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La strana vicenda degli Internati Militari Italiani (IMI) tra cui circa 150 paganesi, del 1943: reduci “senza onore né gloria”

27 Febbraio 2024 Author :  

di Gearado Sinatore

Pagani, dopo Modena e Ragusa, è la terza città d’Italia ad intitolare una strada (il piazzale prospiciente il Cimitero comunale) ai dimenticati “Internati Militari Italiani” (I.M.I.), definiti a ragion veduta “reduci senza onore né gloria”, grazie all’impegno dell’Amministrazione Comunale in particolar modo del Sindaco Avv. Raffaele Maria De Prisco e del Presidente del Consiglio Comunale e Consigliere Provinciale ing. Gerardo Palladino, su istanza della testata giornalistica del periodico “Pensiero Libero”, del suo fondatore sen. dr. Gerardo De Prisco e dei membri del comitato di redazione, Gerardo Sinatore e Raffaele Striano. La targa toponomastica sarà scoperta il 29 febbraio 2024.

Ma chi erano gli “IMI”? Che cosa veramente accadde nel 1943? Ecco un mio breve riassunto:

Il 27 settembre del 1940 la Germania, l’Italia e il Giappone firmavano il Patto Tripartito conosciuto come Asse. Il 7 dicembre 1941 il Giappone, provocato dagli USA che lo spingevano ad attaccare per primo, sferrava un attacco aereo a Pearl Harbor, nelle Hawaii. Dopo pochi giorni, la Germania e le potenze europee dell’Asse accorrevano in sostegno del Giappone dichiarando guerra agli Stati Uniti d’America che, con il sostegno dell’Impero Britannico, ottenevano ciò che si erano prefissati: un conflitto allargato. Pertanto, gli Stati Uniti d’America e i Paesi loro alleati e satelliti, insieme all’Impero Britannico (tutti i 56 paesi del Commonwealth) con le Colonie e i domini (tra cui l’India, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, la Palestina, la Transgiordania, l’Iraq, l’Unione Sudafricana, l’Egitto, l’Irlanda e Hong Kong), insieme alla Francia, alla Cina e poi anche all’Unione Sovietica, si schieravano contro la Germania, il Giappone e l’Italia (quest’ultima era riuscita a mantenere una posizione di neutralità sino al 1940) ai quali si univano: la Bulgaria, la Croazia, l’Ungheria, la Romania e la Slovacchia. Di conseguenza, all’inizio del 1942, l’Asse e i suoi alleati si ritrovavano a fronteggiare il resto del mondo.

 

Il 25 luglio del 1943, durante la seduta del Gran Consiglio del Fascio, Mussolini veniva messo in minoranza e Vittorio Emanuele III° nominava a capo del Governo Pietro Badoglio, Maresciallo d’Italia ed ex capo di Stato Maggiore. Tra il 2 e il 3 settembre del 1943, veniva siglato segretamente l’armistizio a Cassibile, vicino Siracusa, in Sicilia, dal generale Giuseppe Castellano, incaricato da Badoglio, e dal Capo di Stato Maggiore americano Walter Bedell Smith, che sarà direttore dei servizi segreti americani (CIA) incaricato da Dwight Eisenhower (futuro presidente degli Stati Uniti). All’atto delle firme di resa militare incondizionata dell’Italia alle potenze alleate, assistevano il generale Mark Wayne Clark, Comandante Generale della 5a Armata in Italia e il generale inglese sir Bernard Law Montgomery, penetrato senza grande resistenza da parte del regio esercito italiano in Sicilia, il 10 luglio del 1943, con l’obiettivo di sottomettere l’Italia e aprire un fronte nell’Europa continentale.

 

Lo storico Schreiber[1] e altri studiosi, sostengono che a tradire l’Asse non fu il popolo italiano ma la Casa Reale dei Savoia.[2] Dopo la firma, gli alleati inviavano a Roma il generale Maxwell Taylor che, arrivato la sera del 7 settembre, comunicava al generale Giacomo Carboni, nominato in agosto da Badoglio Commissario Straordinario del SIM (lo spionaggio militare), che all’indomani sarebbe stato pubblicamente annunciato l’armistizio. Infatti, l’8 settembre 1943 alle ore 19,45 dai microfoni dell’EIAR (RAI), Badoglio annunciò: “Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Alla fine della guerra la Commissione d’Inchiesta deferiva alla Corte Marziale (Tribunale Militare di Roma) il generale Giacomo Carboni per i reati di “abbandono di comando” e di “resa”.  

