrittura di Sinatore: quello apocalittico (dal greco Apocalýpto, che significa Togliere il velo), attraverso cui l’Autore procede per illuminazioni e disvelamenti. Lungo questo versante è la Parola che si afferma e che domina.

Senza parole sono realmente incapace di essere, di fare, di sognare e di vivere: afferma programmaticamente Gerardo Sinatore. Il quale sa che un vero scrittore parla, appunto come un profeta, a nome di una comunità di persone: una ridda di suoni, di voci viventi parla con la sua mente, la sua penna, la sua parola, che non è vuota articolazione sonora, ma presa di coscienza. Parlare nella lingua latina si dice Fari, il cui participio passato è Fata (le Cose dette e, dunque, i Fati). Fata è anche l’acronimo dei quattro elementi empedoclei (Fuoco, Acqua, Terra e Aria), che Sinatore squaderna con grande sapienza dinanzi ai nostri occhi affascinati: il Fuoco (dello sterminator Vesevo, ma anche, aggiungiamo, di molte feste dell’Agro nocerino-sarnese, come quelle in onore di Sant’Antonio Abate e di Santa Lucia), l’Acqua (del fiume Sarno, ma anche della Madonna dei Bagni e delle onde del mare da cui esce la fanciulla-scarola di un’antica versione della canzone Michelammà diffusa tra Angri e Scafati), la Terra (la Terra nera, in cui il grano muore per rinascere, grano con cui si addobbano i Sepolcri del Venerdì Santo, luoghi in cui si celebra la Morte del Figlio dell’Uomo che rinascerà trionfante tre giorni dopo) e, infine, l’Aria (che, ci ricorda Gerardo Sinatore, è il soffio di Dio che spira sulle acque prima della Creazione ed è anche l’aria fresca, impalpabile e pura che soffia sulle nostre terre, fertili perché, oltre a possedere i primi tre elementi, possiede anche il quarto, cioè la carezza del vento, che i Greci chiamavano Ànemos, parola che ricorda Anima).

Alla luce della parola che rivela arcani mondi, noi stessi lettori ci sentiamo arricchiti e svelati a noi stessi. E così ogni storia in cui crediamo diventa un mito, che è - dice con rigore antropologico Gerardo Sinatore - la scienza esatta del tempo ciclico. Le parole di questo aureo volume diventano canto di ierofanie, perché esse trasformano le cose di ogni giorno in entità sacre: perciò, una ferita inferta a una parte della nostra Natura è una ferita inferta all’ordine cosmico, un po’ come le parole consapevoli della Francesca di Dante, la quale, quando esclama Tingemmo il mondo di sanguigno, vuole dire che ogni reato-peccato è commesso contro una comunità intera. Sfregiare la terra e i fiumi e il clima e le tradizioni significa distruggere un mondo, che i nostri antenati hanno creato con il lavoro e con la fede, con il pianto e con la sofferenza.

Ogni oggetto di questo mondo ha una parola che lo indica ed ha una storia millenaria. Anche una sedia impagliata, apparentemente banale e quotidiana, diventa, nell’infuocata scrittura dell’Autore, la protagonista di un rito divinatorio che, incentrato sulle varie modalità del far ruotare la sedia, serviva all’officiante per predire il legame d’amore fra una coppia di fidanzanti e di amanti. Il tutto di notte, a lume di candela e tra i fumi dell’incenso: e poi parole, parole magiche, capaci di vedere e non solo di guardare il dark side of the moon.

Guardare non basta (attraverso il guardare si percepiscono solo le forme esteriori), bisogna vedere (il monosillabo Id è una delle radici del verbo greco Orào, Vedere, e serve per Formare il perfetto Òida, che significa Io so, appunto perché Ho visto fino in fondo).

