di Francesco Apicella*
”Nonna, oggi non mi sento bene” “Maronna mia! E che te siente, me fai preoccupà?” “Mi fa male la testa, ho la nausea e….” “Aggio capito, viene ccà, fatte vedè bbuono” Io mi avvicinavo e lei, guardandomi attentamente, mi diceva:”Mamma mia! Sì janco comm’a nu’ lenzulo e sicco comm’a nu’ chiuove! Ma fa che tenisse ll’uocchie ‘ncuoll? Assittete ccà, vaco a piglià ‘o piatto, l’acqua e ‘a tazzulella cu’ ll’uoglio. Nun te preoccupà, ‘ca ‘a nonna te leva chillo maluocchie, ca quacche janara t’ha fatte”. Molto spesso, quando da bambino passavo dei giorni in campagna, dalla nonna materna, io non avevo affatto mal di testa, a differenza di adesso, che mangio come un’aquila, mangiavo come un uccellino, ero magrolino e quasi sempre pallido ma lasciavo credere alla nonna che qualcuno mi avesse fatto il malocchio perché mi piaceva tanto quel rito apotropaico (dal greco. ἀποτρόπαιος “che allontana i mali” n.d.r) con cui lei cercava di allontanare il malocchio da me e rimandarlo al mittente. Ogni volta, solenne come un’antica sacerdotessa, mescolando sacro e profano, recitava una formula magica segreta, prima sommessamente e, poi, solo mentalmente, in modo che io non potessi sentirla. Una volta ero riuscito a captare solo i primi versi:“Uocchie, maluocchie, furticielle all’uocchie, crepa a mmiria e schiatteno ‘e maluocchie”…poi, per il resto della formula di rito, buio totale. “Nonna mi insegni le parole per togliere il malocchio?” “No, no, si troppo piccerille, si po’ sbaglie quacche parola ‘o maluocchie cade ncuollo a te, è pericoloso…quanno crisce, ne parlammo”mi rispondeva sempre. Con il termine “malocchio” (fa 30, nella Smorfia napoletana), nella credenza popolare, si intende un flusso intenso di energia negativa che, attraverso lo sguardo, viene inviato, per invidia, odio, gelosia o desiderio di vendetta ad un’ altra persona per farle del male. Un artificio malefico che si sprigiona dagli occhi, “i famosi “occhi secchi”, come li si chiamano a Napoli, da cui nasce il suggestivo detto popolare “coglieno cchiù l’uocchie sicche ca ‘e scuppettate”( come a dire”il malocchio è peggio delle fucilate”). In molti casi chi lancia il malocchio non ne è consapevole, non lo fa volontariamente. Però vi sono pure delle persone malvagie che per raggiungere il loro scopo ricorrono a pratiche di magia nera; in questi casi, secondo la tradizione, il malocchio risulta molto forte e molto più difficile da eliminare. Uno dei modi più subdoli per lanciare il malocchio ad una persona è quello di farle semplicemente un complimento, col sorriso sulle labbra e l’invidia ben celata nel cuore, tipo”Che bel viso ha questo bambino! Davvero bello, sembra un angioletto!” e dentro di sé pensare “che possa ammalarsi e perdere tutta la sua bellezza!” Mia nonna diceva che, quando si fa un complimento, soprattutto se lo si fa ad un bambino, alla fine della frase bisogna aggiungere sempre l’espressione”benedica, fore maluocchie!”( benedetto e lontano dal malocchio!),come dimostrazione che il complimento è sentito e viene da un cuore puro e sincero. Il concetto di malocchio é antichissimo e possiamo dire che é presente in tutte le culture del mondo ma, in modo particolare, nei paesi mediterranei e del vicino Oriente. Nell’antica Roma l’arte di lanciare il malocchio veniva chiamata “fascinum o fascinus” e, secondo Cicerone, veniva esercitata dagli invidiosi attraverso l’intensità dello sguardo. Plinio il Vecchio scrive che il termine indica sia gli incantesimi e gli artifici per stregare o “ammaliare” qualcuno, sia le effigi e gli amuleti fallici, ispirati ai genitali generosi del dio Priapo, adoperati per scacciare il malocchio. Il dio Priapo era un’antica divinità greca e romana e veniva rappresentata come un piccolo uomo barbuto dotato di un fallo enorme, in stato d’erezione (itifallico n.d.r); simbolo di forza sessuale e di fecondità maschile, era il dio protettore della natura e il custode di orti e giardini. Le immagini e le statuette che lo rappresentavano venivano messe all’ingresso delle case come augurio di prosperità, di fortuna e, soprattutto, come antimalocchio. Spesso la gente poneva all’ingresso delle case dei tintinnabula, che erano delle campanelle, a forma di piccoli falli, legate ad unica struttura, che si toccavano all’entrata o all’uscita per buon augurio e che tintinnavano col vento, un po’ come i nostri acchiappasogni. Simulacri fallici del dio venivano messi nei campi coltivati per proteggerli dalla “fascinatio”, ossia da un incantesimo negativo che avrebbe rovinato il raccolto e, quando si celebrava il trionfo di un generale, si appendeva un “fascinum”sotto il suo carro per proteggerlo dall’invidia. Il prof. Alfonso Maria Di Nola, antropologo e storico delle religioni, nel suo libro "Lo specchio e l'olio" sostiene: "Anche se la meccanica della iettatura (parola tipica del dialetto napoletano che deriva dal latino iactare,cioè “gettare”,usata per dire “appunto gettare il malocchio”) é fondata su di un inesistente rapporto tra la persona colpita ed il portatore del potere malefico, la superstizione può produrre in chi vi crede una suggestione così intensa da determinare una predisposizione a cercare situazioni negative e a farsi vittima di disgrazie, secondo le linee di matrice inconsce autolesionistiche stabilite dal dott.. Sigmund Freud.”