 

All’annuncio dell’armistizio, la reazione iniziale fu di gioia perché significava la fine della guerra e per i soldati il ritorno a casa, ma molte cose non quadrarono e gli Italiani capirono che la firma di quell’armistizio non stava significando la fine della guerra bensì l’inizio di una fase incerta e di nuove tribolazioni per tutti. Intanto, in Istria e in Dalmazia vi fu una ondata di violenza inaudita da parte dei partigiani jugoslavi del regime comunista di Tito che si vendicarono sanguinosamente contro i fascisti e tutti gli italiani non-comunisti i quali furono considerati “nemici del popolo” e pertanto vennero prima torturati e poi gettati nelle foibe. Morirono, si stima, circa un migliaio di persone e furono le prime vittime di una lunga scia di sangue:[3] i condannati venivano legati l’un l'altro con un lungo filo di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe, poi si apriva il fuoco colpendo la prima fila che si trascinava con sé il resto nelle profonde voragini naturali dette “foibe”[4] cadendo sui cadaveri dei loro compagni e morendo poco per volta di stenti. Tra il 1943 ed il 1946, furono uccisi, tra gli altri, 392 poliziotti di cui 92 provenienti da Fiume, gli altri da Trieste, Gorizia, Fiume, Zara, Spalato, Pola e Lubiana.

 

Nel resto d’Italia, dal 3 al 5 settembre il Re, e lo stesso Badoglio, avevano avuto tutto il tempo per organizzare la fuga a Brindisi sotto l’ala degli alleati americani e i soldati italiani non sapevano se colpire gli Americani o i Tedeschi né da chi difendersi, specialmente quelli sui fronti di guerra internazionali. Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, gli ordini che si susseguirono furono confusi e contraddittori: “Resistere ai Tedeschi!”, “Non sparare sui Tedeschi!”, “Non lasciarsi disarmare dai Tedeschi!”, “Uccidere i Tedeschi!”, “Autodisarmarsi”, “Non cedere le armi!”, “Reagire alle violenze tedesche, solo se provocati”. La studiosa Elena Aga Rossi, autrice del libro “Una nazione allo sbando”,[5] scrive che “L’armistizio fu reso pubblico 5 giorni dopo[6] e che “La situazione militare era disastrosa. Dopo lo sbarco in Sicilia, il 10 luglio, il governo italiano aveva perso tempo prezioso nel tentativo di evitare una resa senza condizioni. Ma non ci riuscì”. Nei fatti, accadeva che gli Italiani venivano sparati sia dai Tedeschi per tradimento che dagli Americani per lo stesso motivo, mentre il Sud del nostro Paese era stato già interamente consegnato agli Americani e il Nord ai Tedeschi. Non pochi dei partigiani che inneggiavano alla liberazione dal regime erano delinquenti comuni al soldo dell’A.M.G.O.T.[7] il Governo militare alleato dei territori occupati, e dei servizi angloamericani,[8] che in Sicilia formarono le amministrazioni comunali mettendo nella giunta i siciliani a loro più “vicini” (molti dei quali entreranno poi nel parlamento nazionale). Un censimento eseguito nel 1946 dal Ministero degli Interni, rivelò che dall’aprile al luglio del 1945 vennero “giustiziati” dall’Emilia Romagna agli Abbruzzi e con processi sommari, ben 9.364 persone perché “sospettate” di essere fasciste e loro parenti. Degli uomini dell’intelligence anglo-americana inseriti nelle organizzazioni politiche e paramilitari della resistenza ne parò Piero Pellicano nel 1943[9] oltre a risultare da alcune evidenze della “strage di Portella della Ginestra” del 1947.[10] All’alba del 9 settembre, dopo la fuga del Re e di Badoglio, anche i vertici politici del Paese abbandonavano Roma lasciandola totalmente in mani tedesche che già dal 14 agosto la dominavano con le armi, non avendo mai ratificato la dichiarazione dalle autorità italiane dicittà aperta”. Elena Aga Rossi, racconta ancora che: “La notte stessa dell’8 settembre le forze tedesche presero possesso di aeroporti, stazioni ferroviarie e caserme, cogliendo di sorpresa le forze italiane. Mentre gli Alleati sbarcavano lungo le coste del golfo di Salerno e veniva costituito il “Comitato di Liberazione Nazionale”, le truppe tedesche si accingevano a requisire ogni genere, bloccavano la distribuzione di carburante a tutto il Sud e rastrellavano strade e case alla ricerca di soldati italiani che dividevano in tre gruppi: nel , chi combatteva per loro (e non venivano disarmati); nel , chi combatteva contro di loro (ed erano destinati alla deportazione in Germania come “prigionieri di guerra”); al 3°, chi opponeva resistenza rifiutandosi di combattere al loro fianco e venivano classificati come “Internati Militari Italiani (IMI) e destinati ai campi di internamento sotto l’”Oberkommando der Wehrmach”t e condannati ai lavori forzati negli “arbeiterlager” e nelle aziende tedesche, senza onore né gloria”. Nel corso della loro prigionia, per questo particolare status, non potevano avvalersi, come tutti i “prigionieri di guerra”, della “Convenzione di Ginevra” e degli aiuti del “Comitato Internazionale della Croce Rossa”, né erano riconosciuti come “prigionieri di guerra” con tutti i trattamenti dovuti.