Ed eccoci al terzo ed ultimo livello della scrittura di INDACO, che risulta puntare ad una dimensione salvifica. Per salvarsi, in questa vita moderna inquinata alle radici (per dirla con Svevo), occorrono forza, determinazione, scelta, quella che i Greci chiamavano Àiresis. Bisogna esser capaci di parlare fuori del coro senza paura di sentirsi isolati e di scegliere la retta via dei Valori di contro al vitello d’oro della Ricchezza e del Potere. E Sinatore addita queste e tante altre strade che possono costituire una via di salvezza. Lui fa benissimo a richiamare la celebre frase del Vangelo di Giovanni, in cui Pilato vuole forse enigmaticamente dare una possibilità a Cristo e gli chiede Quid est veritas? (Che cosa è la verità?), ma Cristo non risponde. “Perché?”: si sono chiesti tutti i più grandi intellettuali per quasi cinque secoli. Senza saper, loro, dare una risposta. Fu Sant’Agostino che, anagrammando la frase, ne scoprì il significato salvifico: Est Vir Qui Adest, cioè È l’uomo che ti sta di fronte, vale a dire La Verità è Cristo stesso. Gesù, dunque, non risponde, perché la risposta era contenuta già nella domanda. Perciò è salvifico farsi domande e porsi tutti gli interrogativi che questo libro pone. Ne elencheremo alcuni. Perché e da chi è avvelenato il nostro tempo? Non vale forse la pena di sperare che la salvezza del mondo, oltre che dalla Bellezza, venga dalle donne (che erediteranno il mondo) o addirittura dai fanciulli (grandioso è, in questo libro, il personaggio del bambino che tutto sa)? L’Occidente sarà mai in grado di abbandonare la sua cultura supponente? La scienza e la medicina, che dovrebbero salvare l’Umanità, potranno mai divenire a misura d’uomo? È possibile sperare che l’Uomo abbandoni l’odio che lo divora e costruisca una società pacifica in sintonia con l’armonia del Cosmo? Noi non abbiamo nessuna ricetta definitiva, non conosciamo la Verità assoluta, la parola che mondi squadri, però sappiamo che, dopo la meditazione su queste inimitabili pagine di Gerardo Sinatore, ci sentiamo spinti a metterci in viaggio, alla ricerca. E chi cerca, qualcosa lo ha già trovato.

INDACO

Il potere poetico, conoscitivo e salvifico della Parola

di Anna Buonocore

I libri, miei compagni di viaggio, fedeli e solidali, finora li avevo solo letti, analizzati, recensiti, e anche presentati. Ed ecco che qualche mese fa mi sono ritrovata sul tavolo da lavoro (in cucina) l’Anteprima di stampa dell’ultima opera di Gerardo Sinatore, INDACO, accompagnata dalla timida e garbata, ma precisa richiesta, da parte dell’Autore, di visionarla, correggerla, etc. etc. È cominciata così un’avventura, non nego talvolta onerosa, ma sicuramente per me ricca di emozioni e opportunità di incontro, confronto e conoscenze, dunque di crescita umana e culturale. Ho dato avvio al mio limae labor con l’attenzione costante volta a registrare fedelmente, attraverso la punteggiatura, il ritmo e le pieghe, anche le più recondite, di un pensiero fervido, profondo e complesso, e a salvaguardare l’autenticità e l’originalità della forma. Questo il mio incontro con INDACO: caleidoscopica danza di figure, di colori, sapori, suoni e luoghi; crogiuolo di sensazioni, emozioni, visioni. Epifanie … per mezzo della Parola. Perché l’opera nasce dall’amore e dalla radicata curiosità, da parte dell’Autore, per la Parola: Segno e Rivelazione. La Parola come forma primigenia di conoscenza; sinolo di significato e significante. Attraverso di essa Sinatore si avvia lungo il sentiero tortuoso e fascinoso della decifrazione del mondo che, anche nelle sue manifestazioni apparentemente insignificanti, rinvia al suo animo emozioni e folgorazioni che lasciano intravedere, talvolta, frammenti di verità. Aedo e rapsodo del nostro tempo, Gerardo Sinatore leva la sua voce: … per raccontare, all’umanità occupata da questa innaturale civiltà economica, di fascinosi cicli del divenire e di equilibri eterni, retti da echi di parole pensate e da intervalli di musiche quiete. Molti, poco sentono e molto parlano. Lui, poco parla e molto sente. Visioni, emozioni, simboli: di questo si nutre l’animo del Nostro, proteso a tradurre in parole il magma emotivo che gli ribolle dentro. Ed è qui l’ardua impresa, il lungo travaglio, la faticosa elaborazione. Perché le Parole ci sono, son tante, come simboli in una foresta, difficile però è scorgere quelle giuste, autentiche, originarie, scevre dalle corrosive incrostazioni del tempo. Pochissime sono quelle che recano suoni, forme, e significati incorrotti, che sanno descrivere l’idea del mondo esteriore, svelandone la realtà di quello interiore. La Parola è per il Nostro la via per la quale si dà voce e forma al grumo represso che opprime. E ci aiuta a dipanare il cieco e dolente groviglio di sentimenti e di emozioni, e a tradurli in racconto. L’opera di Gerardo Sinatore, nella fantasmagorica materia di cui si nutre, è un libro sul potere poetico, conoscitivo e salvifico della Parola. Solingo e aristocratico, visionario e decadente, ma anche fiducioso come l’ultimo dei romantici, lo scrittore sogna ancora di rivoluzionare il mondo con la sua pagina. Scrivere è per Lui un bi-sogno profondissimo di essere, di esistere, di fare. Non solipsistico sogno di evasione, ma anche osservazione e critica della realtà contingente. Veementi le pagine in cui l’Autore fa sentire la sua voce contro l’odierna società economica e tecnologica che ha rubato all’uomo l’anima e ne soffoca lo spirito, disumanizzandolo con i falsi miti del possesso e del potere. Dolente invettiva contro una società che ha sottratto all’uomo anche il tempo, catapultandolo in una vorticosa corsa che non lascia spazio né per sé né per gli altri, e lo omologa, reprimendone subdolamente la libertà e l’identità.