Secondo la credenza popolare, il classico jettatore (indicato col numero 30 nella Smorfia napoletana), a Napoli soprannominato ‘a seccia, (perché, come la seppia getta il suo liquido nero contro un assalitore, per confonderlo, così lo jettatore col suo sguardo malefico getta il nero (ména ‘o nniro ‘e seccia) nella vita di chi prende di mira, offuscandola), si riconosce subito dal suo aspetto. È magro, solitario ,taciturno, veste di nero, ha grandi occhi a palla, che nasconde sotto un paio di occhiali neri, ha il naso ricurvo, a pappavalle( a pappagallo) e un colorito giallastro. Se, malauguratamente, si incontra per strada un tipo che corrisponde a questa descrizione è meglio evitare il suo sguardo e, se non si ha addosso qualche amuleto antimalocchio da poter stringere tra le dita, è d’uopo (come diceva Totò) fare il gesto apotropaico delle corna, evitando però di farsi vedere. Secondo la tradizione popolare la jettatura è presente a Napoli sin dal ‘700, quando alla corte di Ferdinando IV, che era un sovrano molto superstizioso, arrivò il famoso archeologo Andrea De Iorio, accompagnato dalla fama sinistra di essere un potente jettatore, il re si preoccupò moltissimo e, manco a farlo apposta, il giorno dopo il suo arrivo, morì; probabilmente per cause naturali e anche perché aveva 74 anni che, a quei tempi, era un’età molto avanzata ma, da quel giorno, la credenza nella jella del popolo napoletano aumentò in maniera esponenziale.
Esistono vari riti per scoprire se una persona ha il malocchio e altrettanti per eliminarlo, a Napoli e in tutto il sud Italia il più diffuso è quello dell’olio; di solito chi pratica questo rito è una persona anziana, a cui è stato tramandato questo “potere” da un familiare o da una persona che ha avuto fiducia in lei, la notte di Natale o il 24 giugno, la notte di San Giovanni, detta anche la notte delle streghe. A sua volta il “guaritore” può trasmetterlo a chi sente che è degno di riceverlo, Il sintomo principale del malocchio è il mal di testa, il guaritore fa sedere la persona “cu l’uocchie ncuolle” su una sedia e gli raccomanda di rimanere ferma, prende un piatto fondo, vi versa dentro un po’ d’acqua, si fa tre volte il segno della croce (nel rispetto del numero della Santissima Trinità), altrettante volte lo fa sulla fronte della persona “ammaliata”e sul piatto, toccandone i bordi da tutti i lati: alto, basso, sinistra, destra. Mentre esegue questi gesti rituali, ripete silenziosamente o solo mentalmente, per tre volte, una formula scaramantica segreta e, infine, intinge il dito indice in una tazzina contente dell’olio d’oliva e ne versa alcune gocce nel piatto. Se le gocce d’olio si allargano e tendono a scomparire vuol dire che il malocchio c’è e, per eliminarlo, bisogna ripetere il rituale per altre due volte, fino a quando le gocce d’olio rimangono ferme sulla superficie dell’acqua, formando dei cerchietti col centro luminoso, proprio come due occhi sani. A volte accade che l’olio scompare del tutto sulla superficie dell’acqua e questo non è un buon segno perché significa che la persona ha ricevuto il malocchio da diversi giorni e ci ha “dormito sopra”, per cui è più difficile da eliminare. In questo caso,poiché il malocchio non va via nemmeno al terzo tentativo, si prendono un paio di forbici, esclusivamente di metallo, e si tagliano letteralmente gli occhi ad uno ad uno. Ogni volta che si compie il rito bisogna buttare l’acqua fuori casa, in un luogo poco frequentato, per non trasmettere ad altri la maledizione. Dall’aspetto che assume l’olio cadendo nell’acqua si può anche stabilire il sesso di chi ha fatto il malocchio: se le gocce dell’olio sono normali si tratta di uomini, se presentano dei piccoli cerchietti accanto, simili ad orecchini, allora si tratta di donne. Se sono presenti entrambi i tipi di cerchi vuol dire che il malcapitato è particolarmente invidiato, sia da uomini che da donne. Oggi per evitare e neutralizzare il malocchio vi sono