 

Il 23 settembre del 1943 Mussolini proclamava la “Repubblica Sociale Italiana” detta “Repubblica di Salò” alla quale vi aderivano, oltre a vari personaggi politici, anche intellettuali, giornalisti e artisti, tra cui il premio Nobel Dario Fo che si interessò del rastrellamento dei soldati italiani “ricercati” da consegnare ai Nazisti per essere classificati come Internati Militari Italiani. Alla fine del mese, tra il 27 e il 30 settembre (“armistizio corto”), quando gli anglo-americani non erano ancora giunti a Napoli, i Napoletani scrivevano la pagina più gloriosa di tutta la guerra, le “4 giornate di Napoli”, in onore della libertà, che ottennero cacciando i nazisti e non aderendo alla Repubblica di Salò.[11] Invero, per onore della storia reale, sarebbe più giusto affermare che le “4 giornate di Napoli” rappresentarono la massima espressione della vera “resistenza popolare” (e non “politica”) perché fatta da comuni cittadini napoletani sostenuti da alcuni militari italiani appena sbarcati a Napoli dalla “Campagna d’Africa”, come mi è stato testimoniato da mio padre che vi prese parte da reduce ancora in “quarantena”. I valorosi Napoletani si rifiutarono di combattere al fianco dei Tedeschi, al fianco di Badoglio (del re) e della Repubblica di Salò ma anche al fianco degli Americani, poiché essi si opponevano fermamente alla guerra in sé, all’occupazione dei loro territori, delle loro case e alla distruzione delle loro famiglie. Infatti, gli Americani riservarono agli “Internati Militari Italiani”, un trattamento peggiore di quello che riservavano i nazisti.

 

Il 29 settembre, dopo aver ratificato la resa militare incondizionata del 3 settembre, si procedeva alla ratifica dell’armistiziolungodi Malta, contenente le condizioni politiche, economiche e finanziarie definitive, per conto del Generale Dwight D. Eisenhower, Comandante Supremo delle Forze Alleate, e del Maresciallo Pietro Badoglio, Capo del Governo Italiano, rappresentante il Comando Supremo delle Forze Italiane di terra, di mare e dell’aria, il quale le accettava senza condizioni ufficializzando di fatto l’alleanza con gli angloamericani che obbligava l’Italia, il 13 ottobre, a dichiarare guerra ai suoi ex alleati. In effetti, l’8 settembre fu la data in cui venne rappresentata una commedia il cui finale era già stato scritto prima: la fine dell’Italia come nazione sovrana e l’inizio di una guerra amplificata, voluta dagli Anglo-Americani come è provato da documenti rinvenuti negli archivi russi, di Minsk (Bielorussia) e nei National Archives di Londra[12] e da altri desecretati pochi anni fa dai governi degli USA e della Gran Bretagna.[13]

 