In INDACO Sinatore non parla solo a se stesso e con se stesso, ma anche a tutti noi, invitandoci a riappropriarci della nostra originaria e autentica dimensione, di quella Humanitas, di terenziana memoria (alterità, solidarietà), messa a dura prova in una società proiettata unicamente verso l’utile, il successo, il culto di sé, il potere. Società tecnologicamente avanzata, ma umanamente ed eticamente arretrata; scaduta anche sul piano religioso, se usa la religione come strumento o alibi per guerre di conquista e di sopraffazione. Nella sua opera Gerardo Sinatore spazia tra la terra e il cielo, canta la bellezza del mondo e celebra al contempo la grandezza di Dio creatore. E canta la donna, di fronte alla cui bellezza il suo corpo freme, il cuore palpita, l’anima sua vola verso il cielo. Alcune pagine del libro echeggiano come appassionato Inno all’Amore: Desiderio di bellezza, che si manifesta all’uomo attraverso le dolci sembianze di una donna … dagli occhi di gatto. Intensa e delicata visione neostilnovistica della donna come epifania del divino, che non rinnega il mondo sensibile e terreno. La pagina di Gerardo Sinatore, infatti, sa di terra, calda e sanguigna; sa di cielo … INDACO; sa di anima, la sua, che egli va raccontando scoprendone i più reconditi anfratti, spesso sul filo della memoria. E sul filo della memoria scorrono elegiache pagine appena sussurrate, cariche di pathos e di lirismo, ispirate ai ricordi e alla figura del padre, con il quale l’Autore, come la maggior parte dei figli, ebbe, quando era in vita, un rapporto conflittuale, che solo in età matura si rivela nella sua autenticità ed essenza di amore ed ammirazione. A lui Gerardo Sinatore si racconta, squadernando pagine della sua vita e moti dell’anima prima mai manifestati. In forma epistolare Egli traccia qui un sofferto ritratto di sé ed il suo percorso interiore di vita, da bambino chiuso, emotivo, insicuro, assetato d’amore e deportato d’amore a giovane ribelle ai cliché, alla ricerca del senso della vita e del suo frammento di felicità. Un essere dimidiato tra la paura di diventare uomo e l’angoscia di rimanere bambino. Un uomo perennemente in fuga, un clandestino, un ladro, che, dopo aver toccato il fondo della solitudine e della disperazione, ha trovato in sé la forza di rinascere, grazie all’arte, alla creatività, alla scrittura. E oggi si sente conciliato con il mondo intero e parte integrante di esso ed anela unicamente a respirare all’unisono con l’Armonia dell’Universo.

Ancora una volta in queste pagine la Parola appare come rivelazione, come apertura dell’io dell’Autore dinanzi al padre; come elaborazione del perenne e doloroso senso di inadeguatezza di un figlio di fronte al padre e alle sue aspettative. La Parola come scoperta dell’Io adulto, maturo; ponte tra figlio e padre, che va oltre la morte.