molti amuleti,scongiuri e gesti apotropaici: il ferro di cavallo, il gobbetto (57, ‘o scartellato, nella smorfia napoletana), la cui gobba, se toccata, porta bene, salute e buona fortuna, il numero 13, presente, di solito, su di un ciondolo d’oro o d’argento, la cimaruta, che è un amuleto proveniente dal mondo etrusco, realizzato in bronzo, oro o argento e raffigura un rametto di ruta con vari simboli tra le foglie, come pugnali, chiavi, mezzelune, stelle e fiori, la manufica che è un amuleto a forma di manina chiusa a pugno, col pollice tra l’indice e il medio e simboleggia la fusione degli organi genitali maschili e femminili; l’ ”abbetiello” (l’abitino), invece, era un amuleto benedetto ed era costituito da due pezzi di stoffa di lana contenenti reliquie o immagini sacre, riuniti da un nastro e veniva appuntato con una spilla sulla maglietta intima o appeso al collo, un altro amuleto sacro era la “capa” (la testa) di S. Anastasio ed era una medaglietta votiva di stagno, su cui era incisa la testa del martire persiano S. Anastasio, che fu decapitato perché non volle abiurare e, incredibilmente, gli atti del secondo concilio di Nicea attestano che, guardando il capo di S. Anastasio, si scacciano i demoni e vengono curate le malattie. Abbiamo, poi, la “buatta”, che era un barattolo vuoto di pomodori pelati, recante sulla sommità due fori, l’uno di fronte all’altro, attraverso cui si faceva passare un filo di ferro che serviva per trasportare l’oggetto; nella “buatta” , come nell’incensiere delle chiese, si bruciavano dei grani di incenso, il cui profumo si diffondeva intorno e serviva a scacciare il malocchio. L’amuleto più diffuso a Napoli è, comunque, il corno (‘o curneciello, 49 nella Smorfia napoletana), viene adoperato per allontanare le influenze maligne e “’a malasciorta” (la malasorte); per essere efficace deve essere rigorosamente rosso, ci deve essere donato da qualcuno, deve essere “tuosto” (duro), “vacante” (vuoto) e “cu’ ‘a ponta” (a punta). Il gesto scaramantico più diffuso è quello di fare le corna per scacciare il malocchio e l’augurio di malasorte; gli uomini, dal tempo dei romani, contro il malaugurio erano soliti darsi una grattatina ai “gioielli di famiglia”( “terque quaterque testiculis tactis omnia mala fugat” …i testicoli toccati tre o quattro volte scacciano ogni male). Quando la nonna ha passato l’ultimo Natale a casa con noi avevo 19 anni, lei non stava molto bene, i miei erano andati tutti alla messa di mezzanotte ed io restai a casa con lei a farle compagnia; come sempre le chiesi di raccontarmi una delle sue belle storie incantate e, come sempre, nonostante fosse molto stanca e io non fossi più un bambino, lei mi accontentò. Ero affascinato dalle sue parole, dal suo modo coinvolgente di raccontare e non mi stancavo mai di ascoltarla. Poi, mi feci coraggio e le chiesi:” Nonna, mi insegni la formula segreta per togliere il malocchio?” Mi accarezzò col suo sguardo e, con mio grande stupore, acconsentì;”Mo sì, si crisciuto” mi disse “ t’ambare! Appizze ‘e recchie e siente bbuono, t’a dico na’ vota sola e tu nun le a dicere a nisciuno, sinnò nun vale”(Adesso sì, sei cresciuto, te la insegno, drizza le orecchie e ascolta bene, te la dico una volta sola e tu non la devi dire a nessuno, altrimenti non vale, non fa effetto)
“Uocchie, maluocchie, furticielle all’uocchie, crepa a’ mmiria e schiatteno ‘e maluocchie, S. Cosma e Damiano vuje nce mettite ll’uocchie e je nce mette e’ mmane….”(Occhio, malocchio, spiriti maligni sugli occhi, muoia l’invidia e si distruggano gli occhi malvagi, San Cosma e San Damiano, voi intervenite con i vostri occhi miracolosi ed io con la forza delle mie mani…). Mi fermo qui! Come ho promesso alla nonna, quella notte di Natale di tanti anni fa, non rivelerò tutta la formula altrimenti, secondo la tradizione, perde tutta la sua efficacia.
*Francesco Apicella, critico teatrale. Ideatore e curatore della rubrica Spettacolo fattarielle e 'nciuci