Gli Internati Militari Italiani rastrellati e catturati dopo l’armistizio e deportati nei campi di internamento europei del Reich erano 715.000 (di cui circa 150 Paganesi), e venivano sottoposti a “disciplina” con “una certa severità[14] perché“L’italiano è debole e lamentoso e si lascia rapidamente andare”.[15] Le disposizioni sulla “disciplina” e sull’adozione di “una certa severità”, si traducevano in crudeltà e maltrattamenti continui attraverso il razionamento di cibo (al limite del digiuno), punizioni non convenzionali e lavoro forzato che comprometteva, per durezza e durata, la salute fisica e l’equilibrio mentale; infatti, come precedentemente accennato, gli Internati Militari Italiani non godevano di uno status di “prigionieri di guerra” tutelato dalla Convenzione di Ginevra del 1929 ma quello di “Internati” (facebdo un paragone come quello che fu riservato agli Ebrei) essendo considerati militari italiani “non belligeranti”, cioè “traditori”, in quanto nel settembre del 1943, pur non essendoci ancora un “stato di guerra” dichiarato tra l’Italia e la Germania, il Re e Badoglio avevano già preso accordi con gli USA. Alla fine della guerra, la Germania ottenne, con l’aiuto di convenzioni assistite da organismi sovranazionali presenziati dalle grandi potenze “alleate” dell’Italia, che gli Internati Militari Italiani non avessero neanche il diritto di fare causa né i loro eredi rivendicare diritti.Ma la cosa più sconcertante è che la deportazione nei campi di internamento dei militari italiani “non belligeranti” e il relativo pessimo trattamento e abusi non venne effettuato soltanto dai nazisti, come accennato in precedenza, ma anche dagli “Alleati” (Usa, Inghilterra, Francia, ecc). Soltanto oggi, si apprende che è era da equiparare, per tutte le misure di prigionia non rispettate, ad un crimine compiuto contro l’umanità; il negarlo sarebbe l’apoteosi del negazionismo.

 

In vero, quella degli Internati Militari Italiani senza gloria né onori, è stata davvero una vicenda particolare rimasta troppo a lungo ai margini della ricostruzione storica e della memoria collettiva; a tutt’oggi, i suoi aspetti militari, legali, morali, economici e familiari, non sono stati pienamente indagati, pubblicizzati e compresi nella loro vera complessità e drammaticità; e non ci si riferisce soltanto a quei 715.000 Internati Militari Italiani catturati dai nazisti dopo l’armistizio, ma anche a quelli catturati nello stesso periodo dagli Americani e loro alleati. Secondo la “Relazione Facchinetti” del 1947, erano circa 1.350.000 i militari italiani che facevano ritorno alla conclusione della guerra dopo aver combattuto in Africa, Francia, nei Balcani e in Russia, subendo l’internamento nei campi nazisti, americani, australiani, africani, in Medio Oriente e nell’URSS. Secondo gli storici, la prigionia tedesca fu la più severa, quella americana la più scorretta, quella inglese la più disumana e quella francese la più crudele, poiché questi ultimi non aveva dimenticato la sconfitta subita sulle Alpi nel 1940 e si vendicarono con i prigionieri di guerra e gli internati militari italiani commettendo ogni sorta di nefandezze;[16] giuridicamente, i Francesi di De Gaulle non dovevano tenere prigionieri militari italiani in quanto l’Italia con la Francia aveva concluso un armistizio, ma De Gaulle, forte della protezione inglese, dettava le sue regole e non solo tratteneva i soldati italiani catturati in Nord Africa, ma aveva preteso, “per l’economia dell’Algeria e della Tunisia”, altri 15.000 soldati italiani detenuti dagli Inglesi e dagli Americani per lavori forzati in Africa. Gli Internati Militari Italiani catturati dagli Americani erano circa 125.000 e vennero spediti nelle Americhe insieme ai 250.000 delle truppe italo-tedesche catturati in Nord Africa durante gli sbarchi dell’8 novembre del 1942. Di questi, alcuni Italiani restarono in Africa a lavorare nelle retrovie americane mentre i Tedeschi vennero spediti negli Stati Uniti e riciclati nelle varie organizzazioni americane; infatti, nel dopoguerra, molti alti ufficiali tedeschi ricopriranno posizioni di comando presso la NATO in Europa e alla NASA in USA. Gli Americani e gli Inglesi separavano gli Italiani dai Tedeschi e dai Giapponesi. Gli Inglesi, cedettero 1.316 militari italiani agli Usa contravvenendo alla Convenzione di Ginevra.  Tra i militari italiani il governo americano aveva anche rastrellato, come i nazisti, civili italiani sospetti di “sentimenti filofascisti”.