INDACO

È un libro ipnotico

di Laura Giordano

Scrivere è la manifestazione materiale di una delle più alte frequenze in cui si sintonizzano le anime; è arte pura, trasparente, paradossalmente tangibile e facilmente estranea ad incomprensioni.

Quando uno scrittore decide di pubblicare il suo operato, sta donando ai futuri lettori il suo corpo esistenziale nudo di alterazioni e filtri, offrendo, allo stesso tempo, uno strumento di misura attraverso il quale, chi legge, ha la possibilità di percepire altri aspetti del mondo circostante, già estranei dalla sua naturale prospettiva.

INDACO è la giusta dimensione in cui calarsi gradualmente alla scoperta di nuovi elementi esposti quotidianamente alla nostra vista, sebbene non sempre compresi e valorizzati. Gerardo Sinatore riesce a cogliere ogni dettaglio di quanto si muove intorno ai suoi occhi e, in quest’antologia, più che nelle altre sue opere, conferisce tutta la sua sostanza spirituale spaziando dalla narrazione di curiosità impensabili ai più, cito ad esempio La magica seggia pavanesa, alla condivisione di sensazioni struggenti e ricordi primitivi in Lettera a mio padre. Animo raffinato, di profonda semplicità, Gerardo Sinatore condivide con il pubblico racconti della sua vita, esperienze realizzate in tutto il mondo, tormentati quanto illuminati viaggi introspettivi, dediche a persone incontrate nel corso delle sue ricerche che hanno ispirato ed arricchito il sistema artistico del nostro eclettico autore e, infine, non per importanza ma per esclusività emotiva, tocca le corde più profonde dell’empatia umana omaggiando amici e parenti prematuramente scomparsi.

In questo libro ogni percezione è analizzata e coinvolgente l’attenzione; tale è la personalità dell’autore. Instancabile curioso, amante della vita e dell’elevazione dei sensi; ciò che rende Gerardo Sinatore una persona essenzialmente amata da un pubblico denso ed eterogeneo, è la sua naturale propensione a mettere in luce tutta la bellezza che riesce a scovare nelle cose, per poi trasmetterla alle orecchie più attente di qualsiasi formazione culturale, con un’umiltà disarmante e tenera allo stesso tempo, rendendosi indimenticabile per chi ha la fortuna di incontrarlo. Fortuna che è arrivata fino a casa mia, quando, nella più dolce pasticceria di Pagani, davanti ad un caffè, resi Gerardo Sinatore testimone dei miei progetti da neo dottoressa in Psicologia. Da quel momento ho potuto affiancare una delle personalità più vive e dinamiche che abbia mai conosciuto nel corso della mia breve esperienza (prima da persona e poi da Psicologa emergente), che farebbe la gioia di ogni Psicologo o Psicoterapeuta affermato, per le sue grandi doti introspettive e per non aver mai perso la connessione col sè fanciullesco che si estingue, in ogni uomo, con l’avanzare dell'età. Gerardo Sinatore conserva dentro di sè la gioia esplorativa di un bambino ad infanzia inoltrata e la saggezza di un uomo che ha vissuto nel mondo senza abbandonare il ricordo del suo punto di partenza; collaborare con lui è stata infatti un’esperienza densa di riflessioni, rivalutazioni, scoperte ed osservazioni, ed è proprio sul motivo dell’osservazione che l’opera artistica di Gerardo Sinatore svela le emozioni di chi le contempla, così come, con profondo onore ed impagabile gratitudine, Lui ha osservato con i miei occhi alcuni pezzi molecolari del mondo circostante da me fotografati, in maniera anche tendenzialmente rudimentale, fino a decidere di inserirle in questa sua antologia.

Sinatore è il suo stesso stile letterario: concreto sognatore, cultore della bellezza trascendentale e della verità suprema che, silenziosa, aleggia nel fisico di questa terra e prende forma attraverso l’opera intelligente dell’arte e dell’amore universale.

Un altro canale di fuga è stato realizzato dal nostro autore, nato e vivente fuori da ogni schema temporale, che descrive con le seguenti parole una sua nuova consapevolezza: - la realtà ci scivola sempre dalle mani, come la sabbia; e la fotografia si designa quasi come unica possibilità per continuare ad osservarla.

