Che cosa si nasconde dietro una delle canzoni più antiche e affascinanti della tradizione napoletana? Viaggio tra le leggende e le interpretazioni di un brano che da secoli sfida gli esperti.
Se esiste un brano capace di racchiudere in sé l'essenza stessa del mistero napoletano, quello è senza dubbio Michelemmà. Questa canzone-mito continua a far arrovellare musicologi, glottologi ed esperti di canti popolari. Il motivo? Un testo denso di messaggi quasi criptati, dove ogni parola sembra un gioco di specchi che rimanda a significati diversi.
La fanciulla nata in mezzo al mare
La leggenda più celebre parla di una bellissima fanciulla, Michela, nata (o forse rapita) in mezzo al mare durante un'incursione di pirati saraceni. Una storia di passioni travolgenti e tragiche: si racconta che per lei gli innamorati facessero follie, suicidandosi "a duje a duje" (a due a due).
Sullo sfondo di questa strage di cuori c'è l'isola d'Ischia, storico punto di approdo per gli sbarchi dei turchi. Ma è proprio qui che il testo letterale della canzone inizia a farsi ambiguo.
L'enigma botanico: Ischia o una verdura?
Il testo recita: «È nata mmiez’ ’o mare na scarola». Perché mai una canzone d'amore dovrebbe parlare di una pianta di scarola in mezzo al mare? Le ipotesi si dividono:
La tesi geografica: Lo storico Vittorio Paliotti suggeriva che nell'antichità gli ischitani venissero chiamati iscaroli. Di conseguenza, "scarola" non sarebbe altro che la corruzione di "ragazza ischitana". Una teoria supportata dal fatto che l'isola, vista dal mare, appare riccioluta di vegetazione proprio come la superficie di una scarola.
La tesi storica: Altri studiosi vedono in "scarola" la storpiatura di scavotta, termine che indicava la schiava. Questo rimanderebbe al celebre blitz del pirata Uccialì che, nel maggio del 1563, sbarcò a Chiaia per rapire la principessa Maria d'Avalos.
La tesi psicologica: E se "Michelemmà" fosse semplicemente la contrazione di «Michela è mia?» o di «Michele a mamma», nata come una nenia sussurrata da una madre per far addormentare il figlio?
Il codice segreto dei Tarocchi
Il mistero si infittisce quando la canzone recita «Chesta figliola è figlia de notaro». Secondo l'intuizione del musicista Corrado Sfogli (ex direttore della Nuova Compagnia di Canto Popolare), l'autore avrebbe fatto di tutto per confondere le acque.
La parola "notaro" potrebbe essere un gioco di parole per 'nu taro, ovvero un tarocco, la celebre carta da gioco. Se così fosse, la "figlia del tarocco" rappresenterebbe una figura femminile ben precisa: l'Arcano numero III, cioè l'Imperatrice.
Il falso storico di Salvator Rosa
Per secoli la paternità del brano è stata attribuita al famoso pittore del Seicento Salvator Rosa, noto per la sua doppia vita di artista e "posteggiatore" napoletano d'assalto. Si raccontava che Rosa amasse girare per le campagne munito di cavalletto e liuto, improvvisando madrigali per le fanciulle del luogo.
Nel 1901, il grande poeta Salvatore Di Giacomo confezionò persino una falsa copia della canzone pur di attribuirla ufficialmente al pittore. L'inganno fu però smascherato da Benedetto Croce: a oggi non esiste alcuna prova che Salvator Rosa abbia mai scritto quei versi.
Una divinità tra le stelle e il mare
L'interpretazione forse più profonda e suggestiva rimane quella del maestro Roberto De Simone. Per il celebre compositore e studioso, il canto di Michelemmà fluttua come i ricordi emersi dal movimento del mare.
La protagonista non sarebbe una donna reale, ma una figura mitico-religiosa celeste. Un'antica divinità legata contemporaneamente al cielo, alla terra e al mondo dei morti. Una lettura confermata da frammenti di canti popolari diffusi in Campania, come quello raccolto a Scafati durante la festa della Madonna dei Bagni, che recita: «È caruta na stella ra cielo e mmiez’’o mare s’è spampanata».
Dopo secoli, Michelemmà rimane un'opera aperta. Una melodia sospesa nel tempo che si rifiuta di consegnare i suoi segreti, continuando a vivere nell'immaginario collettivo di una Napoli eterna e misteriosa.