 

Lo storiografo Flavio Giovanni Conti,[17] conferma che i circa 51.000 militari italiani internati negli Stati Uniti nel periodo dicembre 1942-febbraio 1946, dalla cattura (in Africa, in Sicilia e, dopo l’armistizio, ad Anzio e a Nettuno) al rimpatrio, vennero deportati in Missouri, Tennessee, California, Hawaii e in altre 140 strutture collocate su tutto il territorio, costretti ai lavori forzati nell’industria bellica americana, senza alcun trattato specifico firmato con l’Italia, come fece anche l’Inghilterra, violando l’art. 83 della Convenzione di Ginevra che dava la facoltà alle nazioni firmatarie dell’armistizio di poter concludere accordi speciali per qualunque questione riguardante i prigionieri. Badoglio, nei negoziati anglo-americani, aveva provato ad ottenere, in cambio dell’autorizzazione alla sospensione degli articoli della Convenzione di Ginevra, che gli Italiani non fossero più considerati internati, ma fu del tutto ignorato. Erano 36.000 i militari italiani che “decisero” di cooperare con l’America nelle azioni di guerra la quale violava l’art. 31 della Convenzione di Ginevra che vietava categoricamente “che il lavoro fornito dai prigionieri avesse alcuna relazione con le operazioni militari”. Nonostante ciò, il 12 febbraio del 1944 il Dipartimento della Guerra americano approvava, senza consenso italiano come era spesso fare, il piano per la costituzione delle “Italian Service Units” (Isu), cioè di compagnie che lavoravano per la guerra in USA e nell’area del Mediterraneo. Gli Internati Militari Italiani che non collaboravano con le forze americane venivano ritenuti “filo-fascisti” e trasferiti per lo più presso il Fascists Criminal Camp di Hereford, uno dei campi non conformi alle norme di trattamento previste dalla Convenzione di Ginevra dove avvenivano episodi di netta violazione e soprusi da crimine di guerra; agli Internati veniva assegnato un lavoro da schiavi nella raccolta del cotone, nella manutenzione delle strade, nella mano d’opera nelle fabbriche e nei campi. Lo storico Conti, racconta anche di fatti di aggressione, ferimenti e uccisioni di prigionieri da parte delle guardie per la “rieducazione democratica e filoccidentale”; infatti, sul modello comunista, gli statunitensi volevano “educare” i militari italiani ai “principi democratici”. Ciò che risulta a dir poco sorprendente che tale atteggiamento pedagogico non venne invece riservato ai veri nazisti; nei campi morirono di stenti oltre 50.000 internati per le punizioni e per i lavori forzati. Alla fine del 1945, gli ex internati militari sopravvissuti, raggiunsero l’Italia mantenendo il loro “status”, cioè di abbandono da parte delle istituzioni non ricevendo alcun riconoscimento. Lo stesso trattamento lo ebbero le vedove e gli orfani dei non sopravvissuti. “Senza onore, senza gloria e disconosciuti”.

 

Nel 2022, il Presidente Mario Draghi ha istituito un Fondo di 55 milioni di euro[18] per il ristoro dei danni subìti dagli IMI, dalle loro famiglie e discendenti e di tutte le altre vittime di crimini di guerra e contro l’umanità compiuti (solo) sul territorio italiano o comunque in danno di cittadini italiani dalle forze del Terzo Reich nel periodo compreso tra settembre 1943 e l’8 maggio 1945. Nel 2023 il governo di Giorgia Meloni ha rifinanziato la misura economica[19] assicurando continuità all’”Accordo tra la Repubblica Italiana e la Repubblica Federale di Germania”, nato da procedimenti giudiziari di Italiani per richieste di danni di guerra alla Germania ma puntualmente respinti, e reso esecutivo con decreto del Presidente della Repubblica (14 aprile 1962, n. 1263) con una dotazione di euro 20.000.000 di euro per l’anno 2023 e di euro 13.655.467 per ciascuno degli anni dal 2024 al 2026, che dava per la prima volta agli I.M.I. ancora viventi e agli eredi dei caduti e dei reduci ormai estinti, la possibilità di ottenere non solo un riconoscimento giudiziale del grave danno all’epoca patito (e che si è riverberato sulla vita e sulla storia familiare di ogni deportato), ma anche un ristoro economico nonostante la pretesa di immunità della Repubblica Federale di Germania.