INDACO

È un’antologia di sentimenti

di Nicola Buonocore

"Indaco" è senza dubbio un invito a guardarsi dentro. L'autore compie un'analisi introspettiva che non si limita ad essere autobiografica, quanto piuttosto suggerisce interrogativi, talvolta offrendo risposte, mai banali, frutto di esperienza di vita. Soprattutto "Indaco" è una collana di emozioni.

Il lavoro si sviluppa su più piani: metafisico, biografico, antologico. Gerardo Sinatore individua da subito un profilo etereo, celestiale e conduce il lettore mano mano che si approfondisce la lettura lungo un percorso emotivo caratterizzato costantemente dal rapporto col trascendente. Dio nella sua accezione più autentica e' onnipresente con la Sua grandezza che si traduce in emozioni, tutte, di natura diversa ed egualmente significative. Indaco e' però "biografico" perché Gerardo Sinatore racconta di se stesso e le sensazioni che descrive, mettendosi a nudo, scaturiscono esclusivamente da proprie esperienze. Non v'è solo questo. I fatti raccontati, le debolezze dell'IO adolescenziale, la forza dell'IO giovane, il dolore per le perdite conducono tutte alla consapevolezza ed alla serenità dell'IO maturo che individua negli affetti più cari e nelle proprie personali passioni la propria realizzazione. Non si tratta di una banale biografia, non avrebbe senso, si tratta di un testo di portata "filosofica"; si induce il lettore a seguire il filo del ragionamento, ad emozionarsi al cedere dello scritto durante il quale l'autore si racconta a "tratto sparso", pone domande ed offre le proprie personali risposte. Ne spiega il senso, non ne cerca l'approvazione; semplicemente offre il suo modo di vedere le cose sottolineando in ogni passaggio, in ogni singolo passo, che nella vita contano le persone e con esse i sentimenti che rendono l'uomo di "valore". 

La dinamica del testo cede il passo a singoli eventi che rendono la lettura fluida e piacevole; si potrebbe per certi versi leggere Gerardo Sinatore senza seguire la cronologia dei capitoli perché Indaco è, principalmente, un'antologia di sentimenti; l'accostare persone, eventi e ragionamenti al personale sentire dell'autore in diversi momenti non sequenziali cronologicamente (ma evidentemente secondo un incedere emozionale personale) si traduce in un modo originale di raccontarsi. Il punto è che nel mentre l'autore racconta se stesso delinea il profilo di ogni padre, ogni figlio, ogni marito, ogni essere umano. "Indaco" è in altre parole un'antologia dell'uomo; un libro che dota il lettore di una chiave nuova ed indulgente per dialogare serenamente col proprio intimo.