 

POST SCRIPTUM = A quasi un decennio dalla sentenza con la quale la Corte costituzionale ha “(ri)aperto la strada” al legittimo accertamento da parte dei giudici italiani dei crimini di guerra e contro l’umanità commessi dal Terzo Reich sul nostro territorio, il 25 maggio 2022 la Corte d’appello di Roma avrebbe dovuto autorizzare la vendita all’asta di quattro immobili della Repubblica federale tedesca: l’”Istituto archeologico germanico”, la “Scuola germanica”, il “Goethe Institut” e l’”Istituto storico germanico”, tutti aventi sede a Roma. Pertanto, per la prima volta sarebbe, così, stata data soddisfazione attraverso esecuzione forzata alle pretese risarcitorie delle vittime dei crimini nazisti secondo alcune sentenze di accertamento e condanna del giudice ordinario.[20] Senonché, proprio per evitare che tali proprietà, già precedentemente gravate da vincolo pignoratizio e poi da custodia giudiziale, fossero irrimediabilmente compromesse nella loro destinazione pubblicistica, la Repubblica Federale Tedesca, il 29 aprile scorso, ha presentato un (nuovo) ricorso dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG); nella propria memoria difensiva, la Germania ha essenzialmente lamentato il protrarsi della violazione dell’immunità di cui avrebbe dovuto godere dopo la pronuncia resa dalla stessa CIG il 3 febbraio 2012 e ha, perciò, richiesto alla Corte, l’indicazione urgente di misure cautelari all’indirizzo dell’Italia.

 

La disposizione di Mario Draghi della “Istituzione del Fondo per il ristoro dei danni subiti dalle vittime di crimini di guerra e contro l’umanità per la lesione di diritti inviolabili della persona, compiuti sul territorio italiano o comunque in danno di cittadini italiani dalle forze del Terzo Reich nel periodo tra il 1° settembre 1939 e l’8 maggio 1945 affronta aspetti specifici della tormentata vicenda che da anni oppone l’Italia alla Germania in plurime sedi processuali. L’art. 43, qualifica l’istituzione del Fondo come uno strumento per «assicurare continuità» all’”Accordo tra Repubblica italiana e Repubblica Federale di Germania” concluso a Bonn il 2 giugno 1961 e a cui fu data esecuzione con d.P.R. 14 aprile 1962, n. 1263: tale accordo teneva indenne la Germania e le persone fisiche e giuridiche tedesche da ogni eventuale azione o altra pretesa legale da parte di persone fisiche o giuridiche italiane per le rivendicazioni relative a diritti o ragioni sorti tra il 1° settembre 1939 e l’8 maggio 1945[21] ma con le disposizioni di Draghi e poi della Meloni, c’è la possibilità che alcune ostruzioni vengano rimosse. Per quanto riguarda i danni causati dalla scorretta prigionia degli IMI da parte degli Usa e dei suoi alleati, alcun provvedimento è stato mai attivato.


[1] Schreiber, G., “I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich”; “La vendetta tedesca, 1943-1945

[2] Doc. 5/11/1943, Quartier Generale del Führer

[3] Nel dicembre 1945 il premier italiano Alcide De Gasperi nel presentare agli Alleati “una lista di nomi di 2.500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia” indicò “in almeno 7.500 il numero degli scomparsi”. In realtà, le uccisioni di italiani - nel periodo tra il 1943 e il 1947 - furono almeno 20.000 e gli esuli italiani costretti a lasciare le loro case, almeno 250.000.

[4] Foibe: inghiottitoi carsici tipici della regione giuliana

[5] edito da “Il Mulino

[6] in “Focus Storia”, n. 63

[7]Nella “Sicily Gazette”, si legge: «Non sono in molti a sapere che quando gli americani entrarono a Palermo, 22 luglio 1943, promulgarono per mano dell’A.M.G.O.T., dodici “Proclami militari” e due “General Orders”, che regolarono la vita dei cittadini durante l’occupazione militare alleata (cfr. www.albergoni.net). Questi proclami furono inseriti in un fascicolo chiamato “Sicily Gazette N°1”, stampato in circa 5.200 copie dalla tipografia IRES di Palermo, ma esso era già stato predisposto in Africa dai gruppi di studio AMGOT che pianificavano le future strategie post l’invasione. Il compito della “Allied Military Government of Occupation Territory” era quello di alleggerire l’Esercito USA impegnato nelle avanzate, dal pesante compito di brigare con le faccende di normale routine della popolazione civile. I proclami, a firma del gen. inglese Alexander, erano stampati in testo bilingue italiano/inglese e servivano come vademecum agli ufficiali alleati e al personale degli uffici civili palermitani; una copia a formato manifesto veniva anche affissa sui muri della città dando così alla popolazione la possibilità di prendere atto degli ordini militari. I territori occupati (la Sicilia) erano soggetti alla legge marziale e qualora si fosse contravvenuto a quei proclami che la prevedevano, la pena di morte era messa in atto senza tante cerimonie dai tribunali militari alleati. Molti siciliani assaggiarono questo stato di cose e anche su basi meramente delatorie, per invidie o rancori, in tanti e a tutti i livelli ne piansero pesanti conseguenze». Ma fin da allora la legge non fu uguale per tutti perché ci furono esponenti di Cosa Nostra d’oltreoceano che furono accolti a Palermo come salvatori della patria per aver agevolato l’arrivo degli Alleati, tra questi Lucky Luciano. Dopo lo sbarco in Sicilia il suo luogotenente Vito Genovese a Napoli fu l’aiutante e interprete del comandante militare degli affari civili della stessa AMGOT, Charles Poletti. Il 3 gennaio 1946, Thomas E. Dewey, diventato governatore dello Stato di New York, graziò Luciano per i servigi resi alla Marina, a condizione che lasciasse gli Stati Uniti per stabilirsi in Italia; il 10 febbraio, Luciano fu estradato dal porto di New York a opera del servizio statunitense di immigrazione e imbarcato sulla nave Laura Keene che arrivò a Napoli il 27 febbraio. Luciano stabilì il suo domicilio a Roma, ma soggiornò a Palermo, presso il “Grand Hotel et des Palmes”, dove numerosi membri del separatismo siciliano e boss mafiosi erano soliti rendergli visita.

[8]secondo i rapporti del “Psychological Warfare Branch”; di John Dickie; di Donald Downes-OSS.

[9]Piero Pellicano, “La vita italiana”, p.440

[10]Al processo per la strage di Portella della Ginestra, Bernardo Mattarella fu accusato da Gaspare Pisciotta di essere implicato nell’eccidio in cui morirono 11 persone e 27 rimasero gravemente feriti tra i contadini di militanza comunista giunti a festeggiare il primo maggio 1947 nella Piana degli Albanesi ed i successi della sinistra alle recenti elezioni locali; un massacro per cui fu ritenuto responsabile Salvatore Giuliano (ucciso prima del processo) con la sua banda, ma che gli storici ascrivono a quegli atti eversivi di terrorismo neofascista in cui collimarono molti interessi … La sentenza della Corte di Assise di Viterbo, che concluse quel processo, dichiarò infondate le accuse di Pisciotta, componente della banda di Salvatore Giuliano e tra gli autori della strage. Anche il Pubblico Ministero nella sua requisitoria al processo di Viterbo aveva definito inaffidabile Pisciotta, che aveva fornito nove diverse versioni della strage e inattendibili le sue accuse contro Mario Scelba e Bernardo Mattarella (cfr. http://www.gospanews.net/2018/08/02/massoneria-e-stragi/)

[11] Natta A., L’altra resistenza, Einaudi; www.storiain.net/arret/num96/artic4.asp

[12] Rochat, G., La memoria dell’internamento. Militari italiani in Germania. 1943-45, Italia contemporanea, n. 163, 1986, pp. 5-30 e ID., Gli IMI nella storiografia e nell’opinione pubblica italiana. Il caso Leopoli, l’Arciere, Cuneo 1990

[13] doc. di Kew Gardens

[14]Disposizioni in materia di trattamento dei Militari Italiani Internati”, all. circ. n. 172/43 Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori; Monaco, 17 dicembre 1943

[15] Doc. n. 5

[16]Patria indipendente”, n. 10/11, giugno 1996

[17]I prigionieri italiani negli Stati Uniti”, il Mulino

[18] Art. 43 del d.l. 30 aprile 2022 n. 36, convertito con legge n. 79 del 29.06.2022

[19] Dal 28/02/2023, modificato dal Decreto-legge del 29/12/2022 n. 198

[20] Sentenza n. 2120/2018 della Corte d’appello di Bologna, sentenza n. 5446/2020 della Corte d’appello di Roma

[21] Art. 2, co. 2 d.P.R. n. 1263/1962

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