INDACO PER ASPERA AD ASTRA

di Raffaella Visconti

Innamorato di Conoscenza fino allo spasimo, romantico rabdomante di lucenti cristalli di verità. Così mi si presenta alla lettura di Indaco Gerardo Sinatore, poeta e narratore con la vocazione della Parola. INDACO per Aspera ad Astra è un libro generoso di Cultura che prova a dipanare la complessità dell’Esistenza con un’architettura letteraria che spazia tra Interiorità e Memoria, arricchita da sapienti richiami di Storia, Mitologia, Filosofia, Teologia,Teosofia, Politica e Arte. Quello tracciato è un percorso letterario da Terra a Cielo, da passioni terrene a celesti spiritualità. Sinatore non lascia spazio a fraintendimenti. Lo stesso titolo, Indaco, corrisponde al colore simbolo di spiritualità e risveglio interiore; anche il sottotitolo “Per Aspera ad Astra indica la meta nella consapevolezza di un necessario travaglio dell’anima. L’espediente letterario è una sorta di antologia di testi prodotti nell’arco di vent’anni, tracce autobiografiche attraverso le quali l’autore esce deliberatamente dal recinto segreto del Sé e, fremente di Alterità, si offre al pubblico con temeraria schiettezza. Egli non fa mistero delle proprie intenzioni: scrive per esistere e r-esistere, per raccontare e unirsi agli altri. Parla di sé, del suo modo di essere, di stare al mondo, di com’era e come si è evoluta la sua personalità. Ama la Verità e in questo amore ansioso che si dice convinto di trovare in una forma di Conoscenza superiore e illuminata, la Parola è l’indispensabile compagna di viaggio e insieme obiettivo, presa di coscienza e Potenza creatrice. ”Scrivendo parlo con me stesso e partecipo al sacro diritto-dovere di vivere una storia di Carne e Cieli”, E’ l’uomo che parla, quello che decide di uscire dall’anonimato della solitudine e svelarsi agli altri in una Società costruita ad arte per distruggere umanità, dove l’oggi esistenziale si appiattisce nell’idolatria del Consumismo e si lascia governare inerte dall’inganno della Tecnologia. Ed è in questa società malata che il raccontarsi diventa bi-sogno di unirsi agli altri, per affrancarsi dai guasti del modello sociale imperante con le sue finte democrazie, con la tecnocrazia e la mistificazione. “La creazione della Società ha distrutto l’Umanità” L’invettiva ricorre tra una riflessione e l’altra tanto che giunge alla lapidaria definizione di società corrente come “Morbo del Possesso o dell’Avere per essere o del Sembrare per poter Avere”. La condanna di ogni tipo di utilitarismo degli Insegnamenti che hanno come scopo il controllo del genere umano è inappellabile in quanto responsabile della spirale inarrestabile dei processi di omologazione che stanno irrimediabilmente consegnando all’inerzia la natura umana. Contro la “cultura del pregiudizio” afferma che per la crescita armonica socio- individuale della persona, l’unica armonia possibile è l’esperienza diretta e la ricerca della verità, in antitesi con qualsiasi precetto o ideologia che si frapponga a ogni libertà di pensiero. Cercare la verità è andare all’origine, avvicinarsi il più possibile al “principio”, alla parola primigenia, al Mito che è Storia…. “vecchia”. Cercare la verità è conoscere se stessi, “dissodare i grumi” della propria terra interiore e trovare il senso dell’essere al mondo, crearsi gli strumenti di una Conoscenza scevra di induzioni e condizionamenti che affranchi dalla paura e aspiri alla felicità come diritto naturale che ci è stato sottratto. Convinto assertore del potere salvifico della Parola, la studia, la smonta, spesso sente il bisogno di scandirne l’etimo, di destrutturarla nel significante e ricostituirla nel significato con la stessa intensa passione del suo sentire d’Anima e d’Intelletto, la stessa con la quale scava le profondità del proprio Essere in uno scorrere altalenante del Sé e dell’Altro, tra Presente e Storia, tra l’affermazione dell’identità personale e la ricerca delle radici culturali, storiche, esistenziali. Con la parola gioca, evoca, si espone, narra, disegna emozioni. Con la parola svela le pre-occupazioni e le riconosce, libera l’anima che spiritualmente tende da radici a stelle. La natura umana di Gerardo Sinatore si nutre di Conoscenza. Ma qual è il suo nucleo, quale la sua essenza? Sono le sue parole a dirmelo nell’intermittenza temporale dei ricordi di esperienze vissute; sono le sue parole di un originale potere poetico a mettere ordine nel groviglio di sentimenti ed emozioni di tutta una vita, dalle ribellioni adolescenziali alla scoperta della Bellezza del Mondo e della Grandezza dell’Universo, fino all’approdo alla maturità dove il sogno rivoluzionario della Parola diventa intima esigenza di impegno sociale ed esistenziale. In ogni anelito o intenzione, in ogni anfratto dell’anima e dell’intelletto portato alla luce, in ogni dolore di perdita o voglia di Infinito scopro un inestimabile patrimonio di umanità, la stessa della cui dissipazione si duole, la stessa di cui cerca l’eziologia della malattia che vorrebbe curare, convinto della coralità della sua opera. Questa fatica letteraria si conclude con un commiato, spiazzante così come lo è stato il preludio nella sua chiarezza di intenti. Comprendi alla fine di essere stato il lettore incantato di una profonda introspezione, sincera, autentica, che ha portato alla luce i riflessi di un’anima inquieta che sentiva una forte esigenza di auto coscienza, di identità, di sublimazione dell’essere attraverso la Conoscenza. In questa prospettiva gli scritti, esperienze di vita sapientemente rielaborate nonchè riflessioni dell’anima su se stessa, si delineano come tappe di questo originale percorso introspettivo. L’Autore sente di aver portato al culmine la tensione di amore per la verità e ne teme l’estremizzazione che non unisce ma divide, che non porta all’amore ma all’odio, che non conduce alla libertà ma all’asservimento.” Non è l’amore per la verità che migliora l’umanità ma è la verità dell’Amore che conduce verso dimensioni di libertà infinite…” Occorrono Volontà e Intelletto d’amore per essere se stessi, per aspirare ad elevarsi dalla Terra all’Universo e fondersi in un tutt’uno con la Natura di cui si è compresa l’essenza. Nel suo commiato non c’è sconfitta ma saggia resa, nell’umile ammissione la sua grandezza. Immagino un obiettivo ancora più arduo del precedente verso il quale l’uomo Sinatore possa tendere: scalare con la Parola vette ancora piu’ elevate di Spiritualità attraverso la Quale si manifesti la natura divina dell’Uomo. Lo farà come persona che ama perché la sua interiorità trabocca di Umanità; lo farà come artista che nella Parola ha trovato la strada che porta alla Sublimazione dell’Io.

INDACO

Storie che raccontano di territori ricchi di storia e di segreti

di Maria Rosaria Mandiello

Un mondo caotico, frenetico, scandito da ritmi e tempi oramai “moderni”, ma sul quale c’è una quantità di cose meravigliose e a volte invisibili, che le parole possono raccontare. Le parole, un miracolo che consente di scrivere di un mondo pieno di splendore, con le ombre comprese, ma pur sempre meraviglioso. Un mondo danzante, fatto di colori, sapori, suoni e luoghi, crogiolo di sensazioni, emozioni, visioni che emergono e catapultano in un tempo lontano ma al tempo stesso vicino che il padre di INDACO, Gerardo Sinatore fa emergere nelle pagine del suo libro. Appassionante, coinvolgente, specchio di ognuno di noi, le righe di INDACO scorrono veloci e ci fanno capire il segreto delle parole, che come scrigni ci consegnano intatto un tesoro invisibile quanto meraviglioso, che agisce sempre, nel silenzio e a distanza, che si chiama amore. La prima parola che pensiamo quando viene al mondo una nuova vita, la prima che altri hanno pronunciato: Dio all’eternità, le coppie salde, i figli ai genitori. Un libro che nasce dall’amore e dalla radicata curiosità che l’autore possiede e rivolge alla Parola, quale forma primogenia di conoscenza. Dalle pagine arricchite di frammenti di vita, di colori che il mondo assume, di culture che si incontrano, di curiosità, di apertura che l’autore nel corso della sua vita ha avuto, emerge il potere poetico e conoscitivo quanto salvifico della Parola, che lo salva dal bisogno profondo di essere, di esistere, di fare ma anche di raccontare e quindi di condividere. INDACO per Aspera ad Astra, attraverso le asperità si giunge alle stelle, storica frase di Cicerone poi ripresa da Seneca e da Orazio, è un viaggio personale ed intimo dell’autore, che incontra il mondo nei suoi viaggi, nei suoi incontri con le nuove culture, ma nel suo raccontare ci si rispecchia, ci si ferma a pensare ai nostri pregiudizi, alle nostre idee, ai nostri viaggi fatti e a quella morale magari dimenticata. Ma è un viaggio anche di storia, di racconti filosofici, di pillole di saggezza di latinisti e filosofi di un tempo che incontrano l’esperienza di vita di un uomo che nella sua vita ha vissuto l’incontro difficoltoso con la figura paterna, ma fatti di ricordi che solo l’infanzia lascia, specie se si è cresciuti in paesi piccoli e fatti di valori autentici. Storie passate che raccontano di territori ricchi di storia e di segreti che alle nuove generazioni sfuggono, come il capitolo: “la magica seggia pavanesa e la forma”, oppure “santa chiara de li pagani”. Poi gli incontri di politica ma anche di arte: scrittori, artisti, amanti della terra del Sud. Amore, vita, dolore, sofferenza, ricordi, la ricerca della verità che sposa il sentimento religioso: compagno fedele di Sinatore e dell’intero libro, tempestato anche da crisi, scetticismo, questo è INDACO di Gerardo Sinatore, arricchito da fotoemozioni di Laura Giordano, perché le parole lasciano spazio anche all’immaginazione delle foto, che fanno viaggiare, sognare, capire, perché “forse, se ognuno si lasciasse sedurre dal proprio cuore, spirerebbe un vento nuovo” (Gerardo Sinatore, docet).

 

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